I siti dell'Unesco, Alberto Angela, i social e il paese che si può vedere

La tv non del rancore e l'orgoglio dello spettatore (elettore)

Maurizio Crippa

Email:

crippa@ilfoglio.it

7 Gennaio 2018 alle 06:00

I siti dell'Unesco, Alberto Angela, i social e il paese che si può vedere

Alberto Angela (foto LaPresse)

I social media sono siti strani, luoghi in cui il più delle volte leggono mele e rispondono pere. Si parla del fatto che ci sono troppi talk-show che vanno a scorreggia, e ti rispondono su Twitter: “Contro una tv che urla e non ragiona una tv che lecca”. C’entra qualcosa? Fortuna che ci sono anche i siti dell’Unesco. E c’è da leccarsi gli occhi, al massimo. Giovedì sera Alberto Angela ha debuttato su Raiuno col primo dei quattro speciali dedicati ai siti Unesco dell’Italia. L’hanno guardato 5 milioni e 662 mila spettatori, share del 23,8 per cento, roba da Champions League. E tutti a commentare entusiasti il nuovo picco di consensi Rai “dopo il successo di Roberto Bolle”, eccetera. Tornando ai social, non saranno proprio siti dell’Unesco, ma ogni tanto brillano anche loro: forse dipende da che cosa gli viene dato in pasto. Ieri, audience a parte, pullulavano di cose così: “Cara Rai, ma la vogliamo vendere all’estero questa produzione? Giusto per far morire d'invidia gli altri Paesi… #Meraviglie”. “Ecco una trasmissione che fa davvero bene all’anima. Il servizio pubblico così come dev’essere”. “#AlbertoAngela è l’unico in grado di farci sentire ancora patriottici dopo il fallimento dell'Italia ai Mondiali”.

      

Ora, non è che dobbiamo fare noi un monumento ad Alberto Angela. E’ bravo e volevamo fare senatore a vita persino suo padre, che fosse diventato un fenomeno social e un’icona pop (per limitarci al pop), lo avevamo detto per tempo. Adesso c’è anche chi ha scritto “quando unisci l’uomo più sexy del mondo al paese più sexy del mondo il successo è assicurato”. Quel che importa è che è un bravo divulgatore. Realizza un bel prodotto, che piace a uno spettatore medio e ad ampio spettro, quello da tv generalista, che poi anche l’elettorato medio del paese. Insomma senza fare monumenti, sennò dovremmo far diventare sito Unesco anche Voghera, in virtù della Casalinga, è l’evidenza che Angela interpreta bene la mission primaria del servizio pubblico. Ma, per essere più precisi: saper parlare in modo civile al proprio paese dovrebbe essere la mission di ogni editore broadcasting.

   

Se n’è accorto anche il sito online di Repubblica, che ringraziamo per lo spulcio, e che ha titolato: “Meraviglie di Alberto Angela - Boom di ascolti e social incantati: ‘Meglio dei Mondiali’”. Ora, non è che necessiti arruolare Repubblica nel partito degli ottimisti televisivi. Ma giusto per dire: abbiamo sostenuto, sul Foglio, e ne ha parlato ieri anche il dg della Rai Mario Orfeo, che esiste una rappresentazione mediatica negativa e tendenziosa del nostro paese, del suo umore, che si specchia nei talk gridati, nella tv che un tempo era “la tv del dolore” e oggi è quella del rancore. Invece, si può mettere in scena anche altro. Non è questione di fare “Ri-educational channel” (copyright Corrado Guzzanti), ma non appena si mette in scena altro, ecco che la reazione del pubblico è diversa. Ed è mainstream. Ed è la reazione dello spettatore medio, cioè l’elettore medio, l’elettore generalista, magari perfino un filo di bocca buona, ma ottimista, positivo, orgoglioso, che ama il proprio paese. Ecco. La televisione, Alberto Angela o Roberto Bolle, sono ovviamente una metafora, un esempio per provare a dire un’altra cosa: che chi gioca allo sfascio non è soltanto contro l’Italia, non ha capito proprio gli italiani.

      

Ps. Anche il centro di Roma è un sito dell’Unesco, ma adesso è in mano a quelli che amano i talk-show gridati e che lo stanno devastando come vandali. Ciao, Virginia Raggi.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi