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Lo psicoanalista da fiera Recalcati parla d’amore senza sapere cosa dice

Uno spettacolo in televisione da non perdere

1 Settembre 2019 alle 06:06

Lo psicoanalista da fiera Recalcati parla d’amore senza sapere cosa dice

Massimo Recalcati

Massimo Recalcati in tv che ci spiega che cos’è l’amore è uno spettacolo da non perdere. Sono incappato in lui in una sera d’agosto nella pausa tra un giallo e un altro. Con questo psicoanalista da fiera, lo show culturale fa un passo avanti e qualche altro indietro. Benché in età più avanzata, con Recalcati nasce un nuovo Baricco, un’altra gallina dalle uova d’oro per il suo editore. Terapeuta, pensatore, commentatore a tutto campo dell’attualità, uomo di sinistra doc, narciso inossidabile nella sua inibizione a sorridere e ora televisivo uomo di spettacolo nonché ascoltato allievo e seguace di Jacques Lacan, il più idolatrato contaballe abissali della psicanalisi negli anni del suo declino.

 

Recalcati è profondo e banale, misterioso, intensamente uomo eppure un po’ femmineo. Il tecnico delle luci ce lo dà sempre in penombra. Scolpisce tra luci e ombre il suo assorto profilo. Perché Recalcati è comunque soprattutto una cosa: è sempre in posa. Iperpronuncia ogni parola, martella ogni sillaba e poi le porge a due mani, mani espressive e mobilissime, che tuttavia fanno pensare a quelle di Fausto Bertinotti quando favoleggiava di rifondazioni comuniste. Recalcati naturalmente cita anche Jacques Derrida, ricorda Ulisse, propina al pubblico, definendola bellissima, una penosa lirica d’amore di Pablo Neruda. Soprattutto, connette tutto con tutto.

 

Il pubblico, visibile lì in tv, è in estasi. Forse ipnotizzato, forse intontito. Quando quel vero uomo così perfettamente autoconsapevole di Recalcati risponde alle domande candide, appassionate, a volte quasi disperate dei suoi ascoltatori che vogliono sapere se si può o non si può promettere amore eterno, lui cosa dice? Dice che no, perché noi non siamo eterni. Se oggi ti dico che ti amo è vero, ma sarà altrettanto vero se in futuro ti dirò che non ti amo più. Poi però precisa: attenzione, guardate, io non sono un esperto dell’amore, nessuno lo è perché nessuno può esserlo. L’amore è imprendibile, inaspettato, non si può prevedere e le sue ragioni non possiamo mai precisarle. La sola cosa che si ama e si può amare (e qui Recalcati azzarda un po’ troppo) è il nome proprio della persona amata. La si ama come nome proprio: che cosa amo in Valentina? Amo Valentina, il suo nome…

 

C’è da riflettere, amici miei. Ma allora il Recalcati lo è davvero un esperto dell’amore! Solo che non lo è, perché si sbaglia. Nessuno che non sia un linguista alienato e borderline, ama un nome, per quanto sia il nome della persona amata. Amo A o B o C o X o Y per il loro colorito, il loro sguardo, i loro lineamenti, il loro modo di sorridere, le loro gambe e i loro piedini, la loro arguzia, la loro voce, la loro onestà, i loro capricci, le loro docilità, le loro disubbidienze, il loro passato famigliare, le loro voglie o le loro svogliatezze erotiche, la loro istintiva saggezza o la balenante follia, i loro gusti, le loro testardaggini, il loro grande cuore, le loro indifferenze… Poi, certo, si chiameranno Carla o Irene, Chiara o Sara, Giulia o Nicoletta, Gabriella o Simona, Giovanna o Annalisa, Rosa o Maria, Sabrina o Margherita: ci sono nomi che mi piacciono di più e altri di meno, ma quella passione dell’“amore nominale” teorizzato da Recalcati, allievo del francese Lacan, con la sua fissazione tutta francese per le parole, i nomi, i suoni vuoti di contenuto, ecco, questo è un po’ troppo… Professore, non esageri. Se certi nomi mi piacciono è perché mi fanno pensare alle donne che li avevano. Non è per niente vero che tutte le qualità mentali e fisiche in fondo non sono niente, mentre il nome in fondo è tutto…

 

Sto cercando assurdamente di attribuire una logica più o meno discutibile a quello che dice Recalcati, prima martellando le parole e poi porgendole al pubblico con le astratte figure da teatro giapponese delle sue seduttive mani. Chissà che cosa voleva dire in tv il professore di amore. Perché si fissa sul nome proprio? C’è sotto qualcosa? Forse gli piace il suo, di nome? E’ probabile. Non è la prima volta che noto quanto può diventare pericoloso per il proprio equilibrio psichico chiamarsi Massimo. Quale superlativo supera il massimo? Ovviamente nessuno. Massimo in che cosa? In questa, in quella, o in quell’altra cosa? No, il massimo in generale, in astratto, in assoluto, una volta per tutte, a scorno di tutti gli altri, condannati all’invidia. Massimo Recalcati è certo di essere, non invidiabile, ma invidiato. Non sospetta di essere molte altre cose al di qua e al di là di Massimo. Insomma: non sa e non sospetta di essere ridicolo quando parla di amore in tv come ne parla. Un uomo che come lui non sorride e non ride mai, che cosa saprà dell’amore?

Alfonso Berardinelli

Roma 1943. Critico letterario e saggista, si è dimesso dall’insegnamento universitario nel 1995, lavora oggi fra editoria e giornalismo, dirige la Scheiwiller Prosa e Poesia. Fra i suoi libri: “L’esteta e il politico: sulla nuova e piccola borghesia” (1986), “L’eroe che pensa: disavventure dell’impegno” (1997), “Autoritratto italiano” (1998), “Stili dell’estremismo” (2001), “La forma del saggio” (2002), “Che noia la poesia” (2006, con H. M. Enzensberger), “Casi critici: dal postmoderno alla mutazione” (2007), “Poesia non poesia” (2008).

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