L'arte di comunicare la realtà attraverso il design

Nella seconda stagione della docuserie Abstract lo sguardo narrativo si amplia e va alla ricerca di professioni non così note al grande pubblico e di personaggi che hanno fatto della loro passione un mestiere 

Gaia Montanaro

“L’arte come mezzo attraverso il quale fare esperienza del mondo”. La frase la pronuncia Olafur Eliasson – noto architetto, designer e artista – nel primo episodio della docuserie di Netflix Abstract: the art of design ma il concetto ritorna spesso nelle puntate successive. Come a indicare che per i protagonisti di questa seconda stagione della serie, il design rappresenta uno strumento di conoscenza – e di comunicazione – della realtà.

 

Anche per questo, forse, lo sguardo narrativo si amplia e va a indagare alcune declinazioni di design non sempre immediatamente riconducibili all’arte in senso stretto che però permettono allo spettatore di allargare il proprio sguardo e conoscere professioni non così note al grande pubblico e personaggi che hanno fatto della loro passione un mestiere. Se infatti molto conosciuto è il lavoro dell’artista danese-islandese Olafur Eliasson che con le sue istallazione ad alto impatto socio-ambientale (vedi tra le altre i piccoli pannelli solari domestici che portano luce ed energia elettrica nelle abitazioni dei paesi africani) propone una visione dell’arte come “capacità del mondo di indagare e avere una relazione intima con sé stesso”, meno note al pubblico italiano sono figure come la costume designer Ruth Carter (premio Oscar quest’anno per i costumi del film Black Panter) o il digital designer Ian Spalter (suo ad esempio il restyling della app di Instagram). Nella sua casa ipertecnologica nel cuore della Silicon Valley sovrappopolata da uno stuolo di bambini, Spalter applica il design alla tecnologia cercando di creare nuove aspettative e anticipando i desideri dei suoi prestigiosi clienti (un nome fra tutti: Nike). Pur muovendosi in un ambiente propulsivo e iper tecnologico dove i tempi sono frenetici e incalzanti, il designer californiano afferma che nel proprio lavoro cerca di creare “uno spazio per fare esperienza del mondo in modo non immediato”.

 

Focalizzato sull’esperienza – per giovani e meno giovani – è anche il lavoro della designer di giocattoli Cas Holman. Filiforme e androgina dai tratti somatici irlandesi, la Holman progetta giocattoli che sviluppino le capacità creative e inventive dei bambini come il Rigamajig, una sorta di enorme Lego – adottato come strumento didattico persino dalle scuole orientali – che assemblato in modi sempre differenti dà vita a esperienze ludiche ogni volta diverse. Dietro i suoi lavori c’è una filosofia precisa: disegnare le circostanze attraverso le quali il gioco arriva. Perché - come dice la stessa designer - il gioco è condivisione e rende possibile imparare quei valori in qualche modo civili che poi regoleranno l’età adulta.

 

Per quanto riguarda la quota graphic design, dopo averci abituato bene lo scorso anno con le illustrazioni di Christoph Niemann, in questa stagione ci si dedica al mondo della tipografia con i lavori di Jonathan Hoefler. Il suo studio di design tipografico – che vanta clienti come il Wall Street Journal e il Guggenheim Museum – si concentra sulla creazione di nuovi caratteri che riescano a comunicare un significato al di là di quello delle parole che formano. Con una serie di escamotage pratici come l’utilizzo della spaziatura, le inclinazioni delle lettere e le legature tra le singole lettere, Hoefler cerca di definire caratteri sempre identitari che raccontino un contenuto – ed abbiano quindi una “qualità emotiva” – attraverso il segno grafico.

 

Dulcis in fundo la bio-architettura, materia avveniristica e un filino impalpabile per lo spettatore medio che però viene catturato dalla magneticità di Neri Oxman. La bellissima designer e architetto israeliana ex ufficiale dell’esercito, ha oggi una cattedra al MIT Media Lab di Boston dove progetta – con una squadra di cervelloni – la creazione di materiali ecologici (ispirati alla natura) in cui gli elementi viventi siano inseriti negli stadi di fabbricazione. Una sorta di taglia e cuci tra le varie componenti organiche esistenti in natura e materia biologica appositamente creata. “Per costruire in grande dobbiamo pensare in piccolo” dice la Oxman. Forse questa è la chiave che utilizza il design per abbellire il mondo.

Di più su questi argomenti: