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Homecoming e la forma che diventa sostanza

La serie tv interpretata da Julia Roberts è un’architettura perfetta, senza sbavature, che tiene incollato lo spettatore. Da vedere in questo fine 2018

30 Dicembre 2018 alle 06:00

Ci sono serie tv di cui è difficile scrivere perché sono prodotti così conchiusi e drammaturgicamente compiuti che si rischia di fermarsi ad una mera analisi formale, che ne esalta – a ben ragione - la confezione senza tentare di andare a fondo della narrazione e quindi del suo significato profondo. Homecoming è una di queste. Uno dei prodotti più sofisticati delle ultime stagioni televisive. Solo la confezione di questa serie drammatica in dieci episodi, prodotta da Amazon Prime e interpretata da Julia Roberts, meriterebbe un discorso a parte.

 

La qualità visiva, le scelte registiche piene di citazioni che ne esaltano l’estetica e si fanno esse stesse drammaturgia (visiva ma pur sempre drammaturgia), la pasta cromatica densa – che arriva a distinguere anche visivamente le due linee temporali diverse in cui si svolge il racconto. Tutti questi elementi hanno una forza attrattiva nella narrazione ma c’è di più, molto di più. C’è la grande scrittura, quella talmente ben calibrata che quasi non si vede ma si percepisce. Eccome. Che ti avvolge e ti porta fino all’ultimo episodio.

 

Perché Homecoming è prima di tutto un thriller psicologico e nei thriller tutto deve funzionare alla perfezione. È una storia di genere che parla di un tema gigantesco e di grande attualità come quello del reinserimento dei reduci di guerra nella società americana, che in questo caso si rivolgono all’Homecoming Transitional Support Centre e alle cure della psicoterapeuta del centro Heidi Bergman – una Julia Roberts di strepitosa bravura. Ma fin da subito si capisce che le cose non sono come sembrano e che quel Centro nasconde segreti e finalità ben diverse da quelle che vengono professate. Si entra quindi in una racconto complesso, quasi distopico nella percezione degli spettatori – in questo senso non trascurabile il fatto che il creatore della serie sia Sam Esmail, già ideatore di Mr Robot- in cui man mano che cresce il rapporto tra Heidi e uno dei suoi pazienti, il soldato Walter Cruz, cresce anche il desiderio di scoprire cosa sia successo davvero alla psicologa che pare quattro anni dopo avere completamente dimenticato la sua esperienza lavorativa presso il Centro.

 

Il ritmo diventa quindi sottile e tensivo aumentando sempre di più ma a questo corrisponde paradossalmente una sempre maggior dilatazione della parola, nucleo centrale in tutto il racconto. Homecoming infatti nasce – apripista in questo senso – come un adattamento di un podcast omonimo scritto da Eli Horowitz e Micah Bloomberg, futuri showrunner della serie. Insomma: Homecoming è un’architettura perfetta, senza sbavature, che tiene incollato lo spettatore per la sua ricercatezza formale e la sua compiutezza narrativa. Ci racconta una storia che in fondo ha in sé una positività ultima e tocca, tra gli altri, il tema del sacrificio e del perseguire ciò che è giusto. E lo fa con fulgida e manifesta bellezza.

Come a dire: la forma è sostanza. Almeno per questa volta.

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