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Tutti padri a Sanremo 2019. Intanto Motta e Nada sono il miglior duetto del Festival

Tra i cantanti in gara solo Motta e Bertè si sono fatti affiancare da qualcuno che ha rafforzato, se non addirittura migliorato, le loro canzoni

9 Febbraio 2019 alle 11:06

Tutti padri a Sanremo 2019. Intanto Motta e Nada sono il miglior duetto del Festival

(foto LaPresse)

Padri. A occhio, nel nostro paese sono nati meno bambini di quante volte, da marzo a oggi, i governanti dai quali ci pregiamo d’esser rappresentati hanno pronunciato il fatidico “in quanto padre”. Un “lo faccio e dico da padre” continuo ed estenuante. Neanche le madri negli anni Cinquanta usavano i figli per aureolare le proprie più turpi intenzioni e azioni con tanta insistenza. Di evaporazione del padre, poi, sono stati riempiti tanti libri quanti sono quelli di ricette. Eppure, Anna Foglietta (è rimasta sul palco così a lungo che a un certo punto s’è temuto che Raffaele fosse stata licenziata in tronco: quanta suspence ci regala la soppressione dell’articolo 18, Landini non s’azzardi a brigare per ripristinarlo), ha avuto l’ardire di sostenere che “dobbiamo parlare di più di padri”, in margine al monologo di Claudio Bisio sul disastro che è essere genitore di un adolescente. L’immagine da conservare è la felpa coi bozzi ovunque anche dove non c’è ragione che ce ne siano, come se fosse stata “indossata da qualcuno fatto di soli gomiti”. Ecco, al sedicenne che si rimprovera d’essere nato, quello della canzone di Daniele Silvestri (ma quando ce la scrive un’altra “Occhi da orientale”?), preferiamo un tragicomico ragazzetto tutto gomiti, pugni in tasca, opposizione, fango sulle scarpe, un anarchico che non è assolutamente disposto ad andare incontro a Bisio quando gli fa notare che si potrebbe stabilire l’ordine attraverso una semplice chiacchierata. “Lasci i peli nel bidet per motivi religiosi?”. No, certo che no. Lo fa perché per fare tutto ci vuole un fiore tranne che per educare: per quello ci vuole l’autorità. Paterna, l’autorità paterna. Altrimenti poi finisce che Matteo Salvini resta seduto quando, poco prima di giurare da ministro, gli passa davanti Sergio Mattarella. Una scena edificante che quel cafone di Joe Bastianich, quello con l’espressione ebete da calo di zuccheri improvviso, ieri sera ha voluto riproporci quando l’Ariston ha applaudito i membri della giuria, lui compreso: si sono alzati tutti, tranne lui. Smidollato. Ps. Ma Bastianich è migrante economico?

 

Dio. Ligabue e Baglioni hanno omaggiato Francesco Guccini cantando “Dio è morto”, che è uno dei suoi pezzi peggiori, ma il peggio di Guccini è diversi anni luce migliore di un qualsiasi versetto rap tiburtino, quindi di rinfrancarci ci siamo rinfrancati. Fabio Vassallo ha scritto su Twitter “Dior è morto”, perché neanche nella quarta puntata del festival s’è visto sul palco un vestito almeno decente. La meglio abbigliata è stata Cristina D’Avena. Per dire. 

 

Duetti. Come si vede che la coppia ci è diventata insostenibile e le cose in due proprio non le sappiamo più fare. Come si vede che non riusciamo neanche a ipotizzare di metterci accanto qualcuno che ci migliori: il massimo che riusciamo a fare è accoppiarci con qualcuno che sia facile da dominare, o che sia trasparente, irrilevante. E’ colpa dell’amore millennial, quello che chiede “Stammi vicino e tienimi lontano” (Stanza singola, Franco126). Solo Motta e Bertè si sono fatti affiancare da qualcuno che ne ha rafforzato, se non addirittura imbellito, i pezzi. Motta e Nada, che sono stati premiati come miglior duo della serata (e prontamente fischiati, probabilmente perché Motta s’è ostinato a presentarsi con addosso una camicia illegale); Bertè e Irene Grandi. Anna Tatangelo, vestita in livrea (ma perché?) ha cantato con Syria, malvestita anche lei (il gingillo più brutto di tutto il festival è il gigantesco ciondolo d’elefante che portava al collo). Sono state presentate con un “Entrambe madri!”, perché è vero che ampio spazio s’è guadagnato, nel dibattito pubblico, l’inquantopadrismo, ma l’inquantomadrismo non passerà mai, mai, mai.

 

 

Fortitudine. E’ giunto il momento di dare un giudizio pacato e imparziale: la canzone dei Negrita ha un testo meno ridicolo di altri, per esempio di Nigiotti o Carta e Shade (ieri coerentemente accompagnati da Cristina D’Avena, che nella sua immensità s’è prestata a cantare con la stessa grazia con cui ha cantato Mila & Shiro quando eravamo tutti giovani e non ancora millennial). Se non fosse per quel “sarà il peso del mio karma o della mia fortitudine”, ai Negrita abboneremmo uno sconto per l’odiosa, molesta voce del di loro cantante, quello che sembra sempre parodiare una parodia di Elvis. Ma fortitudine no, è inaccettabile. Fortitudine è la parola più brutta della lingua italiana. Sì, persino più brutta di petaloso, che almeno ha la scusa di non essere una parola.

 

 

Pausini. Laura non c’è, ci manca moltissimo, quindi Arisa pensa bene di urlare come e più di lei. Capita, quando una si sente bene. Quando una è autenticamente felice. Quando una scoppia di bisogno di farci credere che non prende più gli antidepressivi. Ha urlato un po’ anche Manuel Agnelli, in falsetto, come Ian Gillan dei Deep Purple, quando ha duettato e triettato con Silvestri e Rancore.

 

Perlomeno. Il super ospite, Luciano Ligabue, ha cantato la sua sempiterna canzone da stadio (Urlando contro il cielo), che a un certo punto dice: se il Purgatorio è il nostro perlomeno. Un editoriale breve, o se preferite una sintesi, di quello che queste ultime quattro serate sono state per gli italiani. Tuttavia, poiché Achille Lauro (la sua Rolls Royce è canzone tra le migliori, se non la migliore) non vincerà il festival grazie a chi lo ha accusato di inneggiare alla droga (non avrebbe vinto lo stesso, in realtà), e Simone Cristicchi esiste, e vuoi che il ragazzino che ha cantato di una disgraziata vittima degli abusi del padre e pure malata di cuore non porti niente a casa, tutte queste ore di espiazione e perlomeno, cari signori, stasera non saranno premiate, perché come nella migliore tradizione sanremese vincerà una canzone orripilante.

 

Dubitare. Non dovremmo fare pronostici. Dovremmo tentare di farci sopraffare dal mistero. Smettere di chiederci cosa accidenti ci sia nella pochette nera di Loredana Bertè, perché il pubblico impazzisca per Simone Cristicchi, come mai Valsoia abbia girato uno spot (il più trasmesso nelle pause pubblicitarie della diretta dall’Ariston) con un bambino che mangia un cornetto senza colesterolo. Arrendiamoci al senso, tanto un senso non c’è. Però poi, quando meno ce lo aspettiamo, sale sul palco Anastasio, che si dice “sicuro solo d’essere insicuro”.

Simonetta Sciandivasci

Nata a Tricarico nel 1985 e cresciuta tra Matera e Ferrandina, ora vive a Roma, senza patente. Libri, uno: La Domenica Lasciami Sola (Baldini&Castoldi, 2014). Scrive su Il Foglio, Linkiesta, Rolling Stone, La Verità. È redattrice di Nuovi Argomenti.
Tanto vale vivere.

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Commenti all'articolo

  • giuseppek

    09 Febbraio 2019 - 16:04

    Succube della generale atmosfera, a Bisio piacerebbe farci credere che i giovani hanno vinto sui loro adulti padri, come da sua espressa convinzione. Arduo è poter capire il senso di vittoria di chi considera una reato l'essere venuto al mondo. Costoro tutti godranno presto di una rivincita molto personale: quella di essere la prima generazione senza eredi e quindi anche l'ultima. Benvenuti nell'ultimo giorno della storia umana.

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