Sanremo, un passo avanti e 100 indietro

Simonetta Sciandivasci

Il Festival ridotto a quattro ore di "Scusate il Sessismo è peggio del Patriarcato"

Il diavolo è nei dettagli ma pure negli autori di Sanremo, che ieri sera ci hanno servito su un Ariston d’argento quattro ore e passa di Scusate il sessismo + femminismo for dummies al termine delle quali, con una paresi facciale e molta voglia di trasferirci a Teheran, siamo andate a letto struccate dalle lacrime della vergogna – guarda il lato positivo, un’incombenza in meno e molta acqua micellare risparmiata.

  

Delle canzoni parleremo un’altra volta, magari tra un anno, quando e se saremo riuscite a mondarle dai monologhi progresso di Diletta Leotta e dal Franca Rame reloaded show di Rula Jebreal e da quel “siamo petali di vita e la violenza non ha giustificazione, respiriamo su un pianeta senza aria perché il buio non ha nome” cantatoci in faccia da Tecla, serafica sedicenne vestita senza alcun senso delle istituzioni, lo stesso che le è mancato quando ha accettato di intitolare “Otto marzo” il pezzo che contiene quel verso devastante.

 

 

 

Siccome siamo passoavantiste e molto poco permalose e andiamo di fretta e non diciamo un altro sì neanche al postino se s’azzarda sul serio a suonare due volte, vogliamo fare sapere alla Rai che abbiamo inteso il messaggio, e in fondo ringraziamo l’azienda per averci mostrato e dimostrato che il paese reale non è quello che per settimane ha brigato contro Amadeus patriarca minore minacciando di boicottare uno spettacolo che paga in bolletta. E no. L’Italia reale è la platea dell’Ariston che si alza in piedi per cantare meglio “Felicità” di Albano e Romina, a chiusura di un medley dei loro successi presentato da Romina Carrisi, una passante che s’è poi scoperto essere figlia loro, ma dai, ma che coincidenza, e noi che pensavamo che lo sketch fosse un’anticipazione del Padrino parte quarta. Il paese reale è quello che riserva un applauso scrosciante alla nonna di Diletta Leotta, che sua nipote pone come esempio di fulgida felicità in quanto per cinque volte madre e per tre volte nonna, a chiusura di concione contro la bellezza esteriore, fatto di culo e non di merito, e contro la giovinezza, fatto di clima e non di voglia, e invito a essere come questa malcapitata ottantacinquenne sul cui volto non c’era che spaesamento – alcune passoavantiste, quelle della fronda radicale e perfida, hanno avanzato l’ipotesi che alla signora fossero stati dati auricolari nei quali qualcuno le raccontava che ciò a cui stava assistendo era la cerimonia di dottorato di sua nipote. Paese che non ha più campanelli ma nonni sì, e sono sempre o partigiani o grandi spacciatori di aforismi o prove viventi di come alla fine i figli si possano sempre fare, di cosa vi lamentate voialtri millennial, noi abbiamo partorito tra le bombe, datevi una mossa. Paese che se pure la nonna muore la mette in freezer per continuare a intascarsene la pensione (vedasi film di Stasi e Fontana, per l’appunto “Metti la nonna in freezer”).

 

 

Vedete che succede a imbestialirsi per il sessismo in controluce di un conduttore che elogia la bellezza delle sue vallette e la di esse virtù di starsene un passo indietro al maschio? Succede che quello poi dice di Leotta che “è laureata in Giurisprudenza, non lo sapevo”, che è il 4G di quell’indimenticabile “Avrei voluto esser nata nel 1942 per vivere la Seconda Guerra mondiale, ma tanto il militare non l’avrei fatto perché sono donna”, che Alice Sabatini ci regalò quando la eleggemmo Miss Italia, un lustro fa.

  

Succede che sempre quel conduttore patriarca minore chiede a Rula Jebreal di aiutarlo a non fare gaffe, come se davvero gliene fregasse poi qualcosa di scivolare su un’altra buccia di banana o altre mille, e infatti mentre lui è il solo a divertirsi sul palco insieme a un formidabile Fiorello e a un indimenticabile Tiziano Ferro, a Leotta e Jebreal tocca l’onere dei recitativi dell’espiazione, durante i quali ad Amadeus è semplicemente richiesto lo sforzo di mantenere un’espressione contrita. Non c’è centimetro di passo avanti che non dobbiamo conquistarci sudando come dopo tre ore di spinning, altroché. 

   

 

I chilometri di passi indietro che Sanremo ha fatto ieri sera non li ha recuperati neppure quando a Tiziano Ferro è mancata la voce sul finire di “Almeno tu nell’universo” ed ha pianto per l’emozione, per l’inadeguatezza, per la sfida persa, per la bellezza disturbata, e poi dall’alto del suo essere Tiziano Ferro ha anche detto che si scusava e che in fondo era andata come doveva andare, perché Bruno Lauzi, che quella canzone l’ha scritta, lo aveva sempre detto: per un uomo è impossibile cantarla. Perché un uomo conosce quella sofferenza, quella solitudine, sa e vede l’appiglio che la vita di un altro diventa per chi s’illude che l’amore vaccini gli amanti dalla delusione, migliori gli amati e li allontani anni luce dalla marmaglia che è il mondo. L’uomo conosce ma non capisce il male che fa quell’unicità tradita. Non lo capisce perché non lo sente. La voce che muore in gola a Tiziano Ferro questo è: la prova che le donne possono cantare le canzoni degli uomini e non viceversa, perché le donne cadono in un pozzo, aveva ragione Natalia Ginzburg, e gli uomini no. E Tiziano Ferro ha fatto lui un passo indietro, da maschio, da uomo, e ha detto, ha ammesso, io non sono capace, io non ci riesco, io non posso, e la ragione è facile, è perché sono un uomo, sono soltanto un uomo.

  

 

E noi passoavantiste siamo quasi morte di commozione, e la statua di sale in cui lo Scusate il Sessismo ci aveva ridotte s’è sciolta e siamo tornate in noi, in armonia con il direttore della Rai, in dolcevita Ne me quitte pas e sorvegliato sdegno, immobile mentre tutti, intorno a lui, scorrevano e saltavano e cantavano che la felicità è un bicchiere di vino e una famiglia disfunzionale tradizionale e cinque figli e settanta nipoti, uno per ogni Sanremo.

 

Confidiamo in stasera, e in qualche ragazza di Porta Venezia.