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Insidiata da Bonolis

Barbara D'Urso resta in sella, ma la neosobrietà tocca anche lei

Michele Masneri

I gossip la danno spacciata, lei pare non curarsene. Pagherà per tutti, lei che fu alfiera della tv casaliniana-espressionista?

Va bene la normalizzazione, ok i Consigli dei ministri mattinieri, d’accordo la comunicazione felpata stile Bankitalia. E i portavoce plurilingue e silenti, e la gioventù oxfordiana, e i Colao meravigliao. La nuova Italia è draghiana o lo sarà presto, però in questo lavacro di normalizzazione c’è qualcuno che rischia di pagare per tutti.

 

Dalle indiscrezioni isteriche e vagamente esoteriche che accompagnano i fatti televisivi, Dagospia informa che Barbara D’Urso sarà retrocessa, spostata. La sua trasmissione “Live-Non è la D’Urso” chiusa anzitempo. Al Foglio risulta che no: è solo una questione di logistica, di economie di studio, piccoli spostamenti di palinsesto. Barbarona è più in sella che mai. E però certo colpiscono le voci secondo cui  sarà sostituita da Paolo Bonolis, che forse è più adatto alla neosobrietà, col plus di un antenato santo, che con tempismo eccellente ecco spuntare.

Una scena della cerimonia di giuramento del nuovo premier Draghi (Ansa)

 

Negli ultimi giorni si è appreso  infatti che Adele Bonolis, sorella del nonno del conduttore, è stata proclamata venerabile da papa Francesco, e si appresta a diventare santa. Una coincidenza? Non credo. E’ chiaro che fa tutto parte – come dicono quelli che la sanno lunga, in questo periodo –  del complotto dei sobri per  cacciare i popul-sovranisti (Biden si accorda con Renzi, Renzi fa crollare Conte, russi e cinesi sgoninati dall’Italia).

 

Che anche il Vaticano abbia giocato la sua carta, canonizzando la venerabile Bonolis e contribuendo a terremotare il palinsesto Mediaset? Si capirebbe così quel richiamo a Sua Santità durante il già celebre discorso della fiducia.

 

Sarebbe la fine di un’epoca, e un po’ si temeva: era chiaro che la neosobrietà avrebbe sconquassato la programmazione televisiva. I talk show in cerca di lotte e botte sono in crisi, Mario Giordano dovrà rivedere il massimalismo e le zucche di Halloween prese a mazzate, Giletti annaspa, e la D’Urso però rischia di pagare per tutti.

 

Proprio lei che è stata un simbolo, dell’epoca allegra e cupa insieme del sovran-populismo, con la luce sparata sul viso senza età, contrapposto alle dirette notturne di Salvini col frigo aperto, e al lavorio del Conte uno e due. Lui col favore delle tenebre, lei “buongiorno da Mondello”. Lei è quella di Mark Caltagirone, della tv espressionista, casalinica e contiana. Lei che sogna Oprah Winfrey ma fa una Fox News con le sfere.

 

E però, è giusto che adesso diventi la Leni Riefenstahl del contismo? D'Urso non sarà la cup of tea di Draghi in quel di Città della Pieve dove donna Serenella – come raccontano le cronache da Istituto Luce – prima di avviarsi alla messa mattutina, non guarderà certo le repliche di  Pomeriggio Cinque.

 

Né la cup of cofee del seguace di Federico Caffè, che – probabilmente – non rimanderà importanti zoom coi colleghi di G7 per vedersi Live-Non è la D’Urso (Caffettuccio?). E però, ricordiamoci che lei, la D’Urso, è un’Italia che funziona, è una stakanovista, ha messo in piedi quel poco di economia circolare che c’è, cioè mostri e mostriciattoli televisivi che poi le altre trasmissioni riciclano, popolando il resto dei palinsesti (altro che transizione ecologica). 

 

E poi: siamo pronti a vivere solo di tv di rito netflixiano? Con la benedizione di Eleonora Andreatta detta Tinny, nipote dello statista di cui Draghi è discepolo, con la tv delle classi affluenti che cerca casa a Roma nel villino Rattazzi, conti che fecero l’Italia unitaria e i cui discendenti erano a scuola al Massimo col governatore-presidente?

 

Ma magari lei, la D'Urso, invece è contenta: da sempre progressista, di casa a Cologno come a Capalbio, nel vuoto politico del momento, è un attimo che ce la troviamo capo dell’opposizione, in rappresentanza del paese reale (a cui la sobrietà non piacerà per molto). Lei, del resto, punto di riferimento fortissimo della sinistra (cit.) lo è da mo’.

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  • Michele Masneri
  • Michele Masneri (1974) è nato a Brescia e vive prevalentemente a Roma. Scrive di cultura, design e altro sul Foglio. I suoi ultimi libri sono “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla Silicon Valley e dalla California nell’èra Trump (Adelphi, 2020) e il saggio-biografia “Stile Alberto”, attorno alla figura di Alberto Arbasino, per Quodlibet (2021).