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Rula, la madre e le ragazze palestinesi

Sanremo era l’occasione per denunciare i delitti d’onore nel mondo arabo

Ha toccato tanti il monologo di Rula Jebreal dal palco di Sanremo. E come non poteva? “In Italia ogni tre giorni viene uccisa una donna”, ha detto Rula. “Nell′’80 per cento dei casi il carnefice non deve bussare alla porta perché ha le chiavi di casa. Sono cresciuta in un orfanotrofio, insieme a centinaia di bambine: la sera ci raccontavamo le nostre storie tristi, che toglievano il sonno. Erano le storie delle nostre mamme: stuprate, uccise. Mia madre ha perso il suo ultimo treno quando io avevo cinque anni: si è suicidata, dandosi fuoco. Il suo corpo era qualcosa di cui voleva liberarsi perché era stato il luogo della sua tortura. Brutalizzata e stuprata due volte: la prima da un uomo a tredici anni, la seconda da un sistema che non le ha permesso di denunciare”. Una storia importante, finita anche in un film e che al di là di ogni polemica meritava di essere ascoltata a cuore aperto. Non si tratta però soltanto di una storia di femminicidio, ma si tratta anche di una storia che avrebbe potuto portare la giornalista a riflettere sulla condizione difficile vissuta da molte donne nella società palestinese.

 

Lo scorso agosto, come molti ricorderanno, è stata uccisa Israa Ghrayeb, la ragazza palestinese di 21 anni picchiata a morte dai fratelli e dal padre, e la cui vicenda ha portato a manifestazioni di strada a Ramallah. Perdita della verginità, relazioni sessuali non approvate, abiti “occidentali”, rifiuto del velo, ribellione a un matrimonio forzato: sono alcune delle “cause” che portano alla morte di tante di queste ragazze. Ragazze la cui sorte è spesso oscurata dai modelli palestinesi scelti dalla propaganda occidentale. Come Ahed Tamimi, la diciassettenne palestinese rea di istigazione al terrorismo e di reiterate aggressioni ai soldati israeliani a favore delle telecamere europee. Quasi mai all’opinione pubblica occidentale si racconta delle ragazze palestinesi uccise in nome della sharia, dei gay palestinesi costretti a riparare al di là del “muro” di Israele, degli atei palestinesi imprigionati a Ramallah e fuggiti in Francia (come Waleed al Husseini). Peccato che Rula non ne abbia parlato. Sarebbe stato un modo per schierarsi in tutto e per tutto dalla parte dei diritti e della libertà.