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Chi ci può salvare dai supereroi del giustizialismo? Una serie tv cafona

“The Boys” su Amazon Prime è perfino peggio della realtà

Giulia Pompili

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pompili@ilfoglio.it

14 Agosto 2019 alle 06:00

Roma. “Fatemi dire una cosa. Sono felice di essere qui, davvero. Una tragedia ha colpito il nostro paese questa settimana. Non usiamo mezzi termini: l’America è sotto attacco. Qualcuno vorrebbe che io salissi su questo palco a dire banalità con un discorso di circostanza, istituzionale. Ma non voglio, non posso. Sapete perché? Perché credo che quello che Dio vuole da me è che io vada là fuori, trovi i luridi bastardi che hanno organizzato l’attacco in qualunque grotta si nascondano e li porti di fronte a una cosa chiamata giustizia divina! Questo è quello che penso! E’ la cosa più americana che si possa fare, la cosa giusta che va fatta! E invece no, perché sembra che io debba chiedere il permesso al Congresso! Giusto? Io dico no! Io rispondo a una legge superiore!”. Non è difficile immaginare il presidente americano pronunciare un discorso simile, o per restare più vicini, diciamo a casa nostra, pensare che possa essere stato qualcuno che brandisce il rosario al termine dei comizi come fosse, appunto, la testimonianza di una legge superiore alla quale risponde. A pronunciare quelle parole è invece il Patriota, personaggio principale di “The Boys”, serie tv da poco su Prime Video.

 

L’attacco di cui parla il biondo, fighissimo supereroe interpretato da Antony Starr è un dirottamento aereo da parte di alcuni estremisti islamici. Essendo supereroe volante e dotato di sguardo inceneritore, qualche ora prima aveva raggiunto l’aereo di linea insieme con la sua compagna, Queen Maeve (l’attrice Dominique McElligott), aveva fatto fuori gli estremisti e poi, tra un sorriso a trentadue denti e l’altro, ops!, aveva incenerito pure la plancia di comando con comandante. Mentre l’aereo precipita, Queen Maeve – presa da un raro momento di empatia – supplica: “Almeno salviamo la bambina!”, e il Patriota replica: “Così che racconti al mondo come li abbiamo lasciati morire tutti? Non se ne parla!”.

 

“The Boys” è il populismo applicato ai supereroi, che non sono per niente buoni: sono influencer, e l’unica cosa di cui si preoccupano “è la loro reputazione”. Tratta dall’omonimo fumetto scritto da Garth Ennis e disegnato da Darick Robertson nel 2006, oltre al plot tradizionale degli anti eroi che combattono i finti eroi – in un modernissimo cortocircuito in cui non si salva nessuno – gli otto episodi della prima stagione della serie tv sono ambientati ai tempi di Facebook, di Instagram e Twitter, dei ricatti sessuali con video rubati, ai tempi dell’hate speech strumentalizzato, degli accordi di riservatezza quando i supereroi si mettono nei guai (come quando “l’uomo più veloce del mondo” investe una ragazza su un marciapiede e la disintegra, in una delle migliori sequenze slow motion/splatter del cinema).

 

Un gruppo di ex mercenari della Cia ha capito il gioco dei supereroi e vorrebbe demolire l’aura di intoccabilità che si sono costruiti, ma deve far fronte all’opinione pubblica contraria, che preferisce di gran lunga i vendicatori alle noiose regole della democrazia e dello stato di diritto. Il colosso che gestisce i “Sette”, cioè l’élite dei supereroi, produce una montagna di soldi grazie ai diritti di film, merchandise, comparsate e bagni di folla. Un ufficio di “monitoraggio crimini” li indirizza verso i delitti più televisivi, costruisce l’immagine di ognuno e la narrazione del personaggio. In sostanza i supereroi sono eterodiretti, il loro mestiere è soltanto quello di apparire e sorridere durante le lunghe sessioni di selfie. Il giustizialismo è l’arma segreta del supereroe-leader, la macchina perfetta per aumentare l’indice di gradimento. Ricorda qualcosa?

Giulia Pompili

Giulia Pompili

Giulia Pompili è nata il 4 luglio. E' giornalista del Foglio dove scrive soprattutto di Asia – nel 2012 ha vinto il premio giornalistico "Umberto Agnelli" della Fondazione Italia Giappone. Recita a memoria i test missilistici di Kim Jong-un, ma pure le canzoni degli Afterhours. E' terzo dan di kendo.

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