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Pechino Express non è fatto per i “cittadini del mondo”, tipo Dibba

La trasmissione di Costantino si rivolge a tutti, dai pantofolai agli antropologi. Tranne a quelli animati dal mito del buon selvaggio

21 Settembre 2018 alle 11:04

Pechino Express non è fatto per  i “cittadini del mondo”, tipo Dibba

Costantino a Tangeri

Ci sono tanti modi di vedere Pechino Express. C’è lo sguardo ironico in cui si ride di Adriana Volpi che sollevando una cassa pesante sibila un "manco ci fosse dentro Magalli" (spoiler: purtroppo no); c’è lo sguardo camp in cui Costantino è travestito da marinaretto (con noleggio di palloncini e bimba disorientata) o da suora che legge il giornale al bar, entrambe versioni estemporanee d’agente sotto copertura a Tangeri, luogo di partenza di questa gara tra Marocco, Tanzania e Sud Africa (e diciamolo subito, saranno contentissimi i salviniani: almeno uno dei concorrenti è un rapper nero, e lo abbiamo rispedito a casa); c’è lo sguardo del vagabondo universale, cioè di chi pratica il culto del viaggio come apertura mentale verso l’Altro, come antidoto sia al razzismo sia al provincialismo, e fa esperienza del mondo senza dover aprire un libro o infilarsi in Wikipedia (qui vi ricordo la scena di Will Hunting in cui Robin Williams sfida Matt Damon con “scommetto che non sai dirmi che odore c’è nella Cappella Sistina”, e finisce con “non c'è niente che possa imparare da te che non legga in qualche libro del cazzo”).

 

Attenzione a non diventare sciagurati “cittadini del mondo”, tipo Dibba col mito del buon selvaggio, la nostalgia del fango e delle comunità guatemalteche senz’acqua potabile; uno di quelli che al primo sorriso del povero cristo esclamano “guardali, non hanno niente e sono felici”, perché preferiscono immaginare che i poveri vivano a Topolinia. Lo sappiamo tutti che quelli che in televisione fingono d’essere buoni poi in privato sono delle iene, lo ammette anche Costantino (il quale è buonissimo).

  

C’è poi lo sguardo del pantofolaio. A vedere i concorrenti correre di continuo, rischiare un femore o un colpo della strega, sudare freddo come Roberta Giarrusso che s'immagina in un polmone d’acciaio per un incidente a 150 orari contro un carretto che sbanda, dormire sul pavimento o fare educate conversazioni a gesti con anziani semi muti che sanno solo il loro dialetto (o peggio: intrattenersi coi bambini che hanno voglia di giocare) a me manca il fiato. Ti viene voglia di un cinque stelle con infinity pool e Spa dove paghi per essere lasciato in pace (ma è quello a cui aspirano Cirilli e la Volpe, adocchiando le Mercedes), una versione moderna delle città termali ottocentesche adatte a noi che abbiamo duecento anni. Non è tanto il rischio di fratturarsi una caviglia, com’è successo a due concorrenti (prima Claudio Colica ha lasciato solo il fratello Fabrizio, poi Mirko Frezza ha lasciato solo Tommy Kuti: ne è nata una nuova coppia di superstiti, gli scoppiati), o finire a conciare pelli in acqua putrida (tanto si prendono più malattie in un Circuit a Barcellona). No. Il dramma è quel dover affidarsi completamente alla generosità degli sconosciuti, come fossimo quelle tonte di Blanche Dubois; è l’essere costretti a ringraziare (e pure essere riconoscenti ma senza nulla da contraccambiare, contravvenendo a tutto quel che sappiamo sul dono, cioè che è un ricatto, come sanno i personaggi di Agota Kristof o Sheldon Cooper). Capisco totalmente Patrizia Rossetti quando sente una stretta allo stomaco nel chiedere un passaggio a uno sconosciuto (forse è anche un po’ la fame, forse è viaggiare con la ruta); ma per questo genere di gioco bisogna avere un’alta considerazione di sé, sorridere di fronte alla sfiga, essere un po’ mitomani e credere che interpretare il ruolo d’un personaggio televisivo italiano faccia di te qualcuno di speciale anche lontano da casa (e usare la celebrità per scroccare un panino: perché cos'altro ti resta?), e quindi convincersi che la gente sia ben contenta d’aiutarti. Cioè bisogna sentirsi Valeria Marini. E però c'è un sottile piacere nello spettatore quando questo non succede, e alla richiesta di sdraiarsi nel pollaio gli autoctoni rispondono di no: fuori dalla mia proprietà privata. Anche se in genere, ammettiamo, appaiono generosi, umani, gentili e per una volta il disperato è l’occidentale che per divertimento interpreta la parte scomoda del migrante (sarà appropriazione culturale?). A parte tutto, la prima impressione di Tangeri è che è più pulita di Roma (ben frequentata in passato da gran frocioni come Dalì e Capote che facevano la spesa di amanti lì; tanto questa parentesi la tagliano).

 

Infine c’è lo sguardo che preferisco: antropologico. Hai tutte queste coppie che sono in realtà cluster televisivi per intrattenere il pubblico (un’edizione “gli etero”, poi “i maschi”, ora “i surfisti”: in quota boni; in un’altra Tina Cipollari, La Marchesa, Volpe e Cirillo: in quota disadattati elitari; in un’altra ancora Corinne Sclery, Antonella Elia e probabilmente Maria Teresa Ruta, i ciclotimici ecc), e ciò che interessa allo spettatore è come si scanneranno e faranno pace, come si comporteranno in gruppo e col proprio partner. Come si vendicheranno. Come reagiranno in situazioni limite in cui noialtri, che litighiamo con i centralinisti se non capiscono al volo dalla voce che siamo bianchi e incazzati, soccomberemmo. E non ci resta che viaggiare per procura e goderci le prossime puntate.

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