cerca

A casa tutti bene

Ci sono voluti tanti anni per diventare giovani e sperare che Sanremo sia soltanto Sanremo

7 Febbraio 2018 alle 21:20

A casa tutti bene

Foto LaPresse

"A casa tutti bene" è il titolo del nuovo film di Gabriele Muccino, con Pierfrancesco Favino e moltissimi altri, con Stefania Sandrelli che dice: “Le vite normali non esistono”: si litiga, si canta e ci si abbraccia. A casa tutti bene è anche questo Sanremo di Claudio Baglioni: ci conosciamo da sempre, canteremo per sempre Mille giorni di te e di me e Bella senz’anima. Come nello sketch di Pierfrancesco Favino che non dovrebbe cantare, solo parlare, recitare Leopardi, ma non resiste (“le so tutte”) e si butta sulle canzonette. Perché le conosciamo bene, perché ci sentiamo a casa. Così questo festival di canzoni vecchie e nuove ci riscalda e muove i ricordi. Come quando rivediamo un parente dopo tanto tempo, o un compagno di liceo, ed è cambiato, certo, è invecchiato, magari si è tinto i capelli come i Pooh (quest’anno divisi, quindi moltiplicati) e però è sempre lui e noi siamo contenti che ci sia. Per avere qualcuno di cui sparlare, ma anche per ritornare là, tutti insieme. Claudio Baglioni è un pezzo della nostra vita, anche se cerca di non farlo pesare, anche così magro e in smoking e in imbarazzo, e Fiorello che la prima sera gli ha rubato la canzone di bocca è esattamente ciò che siamo noi, quando guardiamo Gianni Morandi, Roberto Vecchioni, Ornella Vanoni, Ron: li afferriamo, li rubiamo ma solo perché li consideriamo nostri. Nostre le parole canzoni, nostre le rughe sulla faccia, nostri quei modi di stare sul palco, nostro anche il loro cambiamento, e gli sbagli. Nostro, totalmente nostro Pippo Baudo. Quando martedì sera Laura Pausini ha promesso di guarire entro sabato, ed era senza voce, era nostra, e la sua rassicurazione famigliare (“mi sto curando, starò meglio, arrivo, non vi preoccupate”) ha fatto il picco di ascolti, ma lei era anche al posto nostro, sul divano a guardare, a sparlare, a ricordare, e infatti ha detto: “E’ una goduria”.

   

“E’ una goduria” è anche annoiarsi, pensare: ma che brutta canzone, ma che brutto vestito, ma che cos’ha fatto quel cantante alla sua faccia?, e quanto sorride Michelle Hunziker, quanti denti che ha. Quest’anno niente astrofisici, solo canzonette vecchie e nuove (in attesa del responso su Ermal Meta e Fabrizio Moro, se è vecchia o se è nuova), e canzoni vecchie fatte in un modo nuovo, che però ci permetta di guardarci ancora allo specchio. Non è una grande novità, e contiene in sé la malinconia, e il tempo perduto, ma perché la malinconia è sbagliata? Ornella Vanoni, dopo avere cantato Imparare ad amarsi, ha detto che ci sono voluti tanti anni per diventare giovani. Per sedersi a guardare Sanremo, sperando che sia nient’altro che Sanremo.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • carlo.trinchi

    07 Febbraio 2018 - 23:11

    Ma perché ci sediamo a guardare Sanremo? Perché contuiamo a rimanere comunisti e democristiani? Perché se proviamo a cambiare diventiamo berlusconiani o grillini o salviniani? E pure anche meloniani? Questo è il Sanremo che è in noi e non riusciamo a voltare pagina e a non far si che Sanremo sia la faccia di un popolo che ha fatto della nostalgia un confine ma pure un limite. Di Sanremo oggi è rimasto il nome ma noi continuiamo a voler credere al Sanremo di Nilla Pizzi, Villa e Celentano, come rimanere comunisti e democristiani. Cambiare ma rimanere quasi uguali. Questo è il limite, questo è il confine. E dentro casa quasi tutti bene.

    Report

    Rispondi

Servizi