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X Factor è la prova che la meritocrazia proprio non ci batte nel petto

Non ce la facciamo a fidarci dei più bravi, né ad innamorarci di chi è più simpatico che bello. Per Agnelli, Naomi non esprime "emozionalità" 

30 Novembre 2018 alle 09:42

X Factor è la prova che la meritocrazia proprio non ci batte nel petto

Naomi canta Like The Rain (Unpredictable). Foto dalla pagina Fb di XFactor

I matrimoni che finiscono in divorzio breve sono quelli dove almeno un testimone, il giorno della cerimonia, si presenta vestito com'era vestito ieri sera Leo Gassman e cioè da carabiniere a cena fuori con una che ha conosciuto su Tinder. La camicia nera a maniche corte attillata come un body, i pantaloni parimenti neri e parimenti attillati, la scarpa comoda, la cinta stretta di vernice, i capelli con la riga al centro e arruffati apposta. Gli italiani da casa, nonostante questo, hanno salvato lui e mandato via Sherol Dos Santos, che mentre loro televotavano se la rideva e se la ballava accanto a lui, convinta che il pubblico televisivo sia come quello delle librerie di quartiere e preferisca quindi le storie di riscatto a Beverly Hills 90210. Illusa. Meritava di uscire? Sì, maledizione, ma non contro Leo Gassman, un Massimo Di Cataldo che non ce l'ha fatta – o forse ce l'ha fatta ed è proprio quello il guaio –, che scrive versi come "gli angeli sono rondini che migrano per noi" e ha confuso il palco con il video di Vogue di Madonna. Strike a pose. Una posa continua. Un calendario Pirelli animato per teenager. Ieri ha cantato "La terra degli uomini" di Jovanotti e l'ha trasformata in un pezzo (brutto e ubriaco) di Michele Zarrillo. Persino i giudici, sempre troppo magnanimi con lui, tanto che viene voglia di rimpiazzarli con Davigo, hanno espresso moderate perplessità. Fedez gli ha detto che non solo ha invecchiato il pezzo, ma è parso più anziano di Jovanotti mentre lo cantava. Lo ha ripreso sull'affettazione persino Lodo, aggiungendo poi che il segreto di Jovanotti è che "quando canta non ti accorgi che sta cantando" – prego? Scusi, Guenzi, vuole forse dire che noialtri ascoltatori di Jovanotti siamo come Corrado Guzzanti in quello sketch sul sesso matrimoniale con Carla Signoris che spolvera e lui che si struscia contro un cuscino, convinto che quel cuscino sia sua moglie, e quando finisce le domanda se le sia piaciuto? Evitiamo di infierire ricordando a tutti che su Vanity Fair di questa settimana, alla domanda "cosa significa essere di Bologna?", lei ha risposto: "Significa che ho girato per centri sociali". Ops.

   

Però una cosa buona e giusta l'ha fatta, il Guenzi, ieri sera: ha detto a Martina Attili che la sua esibizione è stata deludente. Certo, lo ha fatto come fa il fidanzato che si sente in colpa quando ti lascia: ti elenca tutte le ragioni per cui sei magnifica e unica e bellissima e poi aggiunge che non è pronto, o che tu sei troppo, o che ha l'epatite C, o che sua madre non approva perché tu sei episcopale e loro sono ebrei; e poi ti dice che dopodomani si trasferisce dalla sua psicoterapeuta (dove ha trascinato anche te, per un periodo). A Martina Attili nessuno dirà mai la verità, e cioè che non ci piace abbastanza, perché nessuno ammetterà mai che il suo più grande talento è l'antipatia e non, come sostiene Agnelli, la sua capacità interpretativa. Ieri sera ha straziato Bjork e lo ha fatto con un'arroganza tale da rendere evidente che per lei conta molto di più la performance della musica (in questo, è figlia del suo tempo), più il timbro del suono, più il suono del senso.

  

Naomi, sempre meno Tina Pica e sempre più Baby K, ha cantato "Look at me now" e lo ha fatto senza neanche un errore, con una perfezione molto più calda rispetto a quella un po' trigonometrica delle altre volte, eppure ancora non è riuscita a risultare travolgente. Forse il punto (la verità?) è che la meritocrazia proprio non ci batte nel petto, proprio non ce la facciamo a fidarci dei bravi bravissimi come lei, né tantomeno a innamorarci delle più simpatiche che belle come lei. Sul suo conto, Fedez e Agnelli si sono beccati per mezza puntata e in qualche momento sono sembrati degradare verso un Belpietro versus Gumpel, ma se c'è una cosa buona di X Factor è che i bisticci trash sono banditi. Secondo Agnelli, che è ormai consolidato che in questa edizione fa la parte dell'Italia in fila alle poste, Naomi non esprime "emozionalità" (Agnelli, scusi, ma dove l'ha sentita questa parola, solo a Pomeriggio Cinque o anche da qualche altra parte? Vuole favorirci una mappa?). Fedez gli ha risposto: "Tu vuoi che pianga in un brano dove non c'è niente per cui piangere", che, ben riadattata, è anche la cosa che dovete rispondere a quelle che vi dicono che se non fate figli non potete capire.

     

Naomi ha taciuto e mantenuto negli occhi la stessa espressione di Lila, l'amica geniale, quando suo padre la lancia fuori dalla finestra e a Lenù che le corre incontro preoccupatissima, dice: "Non mi sono fatta niente" – quando vi buttano fuori dalla finestra, fatelo sempre: dite che non vi siete fatte niente. E vedrete che non vi sarete fatte niente.

    

Anastasio per pochi attimi è parso perduto e invece no, ha aggiunto un altro capolavoro al suo disco che è già oro e platino e argento e mirra (fate voi): "Nella palude ci si orienta con il cielo stellato", "gli scalini sono troppo per i piedi miei", "tutti hanno gli occhi ma non li sanno usare", sono alcuni dei versi che ha appiccicato a “Stairway to Heaven”. Lo vogliamo sindaco dello spazio.

    

Note generali. Uno. Più ci avviciniamo alla fine (evviva, cara è la fine, cantava un ex collega di Agnelli) e più è tutto un parlare di percorso. Hai l'X factor se hai fatto un percorso e, naturalmente, se hai un flow (ieri Fedez del cuore ha spiegato cosa sia un flow ma è stato del tutto superfluo, il flow lo capisce solo chi lo fa, in confronto il fuorigioco è tris). Due. Produttori, per piacere, licenziate coreografi e scenografi, non fatevi troppi scrupoli, dopotutto c'è il reddito di cittadinanza: cosa sono quei balletti da cabaret moldavo e quei costumi da horror fatto in casa? Tre. Gli ospiti. L'altra volta c'erano dei Carneadi belgi con il cantante che, interrogato sull'Italia e la lingua italiana, ha elencato dei primi piatti con fare dissacrante e meno male che non siamo cinesi sennò gli sarebbe stato inflitto un ergastolo per appropriazione culturale. Ieri, invece, ha suonato Jonas Blu, uno che in bio tiene scritto "fa musica dance" (ed è nato nel 1989!). Perché? Perché piace ai ragazzini? Ma quando ci tireremo fuori dalla dittatura dell'adolescenza, disperata Italia mia? Prima di Natale cosa ci verrà propinato, l'hip hop lussemburghese? Il Lussemburgo no, per carità: è un Belgio con la pena di morte.

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Commenti all'articolo

  • Lord98

    01 Dicembre 2018 - 00:12

    Per quanto alcune posizioni possano anche risultare condivisibili, quest'articolo è scritto con una saccenteria ed una presunzione tali da renderlo fastidioso. Oltre ad aver voluto infilare a tutti i costi citazioni fuori luogo del tutto irrilevanti (che non hanno fatto altro che distrarre dal focus del discorso anziché esplicare quest'ultimo), il tono arrogante di chi presenta con compiacenza le proprie opinioni del tutto discutibili come verità assolute largamente condivise e l'insopportabile predica all'universo adolescenziale corrotto, brutto e cattivo sempre più "schiavo" della musica "banale" e "commerciale" non fanno altro che indisporre chi legge. Su un punto però rimango d'accordo: mi sarebbe piaciuto vedere Sherol in semifinale.

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