Luigi Di Maio e Bruno Vespa (foto LaPresse)

Il brutto segnale della Rai (e della Terza Camera) nei giorni del caos

Maurizio Crippa

Cosa ci dicono i due giorni a reti unificate e senza contraddittorio di Salvini e Di Maio sul ruolo di tv e servizio pubblico

Milano. La toppa peggio del buco è regola di proverbio, ma non per ciò è d’obbligo debba essere universale: dipende dalla toppa che metti. La scelta della Rai, servizio pubblico, di sostituire lunedì sera “Che fuori tempo che fa” di Fazio (reduce da un disastro stile Karius domenica sera nel microfono aperto con Di Maio) con “Porta a porta” di Vespa è stata una toppa peggio del buco. E più colpa dell’azienda, che dovrebbe essere anche istituzione, che del giornalista principe delle serate di Rai 1. Di Vespa, va più che altro notato questo: la serataccia con Di Maio sembra un ulteriore indizio che davvero sta venendo giù tutto, di quello che abbiamo fino a oggi chiamato sistema della politica: Quirinale, Parlamento e “terza camera” compresa. 

 

Ricapitolando. Tra domenica sera, subito dopo il lancio della spugna dell’avvocato Conte, e lunedì sera, le reti televisive generaliste sono state prese d’assalto da una serie di pronunciamientos, rigorosamente senza contraddittorio o con la sola interlocuzione di un giornalista (Barbara D’Urso e Fabio Fazio non sono certamente giornalisti politici). Di Battista e Meloni da Giletti su La7, Di Maio da Fazio. Lunedì “Pomeriggio 5” ha fatto da anfiteatro, o da fatidico balcone, prima a Di Maio e poi a Salvini. Una controffensiva alla mossa del presidente Mattarella tutt’altro che improvvisata, che in poche ore ha consentito di costruire lo storytelling del “golpe”, della “delusione della democrazia”, dell’Italia eteroguidata, del tradimento del volere popolare. Tutte cose palesemente non vere, ma che saranno le parole d’ordine e il sentire dell’opinione pubblica media nei prossimi mesi di campagna elettorale. Lo sappiamo già. Compreso il martirio di Paolo Savona. Non potevano, o addirittura dovevano, le televisione generaliste limitare questa presa di potere mediatico, e contribuire per quanto possibile a presentare al pubblico una ricostruzione più aderente ai fatti? Aiutare i telespettatori-cittadini elettori a comprendere meglio nozioni non semplicissime, come costituzionale-incostituzionale, sovranità e debito pubblico?

 

Non è avvenuto. Per una serie di motivi. Il più banale: la presenza televisiva senza contraddittorio – nella formula di un one to one improntato a un fair play che a volte sbraca decisamente nell’addomesticato – è ormai una formula imposta e accettata. E va detto che non ha iniziato Rocco Casalino, è sempre piaciuta molto anche a Berlusconi, a Renzi. Un altro motivo dirimente, e che va tenuto in conto, come un’attenuante generica, soprattutto per le tv private, è che esiste l’audience. Martedì sera Nicola Porro con “Matrix” ha fatto un ascolto record, 10 per cento; è andato oltre la media anche Mentana su La7. Ma il picco di ascolto a “Matrix” lo ha fatto Di Maio, 16 per cento. Poi è arrivato Martina, poveretto, e ha perso un milione di contatti. Tradotto: non è la tv che crea (da sola) il populismo, la tv intercetta quello che il pubblico (popolo?) preferisce vedere e seguire.

 

Ma c’è modo e modo di assecondare. Cedere alla pretesa del pronunciamiento è un errore di grammatica e di democrazia. Ed è l’errore che ha compiuto Vespa, e la Rai con lui. Da Vespa, sul servizio pubblico, è andato in onda un comizio del capo di un partito che ha il 32 per cento (dunque, fino a luglio almeno, non ha il consenso del restante 68 per cento degli altri italiani-spettatori). Poi, dopo uno stacco, a “Porta a porta” è arrivato il pd Guerini. E non c’è nemmeno da domandarsi quale sia la narrazione passata per vera, o più efficace, nella testa degli italiani. Vespa poteva scegliere un format diverso? E’ un grande professionista e risponderebbe di no, con molte giustificazioni giornalistiche. Ma a “Matrix” quanto meno gli ospiti intervistati da Porro sono stati quattro: Salvini, Martina, Meloni e Tajani (in collegamento). Non sarà il Peripato di Atene della democrazia televisiva, ma è già meglio. In più, Mediaset non è la televisione pubblica. Non è vero che non si poteva fare meglio. L’errore di Vespa è avere avallato lo stile golpista e anti istituzionale. Ed è un segnale di debolezza, più che suo ovviamente di una Rai nel panico e nel caos. Lo era domenica sera (solo la Rai non è riuscita ad allestire uno speciale, con quel che era accaduto, e ha buttato la patata bollente nella padella inadatta di Fazio). Il servizio pubblico non ha saputo assolvere il suo compito di costruire un racconto più sfaccettato e veritiero. Segnali.

  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"