La Raggi, “Le Iene” e le firme false. Nemesi e malattia tivù

Salvatore Merlo

Il microfono sui denti, l’agguato, la petulanza, le mezze risposte. Ecco come un format si rivolta contro i mostri che ha generato

Roma. Ci volevano “Le Iene”, che dopo “Striscia la Notizia” sono il grillismo ancora prima di Grillo, per fare la predica populista ai populisti, e dunque consegnare Virginia Raggi al format televisivo della casta, del politico che molestato da un microfono, da una domanda petulante e ripetitiva, si sottrae, s’indispettisce, farfuglia, va in loop e alla fine scappa a gambe levate (in questo caso sciando).

 

E allora la scena va in onda in mezzo alla neve, su Italia uno. Ecco che spunta lei, Virginia, in tuta e fascia viola sui capelli. E’ in vacanza, e comprensibilmente non vorrebbe rotte le scatole. E invece: “Buongiorno sindaco, volevamo risolvere il mistero delle firme che ritornano dal futuro. Solo un minuto. Erano firme false?”. Si insinua che la candidatura di Raggi fosse di fatto illegale, come se questo fosse più importante del fatto che la sindaca sta mal governando la città (o del fatto che è stata eletta con percentuali napoleoniche, altro che firme).

 

Il metodo è quello di tutti i Gabibbi, Iene o postini del popolo, è il metodo dei Piero Ricca, dei pre, post e neo grillini, un tic che ha fatto la fortuna dell’antipolitica: l’appostamento, l’inseguimento, il microfono sbattuto sui denti del malcapitato: “Che fa non risponde?”. Seguono invettive, sarcasmi, finti scandali e vere maledizioni. Solo che adesso il copione si rivolta contro gli stessi sacerdoti della trasparenza. E le immagini hanno l’innegabile potenza della nemesi. “Un minuto è già troppo”, risponde infatti Raggi, aggrottando la fronte, e indossando in un attimo, e senza nemmeno accorgersene, il sudario della casta. E infatti la Iena, consumata nell’arte, capisce di aver preso il pesce all’amo: “Ma le firme erano false?”. “Chiedetelo al delegato di lista”. “Ma io è a lei che lo chiedendo adesso”. Ed è un lampo. Un lampo che rende l’immagine di un tempo scaduto: continuando così, a breve, non esisterà spettacolo che non preveda di stuzzicare la permalosità di Raggi o di Grillo, come succede a tutti i politici d’Italia, maschere fisse di una commedia che divora i suoi interpreti. “Guardi, se vuole tiro la cordicella, spingo il pulsante, metto il disco: chiedete al delegato di lista. La risposta è sempre quella”. In pochissimi minuti le domande, e le mezze risposte della Raggi, suonano come secchi colpi di martello sul chiodo del coperchio di una bara politica. “No, mi scusi, ma come mai il 20 aprile voi già sapevate di avere 1.252 firme, quando le firme le avete raccolte il 23 di aprile? Che sono, le firme che ritornano dal futuro?”.

 

Ed ecco che la solennità marmorea di chi si credeva statista o capopopolo o rivoluzionario dà segni di sbriciolamento. “Chieda al delegato di lista”, ripete lei, come un automa. “Ma io l’ho chiesto al delegato di lista. Non mi ha risposto, mi ha fatto una supercazzola”, dice la Iena. E la Raggi, sconfitta, si rifuggia nella spavalderia di Vincenzo De Luca: “Fate ricorso, fate denuncia, tanto una in più o una in meno… Se vuole andare al Tar vada al Tar, se vuole andare dal capo dello stato vada dal capo dello stato, se vuole andare alla corte europea dei diritti dell’uomo… Faccia quello che vuole. Grazie e arrivederci”. L’ultima scena, prima dei titoli di coda, è il sindaco che se ne va inforcando gli sci, tra i lazzi del pubblico. Accadde anche ad Antonio Di Pietro. Quello stesso mondo che gli aveva regalato un palco, una telecamera, un seggio, un peso politico e una faccia, gli si rivoltò contro, e con gli stessi mezzi con i queli l’aveva elevato sul proscenio. Quasi, nel contrappasso, ritorna in mente quella scritta nella chiesa dei cappuccini, all’entrata della cripta: “Noi eravamo quello che voi siete, e quello che noi siamo voi sarete”. 

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.