MolesteRai

Dossier. La tv pubblica manda ai dipendenti un codice anti proposte indesiderate. Parla Mussi Bollini

29 Dicembre 2017 alle 11:30

La Rai degli ipocriti

Roma. “Norme di comportamento relative alle molestie nei luoghi di lavoro” è il titolo di un documento in tre pagine che è stato appena diffuso tra i dipendenti della Rai. Un’onda lunga del caso Weinstein? Il presidente della Commissione Pari Opportunità della Rai, Mussi Bollini, spiega al Foglio che in un certo senso è il contrario: “Due giorni dopo queste Norme anche la Pubblica Amministrazione è uscita con un documento simile. E’ un tema attuale a prescindere da quel che accade a Hollywood”. Insomma, non è la Rai che si dà questo codice per via dello scandalo del produttore-molestatore, ma è quello scandalo che esplode perché certi problemi stanno venendo fuori un po’ ovunque? “Mi pregio, come presidente della Commissione Pari Opportunità della Rai, di essere sempre stata sul pezzo a prescindere da quelli che siano gli eventi esterni”, spiega Mussi Bollini, “E’ da anni che stiamo facendo questo lavoro”. E ci ricorda l’impegno sia della presidente Monica Maggioni sia del direttore Mario Orfeo: “Il documento è stato elaborato da una Commissione Paritetica composta da 12 componenti: sei di area sindacale e sei di area aziendale. E assieme alle Commissioni Parti Opportunità di Rai e Usigrai ci ha lavorato anche la Direzione Risorse Umane dell’azienda”.

 

A riprova del fatto che la Rai si sarebbe mossa in modo autonomo Mussi Bollini ci ricorda che le Norme non riguardano solo le molestie sessuali, ma le “molestie nei luoghi di lavoro in genere”. In effetti il documento esordisce con il proposito della Rai di “assicurare un ambiente di lavoro corretto e professionale a tutte le sue lavoratrici e a tutti i suoi lavoratori e condanna discriminazioni e molestie di ogni genere, comportamenti non professionali, epiteti inappropriati o dispregiativi, insulti, minacce o scherni”. “A tal fine tutti i lavoratori si impegnano ad adottare comportamenti improntati al rispetto degli interlocutori, anche in termini di cortesia e professionalità”. Le molestie sessuali sono però poi oggetto esplicito di un paragrafo successivo, che le definisce “atti di discriminazione ai sensi dell’art. 26, comma 1 e 2 del d.lgs. 198/2006”. “Consistono in ogni comportamento a connotazione sessuale espresso in forma fisica, verbale o non verbale, che sia indesiderato, che abbia lo scopo o comunque l’effetto di violare la dignità e la libertà della persona che lo subisce e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo”. Andando nel dettaglio si elencano: “In ambito verbale (scritto e/o orale): allusioni sessuali, epiteti sessuali o razziali, insulti o commenti denigratori, scherni volgari, minacce, proposte o suoni volgari o d’insulto; - in ambito visivo: immagini, fotografie e oggetti denigratori o volgari, gesti osceni; - in ambito fisico: contatti fisici indesiderati di qualunque tipo”. Che però sotto un titolo “molestie sessuali” è forse un po’ ridondante. Insomma, un insulto razzista non è tecnicamente una molestia sessuale, né lo è un cazzotto in faccia, pur configurandosi effettivamente come un tipo di contatto fisico tra i più indesiderati. Ma Mussi Bollini ammette senza problemi: “Sì, abbiamo voluto allargare il campo”.

 

Un aspetto importante del documento, per Mussi Bollini, è nell’istituzione della “consigliera di fiducia”: “Una figura esterna all’azienda che sarà un referente per tutte le dipendenti e i dipendenti della Rai rispetto al comunicare fatti o eventi in cui si siano trovati in difficoltà per effetto di un cattivo comportamento da parte dei superiori, Il che purtroppo avviene spesso: non solo in Rai, vedo, ma in tutte le aziende italiane”. Dovrebbe quindi essere questa “Consigliera esterna” a risolvere i dubbi e segnalare all’azienda i casi su cui intervenire.

 

Stereotipi ed emergenza palpatine

Ma il documento interno della Rai fa anche riferimento a quel Codice Etico del Gruppo che si pone come obiettivo “la valorizzazione della rappresentazione reale e non stereotipata della molteplicità dei ruoli del mondo femminile nel pieno rispetto della dignità culturale e professionale delle donne”. Anche in riferimento a un mondo della pubblicità in cui per tradizione quasi tutte le donne sono invariabilmente comprese in una delle tre categorie a) bellone, b) casalinghe e c) con problemi di igiene intima? “Probabilmente il problema degli stereotipi non lo risolveremo mai, anche se ci stiamo lavorando da trent’anni”, ammette Mussi Bollini. “Quello che posso dire è che sono anche la direttrice di Rai ragazzi e in questo ruolo sono molto attenta che sia presentata una corretta immagine femminile anche all’interno dei cartoni animati”.

 

Ma al fondo, non c’è il rischio di reprimere perfino quel po’ di reciproca ironia campanilista che specie in un paese come l’Italia è spesso parte di un gioco tra amici? “Sì, magari a volte non c’è la volontà di offendere, ma il solo fatto di usare certe terminologie alla lunga compromette il clima di buona convivenza. Perché non iniziamo a farne a meno almeno noi che ci occupiamo di comunicazione?”. E questo non è politically correct? “Si chiama: buona educazione”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • Giovanni Attinà

    29 Dicembre 2017 - 14:02

    Adesso tutti soffrono della sindrome delle molestie sessuali. Ma non sarebbe meglio educare le persone al rispetto dei due sessi?

    Report

    Rispondi

Servizi