Alessandro Cattelan con Antonella Clerici nella prima puntata di "Da Grande" (foto Ansa)

l'analisi

Perché Alessandro Cattelan sulla Rai funziona meno di Lundini

Andrea Minuz

Il flop di “Da Grande" e i due modi di essere “giovani” sulla televisione di stato, che deve sempre dimostrare la supremazia del vecchio

Il “caso” Cattelan, il suo calo di ascolti dopo due puntate è in fondo molto semplice. Ci sono due modi di essere “giovani” sulla Rai ma uno solo funziona. C’è il giovane “milanese”, scattante, sveglio, dinamico, molto bravo nel suo lavoro di presentatore e figlio della “Mtv generation”. Camicione fuori dai pantaloni, sneakers, un inglese “very fluent”, amico di Jimmy Fallon, amico di Robbie Williams, a suo agio a Brooklyn e a Soho come a Porta Venezia, perfetto nei “late show” che citiamo sui social e non guardiamo in tv, insomma, Cattelan.

 

Alessandro Cattelan, il flop di "Da Grande" e il confronto con Valerio Lundini

 

All’arco diametralmente opposto c’è il giovane funzionario Rai o la sua rappresentazione iperbolica, cioè Valerio Lundini. Molto romano, lento, impassibile, già vecchio, miope, un fiuto infallibile da animale ministeriale, impermeabile a ogni forma di entusiasmo (Cattelan ha un grosso problema di “entusiasmo”), e soprattutto in giacca, cravatta, occhiali. Guardando le prime due puntate di “Da Grande”, guardando com’era vestito Cattelan, mi sono ricordato di quello che mi raccontava Giovanni Benincasa (l’inventore di Lundini) a proposito dell’ormai celebre completo “blu Lundini”. “Lundini è un uomo impreparato ma elegantissimo. Io curo personalmente il suo nodo della cravatta. Non si va in onda finché non è perfetto”. Benincasa insisteva molto sul completo, elegante ma un po’ démodé, più da cresima che da red carpet. Non era un dettaglio. Perché Benincasa conosce bene la televisione e conosce bene la Rai. L’unico “détournement” possibile, l’unico modo per far passare il “nuovo”, è prendere un giovane e fargli fare il vecchio (con una t-shirt dei “Ramones”, Lundini sarebbe finito in quota “tv irriverente” e non ce lo saremmo filati). Cattelan è invece caduto nella trappola.

La Rai è spietatamente didascalica, ma su RaiUno lo è ancora di più. Si prende un “giovane” e gli si chiede di fare il giovane mandandolo allo sbaraglio e allo sbadiglio del suo anziano pubblico. Non a caso nel suo show su Sky (che aveva il nome nel titolo, proprio come Lundini) Cattelan si presentava in giacca e cravatta. Forse lo spettacolo era scritto meglio (probabilmente sì) ma lì c’era anche la stessa inversione creativa: facciamo finta di essere Jimmy Fallon. Come Lundini finge di essere un presentatore Rai. Ecco. Ci sono almeno tre regole che infrange Cattelan: l’immaginario milanese con il logo di RaiUno appiccicato sopra non funziona e non potrà mai funzionare. I giovani se vogliono sopravvivere devono sembrare vecchi. Ogni “nuovo volto” della Rai deve avere qualcosa di riconoscibile, cioè avere qualcosa di vecchio (il nuovo Baudo, il nuovo Arbore, il nuovo Carlo Conti). Cattelan invece sembra un’interferenza. Un errore di programmazione (non la parodia di un errore di programmazione messa in scena da Lundini). L’irruzione improvvisa e non richiesta di un’efficienza sfrontata, di un messaggio molto ottimistico in un brodo ministeriale che non tollera aggiornamenti. Che usa il nuovo solo per dimostrare la supremazia inarrivabile del vecchio.

Di più su questi argomenti: