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    <title>Il Foglio RSS</title>
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    <description>Il Foglio RSS contents</description>
    <language>it-it</language>
    <pubDate>Fri, 06 Mar 2026 10:16:31 GMT</pubDate>
    <dc:creator>Il Foglio</dc:creator>
    <dc:date>2026-03-06T10:16:31Z</dc:date>
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      <title>Lo scontro tra Anthropic e OpenAI è totale</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/03/06/news/lo-scontro-tra-anthropic-e-openai-e-totale-8749569/</link>
      <description>&lt;p&gt;Il sito The Information ha pubblicato il testo della lettera che &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/dario-amodei/"&gt;Dario Amodei&lt;/a&gt;, cofondatore e ceo di Anthropic, ha mandato ai suoi dipendenti ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti</description>
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      <pubDate>Fri, 06 Mar 2026 04:08:00 GMT</pubDate>
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      <dc:date>2026-03-06T04:08:00Z</dc:date>
    </item>
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      <title>Al MWC 2026 la differenza tra innovazione e messinscena che si è fatta sempre più impercettibile</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/03/04/news/al-mwc-2026-la-differenza-tra-innovazione-e-messinscena-che-si-e-fatta-sempre-piu-impercettibile-8742905/</link>
      <description>&lt;p&gt;C’è una calma inedita nel cuore del &lt;strong&gt;Mobile World Congress.&lt;/strong&gt; E non è una buona notizia. È un silenzio diffuso, come se la tecnologia avesse improvvisamente perso la voglia di gridare. Ancora nessuna cifra ufficiale sull’affluenza. Le aspettative parlano di oltre centomila presenze attese nei quattro giorni della kermesse, ma un dato lo si percepisce già nei primi due giorni tra i padiglioni: &lt;strong&gt;file meno serrate, corridoi vivibili, perfino la sala stampa è un luogo civile dove ci si può fermare senza occupare gli spazi dei colleghi&lt;/strong&gt;. Non è la prima volta che la settimana della fiera di Barcellona si scontra con gli eventi: &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2020/02/11/news/alla-grande-fiera-tech-di-barcellona-ce-il-fuggi-fuggi-da-coronavirus-301297/"&gt;nel 2020 l’evento fu cancellato&lt;/a&gt; quando la città era già pronta per l’MWC, l’invasione russa del 2022 apparve improvvisa anche qui, e anche questa edizione del 2026 arriva nel pieno di un’altra stagione fragile: &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/03/03/news/obiettivi-e-tempi-dell-attacco-all-iran-non-sono-chiari-parte-del-mondo-maga-in-rivolta-8731938/"&gt;l’attacco all’Iran&lt;/a&gt; e la sensazione che in molti siano rimasti a casa. Non &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/03/03/news/influencer-turisti-e-cioccolatai-chi-e-e-chi-non-e-nell-emirato-da-cinepanettone-8732895/amp/"&gt;ci sono solo i voli cancellati che hanno sicuramente bloccato parte degli invitati&lt;/a&gt;, ma c’è anche il dubbio se non siamo davvero davanti alla fine di un certo immaginario tecnologico.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;h2&gt;Crisi delle fiere o crisi delle illusioni?&lt;/h2&gt; 
&lt;p&gt;Tra gli stand, &lt;a href="https://www.mwcbarcelona.com/articles/leading-the-future-intelligent-inclusive-unstoppable"&gt;l’ottimismo resta intatto&lt;/a&gt;. Perfino troppo. Il claim è &lt;strong&gt;“IQ Era”, ovvero l’intelligenza artificiale va oltre il software ed entra direttamente nel mondo fisico&lt;/strong&gt;. Tra i vari slogan si legge “AI for Human Benefits, Reimagining Reality, Empowering Futures”. Ma l’effetto è quello di una scenografia che si ripete troppe volte. La tecnologia continua a vendersi come promessa, mentre la realtà fatta di limiti e conseguenze la osserva da fuori come un convitato di pietra. “Ask not what AI can do, but what AI should do”, recita uno dei manifesti più fotografati negli eventi che hanno preceduto l’apertura ufficiale. È una frase che invoca etica, e invece denuncia distanza: quella tra la retorica del possibile e il bisogno, quasi fisico, di pragmatismo.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;L’intelligenza artificiale adesso scrive, modifica le foto e crea i video, addirittura pretende di prevedere la nostra giornata. &lt;strong&gt;La rincorsa alla “realtà aumentata”, con visori sempre più leggeri e ricordi sempre più falsi, è un diversivo rispetto a un’epoca che avrebbe bisogno esattamente dell’opposto, di “realtà ridotta”&lt;/strong&gt;. Forse tutto questo perfezionismo digitale serve a rendere più bello in video quel tramonto che non abbiamo più tempo di guardare dal vivo. Effetto cinematografico, lo chiamano. Eppure somiglia molto a una nostalgia per ciò che non siamo diventati.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Nei padiglioni della fiera di Gran Via, si vive anche la differenza tra innovazione e messinscena che si è fatta sempre più impercettibile. Dai &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/il-foglio-ai/2025/10/14/news/le-dark-factories-e-la-cina-che-non-copia-ma-crea--8205099/"&gt;robot che ballano sul palco&lt;/a&gt; ai software che riscrivono le emozioni, tutto racconta una realtà alternativa e levigata, dove &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/cultura/2025/09/13/news/il-continuo-progettare-di-un-umanita-che-vuole-abitare-il-tempo-e-accelerarlo-8068128/"&gt;la parola umanità&lt;/a&gt; viene evocata come valore aggiunto più che come sostanza. Siamo onesti, non ci sono vere novità da raccontare. È tutto un deja vu tra chi presenta come novità mondiali &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2021/12/20/news/la-guerra-tech-tra-america-e-cina-3482115/"&gt;comunicati stampa lanciati in Cina sei mesi fa&lt;/a&gt; e chi ripropone la &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2025/12/18/news/elettrico-e-guida-autonoma-in-ritardo-e-senza-strategia-e-l-automotive-ue-sta-a-guardare-8449011/"&gt;guida autonoma&lt;/a&gt; come fosse già uno standard.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;h2&gt;L’ombra della guerra&lt;/h2&gt; 
&lt;p&gt;Ma il mondo esterno, con i suoi missili intelligenti e i sistemi militari “autonomi” (&lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/02/27/news/quando-fare-i-bravi-costa-caro-anthropic-e-l-ultimatum-del-pentagono-8714231/"&gt;come il caso Anthropic&lt;/a&gt;, oggi simbolo dell’ambiguità etica dell’AI), resta sullo sfondo come un’ombra che nessuno vuole vedere. I discorsi ufficiali evitano la contemporaneità, preferendo &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2025/03/06/news/al-mobile-world-congress-di-barcellona-l-ia-e-parsa-piu-un-gadget-che-una-rivoluzione-7492638/"&gt;le narrazioni zuccherate di un’AI dalle buone maniere&lt;/a&gt;. Spesso si fanno parlare le macchine con le voci di un bambino per dissimulare quel che viene temuto. L’assenza di novità forse è figlia anche di quell’hardware che soffre delle crisi internazionali e dei prezzi delle materie prime. &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/02/27/news/la-guerra-la-vince-chi-e-piu-veloce-a-innovare-le-regole-dei-droni-in-ucraina-8710525/"&gt;Tutto parla di guerra&lt;/a&gt; senza però mai nominarla, come se fosse la nuova normalità del nostro tempo. Gran parte delle applicazioni costano energia, dai &lt;em&gt;datacenter&lt;/em&gt; alle infrastrutture per le reti che devono reggere il nuovo traffico dati. Il punto è questo. Stiamo utilizzando la &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2025/07/08/news/labriola-ci-spiega-cosa-cambia-nella-telefonia-con-l-ai-anche-nei-contratti--7900314/"&gt;telefonia come il cordone ombelicale dell’intelligenza artificiale&lt;/a&gt;; quel che facciamo lo trasmettiamo in tempo reale alle applicazioni per migliorarle e per farle rispondere anche alla nostra più banale necessità.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/01/05/news/l-anno-che-verrai-una-chiacchierata-con-l-intelligenza-artificiale-8497979/"&gt;Il 2026 non è un anno di entusiasmi&lt;/a&gt;, ma forse è per questo che racconta di più. L’epoca tecnologica, dopo aver promesso infinite connessioni, riscopre ora il vuoto tra una promessa e la realtà. Se la società si è messa in discussione con i social, ora la tecnologia rischia di vivere solo per i suoi effetti speciali. E la sera, quando i led del congresso si spengono uno a uno, resta l’impressione che la vera sfida non sia più vedere oltre, ma tornare a guardarsi dentro.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Wed, 04 Mar 2026 12:20:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Andrea Trapani</dc:creator>
      <dc:date>2026-03-04T12:20:00Z</dc:date>
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      <title>Lo smart working, storia di una rivoluzione mancata. I dati Istat</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/economia/2026/02/28/news/lo-smart-working-storia-di-una-rivoluzione-mancata-i-dati-istat-8715570/</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;em&gt;Milano&lt;/em&gt;. Si parla sempre meno di smart working e un motivo c’è. Se doveva essere una rivoluzione in Italia è quantomeno abortita. I dati Istat pubblicati in settimana ci dicono che siamo rimasti indietro ad altri paesi europei che l’hanno presa sul serio e che evidentemente sono andati oltre la mera risposta all’emergenza Covid. &lt;strong&gt;Noi siamo stati bravissimi nell’immediato delocalizzando il lavoro praticamente in una notte ma successivamente la tensione innovativa che avrebbe dovuto coniugare lavoro da remoto e revisione dei modelli organizzativi aziendali si è fermata o si è fatta sciatta.&lt;/strong&gt; Nel 2023 – ultimi riscontri disponibili – solo 1,5 milioni di lavoratori ha lavorato almeno metà dei giorni da casa (in percentuale 5,9) mentre la media Ue si attesta al 9,1 per cento. In alcuni paesi virtuosi e non conservatori come Finlandia, Irlanda e Svezia la quota degli smart workers è oscillata tra il 15 e il 22 per cento. Germania e Francia hanno comunque viaggiato al ritmo del 10 per cento. E’ vero che in alcune città come Milano e Roma il lavoro da remoto ha interessato in un caso il 38,3 per cento e il 29,4 ma nel Mezzogiorno siamo a livelli estremamente più bassi e i dati medi riferiti all’intera penisola sono sconsolanti. Vale la pena sottolineare che stiamo parlando di meri dati quantitativi e sarebbe interessante abbinarli a una ricognizione qualitativa ma comunque l’impressione che se ne ricava è che per il sistema produttivo italiano sia stata un’occasione persa. Si può legittimamente pensare che alla fine nella testa dei top manager sia prevalsa l’idea di dover controllare il lavoro da remoto più che utilizzarlo per scardinare la burocrazia aziendale e mandare a quel paese vecchi e stantii riti. Insomma si trattava di elaborare soluzioni organizzative nuove e che fossero capaci di contemperare la partecipazione dei lavoratori ed incrementi di efficienza ma, almeno a livello di sistema, non sembra che sia andata così. La conservazione ha vinto ad onta di tutti i convegni sul capitale umano che ci vengono propinati.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Sat, 28 Feb 2026 04:55:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Dario Di Vico</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-28T04:55:00Z</dc:date>
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    <item>
      <title>Lo scontro fra Amodei e Hegseth è ormai sui fondamenti dell’AI</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/02/28/news/lo-scontro-fra-amodei-e-hegseth-e-ormai-sui-fondamenti-dell-ai-8715572/</link>
      <description>&lt;p&gt;Una pagina di comunicato, dritto al punto. Le intenzioni di un neurodivergente non sono sempre facili da spiegare razionalmente, ma quelle di &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/dario-amodei/"&gt;Dar... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti</description>
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      <pubDate>Sat, 28 Feb 2026 04:42:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Filippo Lubrano</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-28T04:42:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Educazione e intelligenza artificiale, un nuovo stato di necessità e di rischio </title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/cultura/2026/02/28/news/educazione-e-intelligenza-artificiale-un-nuovo-stato-di-necessita-e-di-rischio--8715571/</link>
      <description>&lt;p&gt;Leggo su Avvenire del 20 febbraio un lungo articolo dello psichiatra e psicoanalista francese Serge Tisseron che mi colpisce per la sua ambivalenza. Il titolo è apparentemente neutro, &lt;strong&gt;“L’ed... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti</description>
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      <pubDate>Sat, 28 Feb 2026 04:40:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Alfonso Berardinelli</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-28T04:40:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Quando “fare i bravi” costa caro: Anthropic e l’ultimatum del Pentagono</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/02/27/news/quando-fare-i-bravi-costa-caro-anthropic-e-l-ultimatum-del-pentagono-8714231/</link>
      <description>&lt;p&gt;C’è un momento in cui essere i buoni della Silicon Valley smette di essere marketing e diventa un conto da pagare. Per &lt;strong&gt;Anthropic&lt;/strong&gt;, quel momento è arrivato giovedì sera, quando &lt;strong&gt;Dario Amodei ha annunciato che non avrebbe ceduto alle pressioni del Pentagono&lt;/strong&gt;. “Non possiamo permettere che Claude metta a rischio soldati e civili”, ha scritto Amodei, sapendo che dall’altra parte c’era &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/pete-hegseth/"&gt;il Segretario della Difesa Pete Hegseth&lt;/a&gt; con un ultimatum: &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/02/27/news/le-minacce-di-hegseth-ad-anthropic-per-condividere-la-propria-tecnologia-8709638/"&gt;togliete i paletti entro venerdì o vi tagliamo fuori dai 200 milioni di dollari del contratto&lt;/a&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Anthropic si è costruita un’immagine da “bravi ragazzi”&lt;/strong&gt;: fondata nel 2021 da ex ricercatori di OpenAI, ha fatto della sicurezza il proprio cavallo di battaglia, &lt;a href="https://www.ft.com/content/c3098552-7204-4a93-844c-1b8569c9dcb2"&gt;mettendo nero su bianco i rischi esistenziali dell’AI&lt;/a&gt;, tra cui il bioterrorismo e la possibilità che l’AI “impazzisca” in scenari da “dittatura totalitaria globale”. E ora che il governo le ha chiesto di allentare le restrizioni, l’azienda si è trovata a un bivio. Il problema è che &lt;strong&gt;Anthropic è stata la prima azienda a portare i propri modelli AI nelle reti classificate del governo americano&lt;/strong&gt;, e per mesi è rimasta di fatto l’unica operativa in quell’ambito: &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/02/27/news/le-minacce-di-hegseth-ad-anthropic-per-condividere-la-propria-tecnologia-8709638/"&gt;Claude è stato usato per intelligence&lt;/a&gt;, simulazioni operative, perfino nell’operazione lampo che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro. Ma adesso quella posizione privilegiata si è trasformata in trappola: OpenAI, Google e xAI hanno accettato di dare accesso “per ogni uso legale”. Anthropic no. E il fatto che sia rimasta l’unica a resistere è un atto d’accusa contro tutto il settore tech.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Due le linee rosse dello scontro: la sorveglianza di massa e i LAWS, &lt;em&gt;Lethal Autonomous Weapons Systems&lt;/em&gt;, sistemi d’arma capaci di colpire senza supervisione umana. “La sorveglianza di massa guidata dall’AI pone rischi seri alle nostre libertà fondamentali”, aveva già scritto Amodei, aggiungendo che le tecnologie AI attuali non sono abbastanza affidabili per operare in contesti autonomi così delicati. Il Pentagono non ci sta. Matthew Field, firma del Telegraph, ha riportato che, nelle varie simulazioni di guerra, i vari chatbot AI (Claude incluso) hanno costantemente scelto l’escalation nucleare. “Claude ha oltrepassato la soglia nucleare tattica nell’86 per cento degli scenari”, &lt;a href="https://www.telegraph.co.uk/business/2026/02/26/ai-bots-choose-nuclear-weapons-in-war-games/"&gt;ha affermato il professor Kenneth Payne&lt;/a&gt;, esperto di studi strategici al King’s College di Londra. I bot giustificavano gli attacchi nucleari definendoli “opzioni strategiche legittime, non soglie morali”. Difficile immaginare un contesto peggiore. Eppure &lt;strong&gt;il Pentagono insiste nel dire che non ha “nessun interesse” a usare l’AI per fini di sorveglianza o per sviluppare armi autonome&lt;/strong&gt;. Ma se davvero è così, perché pretende che Anthropic rimuova i divieti espliciti? “Non permetteremo ad ALCUNA società di dettare i termini delle nostre decisioni operative”, ha scritto il capo portavoce del Pentagono, Sean Parnell. Ma è esattamente questo il punto: &lt;strong&gt;se l’AI non è affidabile per simili decisioni, chi si prende la responsabilità quando sbaglia bersaglio?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;La partita si chiude alle 22 di questo venerdì. Se Anthropic non cede, verrà etichettata come un “rischio per la &lt;em&gt;supply chain&lt;/em&gt;”. Se cede, diventa uguale a tutti gli altri: la faccia pulita dell’AI che ha appena scoperto che a Washington i principi contano meno dei contratti, ovvero un fornitore che parla di etica finché conviene.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Fri, 27 Feb 2026 12:27:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Andrea Trapani</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-27T12:27:00Z</dc:date>
    </item>
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      <title>Quanto emettono davvero le auto ibride plug-in</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/economia/2026/02/26/news/quanto-inquinano-davvero-le-auto-ibride-plug-in-8709389/</link>
      <description>&lt;p&gt;Le automobili &lt;strong&gt;ibride plug-in&lt;/strong&gt; – o ibride le ricaricabili – sono da tempo il terreno di uno scontro ideologico e industriale senza esclusione di colpi. &lt;strong&gt;La materia del contendere è nota: la notevole discrepanza tra le emissioni dichiarate in sede di omologazione (su cui si calcolano obiettivi e sanzioni in capo alle case automobilistiche) e quelle effettive registrate su strada.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;L’accusa è che le plug-in siano un bluff tecnologico, una sorta di Cavallo di Troia imbottito di climalterante CO2 anziché di soldati, utile solo a dribblare le multe di Bruxelles. La questione, tuttavia, non è solo ingegneristica, ma anche e molto più comportamentale. In questo senso, merita attenzione &lt;strong&gt;un corposo studio del Fraunhofer Institut di Karlsruhe &lt;/strong&gt;che ha analizzato l’utilizzo reale di circa 981 mila vetture immatricolate tra il 2021 e il 2023 nell’Ue27 (più Norvegia e Islanda). I dati sono quelli raccolti dall’Agenzia Europea per l’Ambiente tramite i sensori Obfcm (On-Board Fuel Consumption Monitoring), una sorta di "scatola nera" che monitora chilometri, benzina ed elettricità effettivamente consumati.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;I risultati sono un bagno di realtà&lt;/strong&gt;. Nonostante l’introduzione del ciclo Wltp, più severo dei precedenti, la distanza tra il laboratorio e la strada resta siderale. Il test Wltp&amp;nbsp;simula una combinazione teorica tra guida a batteria carica e scarica; quello che emerge dallo studio è che, in aggregato e in media, &lt;strong&gt;i chilometri effettivi percorsi con il motore a combustione spento oscillano tra il 27 e il 31 per cento &lt;/strong&gt;del totale e che con un litro di carburante si percorrerebbero poco più di 16,3 km a fronte degli oltre 63 che emergerebbero dal ciclo di omologazione.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il problema è atavico e riguarda ogni motorizzazione, ma &lt;strong&gt;nelle plug-in diventa parossistico a causa della variabile ricarica.&lt;/strong&gt; Se non viene rifornita di energia, l’auto non solo brucia idrocarburi, ma si trascina appresso il "fardello" di un pesante pacco batterie che peggiora prestazioni e consumi. Un peso morto che diventa zavorra ideologica.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Poiché la cosa è piuttosto nota, a Bruxelles si stanno attrezzando “utility factor”, il parametro che stima quanto spesso le plug-in vengano utilizzate in modalità elettrica (i km a motore termico spento di cui sopra). Parallelamente, però, buona parte dell’industria, case tedesche in testa, spinge per mantenere un ruolo centrale delle plug-in nella transizione, sottolineandone la flessibilità e il contributo alla riduzione delle emissioni. Su quanto questo sia effettivo lo studio del Fraunhofer crediamo dia preziose indicazioni che, ad essere intellettualmente onesti, non andrebbero utilizzate per demonizzare le plug-in, anzi.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Le differenze tra modelli e proprietà sono infatti illuminanti.&lt;/strong&gt; &lt;strong&gt;Se le Porsche analizzate (circa 11 mila) rappresentano il caso limite &lt;/strong&gt;–&lt;strong&gt; oltre la metà non è mai stata attaccata a una spina &lt;/strong&gt;–&lt;strong&gt; le Toyota risultano le più ricaricate.&lt;/strong&gt; Ma è il divario tra privato e azienda a svelare l'inghippo. I privati percorrono 14 mila km l’anno, caricano spesso e, probabilmente, acquistano con consapevolezza. Le auto aziendali, invece, macinano 25 mila km, con una quota di viaggi lunghi – superiori ai 100 km – molto maggiore delle auto private.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Qui emerge uno stupido errore di policy prima solo aziendale e ora anche del Legislatore.&lt;/strong&gt; Se prima infatti le plug-in aziendali erano solo imposte dai regolamenti interni per compiacere i bilanci di sostenibilità, ora, per la riformata tassazione sui fringe benefit sono anche molto più conniventi sul piano fiscale (meglio ci sarebbero solo elettriche, che evidentemente piacciono ancor meno). Peccato che le stesse aziende che le impongano rimborsino il carburante e quasi mai l’energia elettrica domestica del dipendente. &lt;strong&gt;Perché mai quest'ultimo dovrebbe prendersi il disturbo di srotolare un cavo la sera, se la benzina è gratis e la corrente è a suo carico?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Thu, 26 Feb 2026 13:32:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Antonio Sileo</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-26T13:32:00Z</dc:date>
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    <item>
      <title>Netflix sta sempre più scomoda tre le tante ingerenze trumpiane nei suoi affari</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/02/26/news/netflix-sta-sempre-piu-scomoda-tre-le-tante-ingerenze-trumpiane-nei-suoi-affari-8703647/</link>
      <description>&lt;p&gt;Nonostante &lt;strong&gt;Donald Trump&lt;/strong&gt; continui a dire di non avere alcun ruolo nella vendita del gruppo Warner Bros Discovery (Wbd), &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/televisione/2025/12/05/news/... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti</description>
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      <pubDate>Thu, 26 Feb 2026 04:14:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Marco Arvati</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-26T04:14:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Così si possono tenere gli smartphone fuori da concerti e scuole. Vietare basta davvero a educare?</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/02/25/news/cosi-si-puo-tenere-gli-smartphone-fuori-da-concerti-e-scuole-vietare-basta-davvero-a-educare--8703438/</link>
      <description>&lt;p&gt;La richiesta di &lt;strong&gt;schermare i cellulari durante i concerti è una soluzione adottata da un numero crescente di artisti&lt;/strong&gt;. Sir Paul McCartney, Dave Chappelle, Alicia Keys, Guns N’ Roses, Childish Gambino e Jack White sono solo alcuni artisti che riescono a esprimersi più liberamente e meglio quando i loro&lt;em&gt; live&lt;/em&gt; non sono ripresi da migliaia di telefoni. Per questo, all’ingresso dei concerti &lt;strong&gt;gli addetti inseriscono i cellulari in custodie chiuse magneticamente, che vengono poi restituite ai proprietari.&lt;/strong&gt; Al termine dell’evento la sacca viene riaperta e consegnata all’operatore oppure a delle colonnine collocate all’esterno.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;A progettare queste custodie è &lt;strong&gt;Graham Dugoni&lt;/strong&gt;, ex calciatore professionista, che ha fondato &lt;strong&gt;Yondr&lt;/strong&gt;, la &lt;em&gt;start-up&lt;/em&gt; che in pochi anni ha iniziato a collaborare con artisti, sale da concerto e gallerie d’arte. Chiunque ritenga indispensabile cellulari &lt;em&gt;off line&lt;/em&gt; opta per queste soluzioni. Molte scuole nel mondo stanno facendo questo investimento: migliaia di istituti negli Stati Uniti e nel Regno Unito hanno introdotto dispositivi simili, in parte in seguito a regole più restrittive sull’uso dei telefoni a scuola.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Molti descrivono positivamente l’utilizzo delle custodie firmate Yondr. La Vale of York Academy ha cominciato a impiegarle a novembre; la preside Gillian Mills ha dichiarato alla Bbc che “l’uso di Yondr garantisce agli studenti &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/il-foglio-ai/2025/09/20/news/senza-smartphone-si-studia-meglio-8092300/"&gt;un apprendimento continuativo, privo di interruzioni&lt;/a&gt;. Il sequestro dei cellulari è diminuito drasticamente, così come le conseguenti discussioni. Perdiamo molto meno tempo e gli insegnanti notano un miglioramento del loro lavoro”.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;L’esperienza non è indolore. In alcune scuole le prime settimane sono complesse: i ragazzi rifiutano di consegnare il cellulare oppure tentano di forzare le custodie. Con il passare del tempo, però, molti si abituano e apprezzano quelle ore&lt;em&gt; phone-free&lt;/em&gt;, capaci di restituire ai giovani uno sguardo su ciò che è reale, meno mediato dalle notifiche.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Non mancano i dubbi nel dibattito tra favorevoli e contrari. Al di fuori di un contesto chiaro e trasparente, questi strumenti rischiano di essere usati per limitare la libertà d’espressione e, nei contesti scolastici, di acuire l’ansia sociale. Inoltre, essendo misure che non impediscono l’uso del cellulare fuori dalla scuola, non educano pienamente alla gestione e al controllo digitale della propria vita: impongono un divieto difficile da aggirare, ma non sostituiscono un’educazione al corretto uso di internet e dei social.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Scegliere tecnologie come quelle di Yondr è lo specchio di come stiamo negoziando interesse, convivenza e libertà nella nostra società. &lt;strong&gt;Forse bisognerebbe chiedersi se esista ancora qualcosa che catturi l’attenzione dei nostri figli più del cellulare&lt;/strong&gt;. Rispondere seriamente a questa domanda potrebbe favorire un drammatico - ma necessario - esame di coscienza del mondo adulto e aprire possibili strade che non siano soltanto censorie.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Wed, 25 Feb 2026 12:54:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Mario Leone</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-25T12:54:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Amodei da Hegseth e Musk contro “misAnthropic”. L’AI in fase “sicurezza nazionale”</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/02/25/news/amodei-da-hegseth-e-musk-contro-misanthropic-l-ai-in-fase-sicurezza-nazionale--8701305/</link>
      <description>&lt;p&gt;Anthropic conferma di essere l’azienda del momento, nel bene e nel male. Lo è perché detta temi, lessico e tono della fase attuale dell’AI, e lo è anche perché finisce al centro di una pressione in... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti</description>
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      <pubDate>Wed, 25 Feb 2026 04:41:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Filippo Lubrano</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-25T04:41:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Il complicato rapporto tra l'intelligenza artificiale e la sinistra</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/02/21/news/il-complicato-rapporto-tra-l-intelligenza-artificiale-e-la-sinistra-8685094/</link>
      <description>&lt;p&gt;Il dibattito della settimana, nel settore dell’intelligenza artificiale, è stato molto politico. A ispirarlo è stato &lt;a href="https://www.transformernews.ai/p/the-left-is-missing-out-on-ai-sanders-doctorow-bender-bores"&gt;un post del giornalista Dan Kagan-Kans&lt;/a&gt; per la newsletter Transformer, che si occupa di temi legati alle AI, in cui ci si poneva una domanda che ha suscitato un dibattito ancora in corso: non è che la sinistra si sta “perdendo” il trend dell’intelligenza artificiale? Apriti cielo. Nei giorni seguenti, influencer, imprenditori, giornalisti e blogger si sono rimbalzati la questione, chi cercando di rispondere alla domanda, chi rifiutandola in toto. Una provocazione, forse, che però ha toccato un nervo scoperto, perché la sinistra ha effettivamente un rapporto complicato con le AI. E, più in generale, con il settore tecnologico. I fattori in gioco sono molti. La seconda amministrazione di Donald Trump ha sancito un’alleanza oligarchica tra Silicon Valley e destra statunitense, cosa che non può che suscitare preoccupazione a sinistra (e non solo). Ma non è solo Trump. È da alcuni anni che, nei movimenti progressisti, si è diffuso un approccio molto scettico che è merce sempre più rara in un ambiente ormai rigonfio di hype, speculazione, investimenti a tutti i costi. In un settore che è convinto di stare costruendo una “superintelligenza”, il presunto computer-Dio auspicato da personaggi come Sam Altman, chi continua a porsi interrogativi etici risulta fuori luogo, per non dire strano.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Da questo punto di vista, insomma, il fatto che i progressisti si tengano a debita distanza dalle AI può essere apprezzato. Lo stesso era successo pochi anni fa durante la febbre delle criptovalute del metaverso (che si fusero nella tecnologia detta Web3, di cui non si è più saputo nulla); e del resto la maggior parte dei crypto-bro si è convertita prontamente in AI-bro, cosa piuttosto sospetta. &lt;strong&gt;Nonostante tutto questo, però, nel settore tecnologico, la sinistra viene percepita da alcuni come indietro e lontana.&lt;/strong&gt; L’anno scorso, Joshua Achiam, che ora fa il futurologo a OpenAI, ha detto che “tutta l’energia interessante per le discussioni sul futuro a lungo termine dell’umanità è concentrata a destra”. Secondo lui, la sinistra avrebbe “completamente abdicato al suo ruolo in questo ambito”. Per giustificare la sua posizione, Dan Kagan-Kans cita la stampa progressista e Bluesky, il social simil-Twitter più allineato a sinistra, dove circolano ancora convinzioni fallaci e ormai obsolete sulle AI. Come quella secondo la quale i modelli linguistici non sarebbero altro che una forma complessa di autocomplete, il sistema che suggerisce la parola da usare sulla base di quello che si sta scrivendo sullo smartphone. Il che è giusto, almeno in parte, visto che il procedimento dei modelli linguistici si basa in effetti su calcoli probabilistici continui; ma rimane una semplificazione molto riduttiva, quasi capziosa. Non serve per forza credere che tra pochi anni le AI faranno tutto al posto nostro, ma basta usarle per capire che c’è qualcosa di più, lì dentro, oltre all’autocomplete. (Che poi tutta questa tecnologia non abbia ancora un modello di business sostenibile, da cui il timore di una bolla, è un’altra storia.)&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;La parola chiave è “abdicazione”, l’idea di un ritiro volontario da un settore ritenuto discutibile, energivoro, dannoso per l’ambiente, oltre che compromesso a livello etico per via delle violazioni del diritto d’autore che sono state fondamentali per il progresso delle AI generative. La tentazione di alcuni sembra essere il mantenimento della purezza e la speranza che la tanto attesa bolla spazzi via i chatbot e quelli che li sviluppano. E che tutto torni come prima. È una speranza vana, ovviamente, ed è proprio questo il punto: al di là delle polemiche e delle antipatie per queste aziende e per come operano, anche alla sinistra conviene rimanere nel dibattito, quanto meno per provare a cambiare le regole del gioco, nel futuro. Per una volta, non si tratterebbe nemmeno di una posizione elitaria o politicamente scomoda: specie negli Stati Uniti montano le proteste bipartisan contro i data center che stanno spuntando come funghi in ogni parte del paese, con grandi dubbi sui loro consumi energetici e idrici, oltre che sulle loro emissioni. Altro che abdicare, quindi. Occorre giocare e fare rumore, magari assumendo un approccio critico, ma entrando nella discussione. Anche perché l’alternativa è lasciare che sia la destra, specie quella trumpiana, a parlare, stringere accordi, influenzare le leggi del futuro, presentandosi come l’unico interlocutore in grado di affrontare i temi riguardanti il nostro futuro.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Sat, 21 Feb 2026 11:28:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Pietro Minto</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-21T11:28:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Diavolo di social. Fanno male, ma far finta che non esistano non è la cura</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/02/21/news/diavolo-di-social-fanno-male-ma-far-finta-che-non-esistano-non-e-la-cura-8686836/</link>
      <description>&lt;p&gt;"Gli smartphone sono peggio della cocaina”, ci diceva Brett Easton Ellis in un’intervista a Review. &lt;strong&gt;Il governo socialista di Sánchez si è accodato alla lista crescente di nazioni che vieta ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti</description>
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      <pubDate>Sat, 21 Feb 2026 04:21:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Giulio Silvano</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-21T04:21:00Z</dc:date>
    </item>
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      <title>Le spese “elettorali” rivali di OpenAI e Anthropic in vista del midterm negli Stati Uniti</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/02/17/news/le-spese-elettorali-rivali-di-openai-e-anthropic-in-vista-del-midterm-negli-stati-uniti-8666945/</link>
      <description>&lt;p&gt;Quella tra&lt;strong&gt; OpenAI e Anthropic&lt;/strong&gt; è ormai una vicenda all’altezza di “Heated Rivalry”, la serie tv canadese in cui due giocatori di hockey hanno una relazione focosa pur giocando in squadre rivali. Due aziende che &lt;strong&gt;competono nello stesso settore ma soprattutto sono animate da valori radicalmente diversi&lt;/strong&gt;, com’è evidente anche dal loro approccio alla politica.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il rapporto travagliato tra le due società non è una novità. Basti pensare che Anthropic nacque nel 2021 quando un gruppo di transfughi di OpenAI abbandonò quest’ultima criticando la direzione del suo ceo, &lt;strong&gt;Sam Altman&lt;/strong&gt;. Da allora, la competizione tra le due aziende non è mai finita, anche se i recenti successi di Anthropic hanno messo OpenAI sulla difensiva, proprio nell’anno in cui entrambe le aziende puntano a quotarsi in borsa. Il tutto, mentre le elezioni di metà mandato statunitensi, previste per il prossimo novembre, si avvicinano e le intelligenze artificiali fanno sempre più discutere. Si potrebbe pensare che OpenAI e Anthropic, operando nello stesso settore, abbiano gli stessi obiettivi, almeno per quanto riguarda il lobbying: in realtà non è così, e la differenza non riguarda soltanto il business, quanto l’approccio filosofico delle aziende e l’idea di mondo che le caratterizza.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;OpenAI,&lt;/strong&gt; pur nascendo come laboratorio di ricerca, ha nel corso degli anni imparato ad accelerare lo sviluppo delle AI (tanto da causare l’uscita dei fondatori di Anthropic) e a temere ogni forma di regolamentazione. Di conseguenza, è tra le principali animatrici di &lt;strong&gt;Leading the Future&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;un SuperPac che raccoglie fondi a sostegno di candidati politici bipartisan avversi alla regolamentazione delle intelligenze artificiali&lt;/strong&gt;. I motivi della posizione di OpenAI sono noti. Il settore, secondo l’azienda, non dev’essere frenato perché la concorrenza cinese è in agguato e la posta in gioco troppo alta: non solo la supremazia tecnologica degli Stati Uniti, ma anche la creazione di un’Agi (Artificial general intelligence), una forma di AI per ora teorica e inesistente, su cui Altman ha scommesso tutto. &lt;strong&gt;Dalla sua fondazione, lo scorso agosto, Leading the Future ha raccolto circa 125 milioni di dollari:&lt;/strong&gt; a sostenerlo ci sono anche alcuni dei nomi più influenti della Silicon Valley, come Marc Andreessen del fondo di investimenti a16z (già investitore in OpenAI).&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;La risposta di Anthropic è arrivata in questi giorni, con una donazione di 20 milioni di dollari in favore di Public First Action, un altro SuperPac, che vuole invece favorire una regolamentazione del settore.&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;In particolare, quest’ultimo comitato si oppone alle proposte di legge che mirano a vietare la regolamentazione a livello federale del settore AI, che è esattamente quello che ha provato a fare il presidente Donald Trump lo scorso dicembre, con un ordine esecutivo cucito su misura dell’industria tecnologica. &lt;strong&gt;Tra i politici sostenuti da Public First Action c’è la repubblicana Marsha Blackburn, candidata al ruolo di governatore del Tennessee, che si è opposta a una proposta del Congresso di vietare leggi sulle AI. &lt;/strong&gt;“Le decisioni politiche sull’AI che prenderemo nei prossimi anni toccheranno quasi ogni aspetto della vita pubblica”, si legge nel post con cui Anthropic ha annunciato la donazione. “In circostanze come queste, abbiamo bisogno di una buona politica: una regolamentazione flessibile che ci permetta di raccogliere i benefici dell’IA, tenere sotto controllo i rischi e mantenere l’America in vantaggio nella corsa all’AI”.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;E poi ci sono le donazioni politiche a titolo personale. &lt;strong&gt;Il cofondatore e presidente di OpenAI, Greg Brockman, tra le persone dietro a Leading the Future, è diventato uno dei principali contribuenti della causa trumpiana. &lt;/strong&gt;Come ha scritto il sito The Verge, lo scorso settembre, Brockman e sua moglie Anna hanno versato 25 milioni di dollari al principale SuperPac a sostegno di Trump, MAGA Inc”: una donazione che da sola ha rappresentato un quarto dei fondi raccolti nell’arco dei sei mesi precedenti. La direzione di Anthropic è invece più recente: secondo il New York Times, l’azienda sta lavorando da almeno cinque mesi a una strategia per il SuperPac, con cui mira a rispondere alle pressioni governative del lato più “tecno-ottimista” della Silicon Valley, rappresentato da Andreessen e Altman. &lt;strong&gt;Una &lt;i&gt;heated rivalry &lt;/i&gt;che è molto più di una semplice competizione, con OpenAI sempre più sotto pressione a causa della concorrenza crescente (oltre ad Anthropic, soprattutto Google Gemini)&lt;/strong&gt;. E che, elezioni a parte, punta a quotarsi in borsa entro la fine dell’anno, magari bruciando sul tempo Anthropic, che ha le stesse intenzioni.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Tue, 17 Feb 2026 04:39:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Pietro Minto</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-17T04:39:00Z</dc:date>
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    <item>
      <title>Cinquant’anni fa l’aereo supersonico decollava per la prima volta. Tra tentativi e fallimenti, spionaggio e cervelli in fuga</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/02/16/news/cinquant-anni-fa-l-aereo-supersonico-decollava-per-la-prima-volta-tra-tentativi-e-fallimenti-spionaggio-e-cervelli-in-fuga-8658536/</link>
      <description>&lt;p&gt;Venerdì 24 ottobre 2003, quattro e sei minuti del pomeriggio. &lt;strong&gt;Su una delle piste dell’aeroporto londinese di Heathrow si posa il volo British Airways BA002. Una piccola folla si è radunata per salutare l’ultimo volo commerciale del Concorde. &lt;/strong&gt;Alcuni applaudono. La signora Fogarty, che lavora alle pulizie in un albergo dell’aeroporto, è arrivata apposta in anticipo prima dell’inizio del suo turno. “Quel maledetto affare mi ha assordato più spesso di quanto mi piaccia ricordare. Ma devo sempre interrompere quello che sto facendo quando decolla e guardare fuori dalla finestra. Il Concorde ha fatto parte della mia vita e, quando lo vedi, non puoi fare a meno di pensare che sia bellissimo. Ecco perché sono triste oggi, perché non lo rivedremo più”. Tra i cento privilegiati passeggeri che scendono dal velivolo ci sono l’attrice americana Joan Collins e il boss della Formula Uno, Bernie Ecclestone.&amp;nbsp;&lt;strong&gt;E’ l’ultimo atto di una storia di innovazione, politica, spionaggio e fallimenti, decollata cinquant’anni fa, il 21 gennaio 1976, con due voli simultanei: uno da Londra al Bahrain e uno da Parigi a Rio de Janeiro.&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;Ma la storia del Concorde inizia molto prima, negli anni Cinquanta, con una serie di studi preliminari sul volo supersonico. Il numero di Mach definisce il rapporto tra la velocità di un oggetto e quella del suono. Quest’ultimo, all’altitudine tipica degli aerei di linea (circa 11 chilometri sul livello del mare) viaggia a circa 1063 chilometri all’ora. Per raggiungere una velocità supersonica occorre quindi superare 1 Mach (per avere un punto di riferimento si tenga presente che il Boeing 787 Dreamliner, prodotto a partire dal 2007, ha una velocità di crociera di 0,85 Mach). Già alla fine degli anni Cinquanta, secondo la International Civil Aviation Organization, vi era “un generale accordo tra i potenziali produttori sulla fattibilità tecnica di produrre un aereo da trasporto supersonico tra il 1965 e il 1970” e che questo avrebbe rappresentato&lt;strong&gt; “il successore naturale dell’attuale trasporto a reazione”.&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;A investire nell’impresa sono soprattutto i governi di Regno Unito e Francia.&lt;/strong&gt; A spingere i due paesi in questa direzione è anche il tentativo di trovare una nuova rilevanza in campo internazionale dopo la perdita dei rispettivi imperi coloniali. Nel 1954, il Royal Aircraft Establishment forma un gruppo di lavoro dedicato. Uno dei problemi da affrontare fin da subito è quello della forma delle ali: si pensa all’uso di ali trapezoidali sottili e a breve apertura, simili a quelli dei jet da combattimento. Tuttavia questa forma risulta in scarsa portanza a bassa velocità, richiedendo motori di elevatissima potenza ed aerei voluminosi. Il comitato conclude definendo assai dubbia la realizzabilità del progetto. Ma a questo punto entra in campo un provvidenziale “cervello in fuga”. &lt;strong&gt;Johanna Weber&lt;/strong&gt; è nata a Düsseldorf, in Germania, nel 1910. Il padre è stato tra le primissime vittime della Prima guerra mondiale. In quanto orfana la piccola Johanna ha potuto usufruire di un sostegno finanziario per gli studi, nei quali dimostra immediatamente le proprie qualità. Studia chimica e matematica a Colonia, poi passa a Göttingen, all’epoca all’avanguardia per gli studi scientifici e matematici, dove si laurea a pieni voti nel 1935. Vorrebbe insegnare a scuola ma si trova la strada sbarrata in quanto non è membro del Partito Nazista. Si rassegna quindi a lavorare alla Krupp, dove si occupa di calcoli balistici. Finché un giorno un collega le dice che sta facendo domanda per un istituto di ricerca in aerodinamica a Göttingen. Johanna non sa nulla di aerodinamica, ma fa domanda anche lei, e viene selezionata. All’istituto incontra Dietrich Küchemann: è un colpo di fulmine, in senso professionale. &lt;strong&gt;Da quel momento diverranno una coppia di colleghi formidabili e inseparabili: più introspettiva e originale lei, più abile a esporre i risultati lui. &lt;/strong&gt;Al termine della guerra, l’area di Göttingen ricade sotto il controllo britannico. Ai vertici dell’esercito diviene subito chiaro che il valore principale da portare a casa è l’intelletto e l’esperienza di scienziati come Weber e Küchemann. Nel 1947 entrambi si trasferiscono in Inghilterra al Royal Aircraft Establishment: Küchemann con la famiglia, Weber in un ostello. Alla richiesta di mettere nero su bianco tutto ciò che hanno imparato, compilano quello che diventerà un testo di riferimento fondamentale per il settore: Aerodynamics of Propulsion (1953).&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Sono loro a trovare la soluzione, semplice e geniale, che sblocca l’impasse del progetto supersonico: un’ala a delta snella, ad angoli di attacco elevati, che genera forti vortici dai bordi d’attacco, aumentando notevolmente la portanza dell’ala quanto più questa si estende lungo la fusoliera. Weber osservò che la portanza generata dal vortice era aumentata dalla lunghezza dell’ala su cui doveva operare, il che suggeriva che l’effetto sarebbe stato massimizzato estendendo l’ala il più possibile lungo la fusoliera. In questo modo si ottenevano velocità ragionevoli in decollo e atterraggio e al contempo buone prestazioni supersoniche.&lt;strong&gt; Appena sentita la loro presentazione, il loro capo scatta in piedi in quello che molti ricordano come “il primo atto di nascita del Concorde”.&lt;/strong&gt; Ma la strada è ancora lunga e gli investimenti richiesti sono massicci. Anche per questo motivo si decide di unire le forze con un analogo progetto francese, con un accordo tra i due Paesi siglato nel 1962. Il nuovo velivolo, ancora in fase di progettazione, viene battezzato “Concorde” in una conferenza stampa dal Presidente francese de Gaulle nel 1963. Nel 1965 si cominciano a costruire i primi due prototipi, uno a Tolosa e uno a Bristol. Un altro problema tecnico riguarda i materiali: occorre limitare la velocità massima a Mach 2,2 per poter utilizzare le leghe in alluminio tradizionali, altrimenti si sarebbero dovuti utilizzare titanio e altre leghe speciali a causa dell’elevato riscaldamento a velocità più alte. Si deve inoltre mantenere la fusoliera il più stretta possibile, con solo due file di due sedili ciascuna. Un altro problema viene risolto con un innovativo design del muso ad assetto variabile, sviluppato dall’azienda Marshall, che si abbassava durante le fasi di decollo, atterraggio e rullaggio per dare ai piloti una visuale chiara della pista.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; Nel frattempo, le due superpotenze non potevano certo stare a guardare: entrambe hanno territori vasti da coprire e considerano strategico il settore aerospaziale. Nello stesso anno dell’accordo franco-britannico, una rivista specialistica sovietica descrive il progetto del Tupolev Tu-144. Il progetto rivela negli anni significative differenze tecniche rispetto a quello europeo, ma anche alcune somiglianze importanti, a cominciare dal design, tanto da meritare il nomignolo di “Concordski”. In quegli anni sono documentate numerose infiltrazioni nel progetto franco-britannico da parte dei servizi segreti della DDR, della Cecoslovacchia e della stessa Unione sovietica, ma non è dato sapere quanto effettivamente abbiano influenzato lo sviluppo del Tu-144.&amp;nbsp;Nel 1963 l’allora Presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy annuncia il progetto di un aereo supersonico americano. Cinque anni dopo, la Boeing si ritira dal progetto, abbandonato definitivamente anche dal governo federale nel 1971. Pesano la preoccupazione per gli investimenti eccessivi, il parere negativo di alcuni esperti e le proteste dei cittadini contro l’inquinamento sonoro prodotto dai poderosi velivoli.&amp;nbsp;Nel frattempo i test in Europa continuano, i costi salgono, lentamente arrivano i primi ordini di acquisto dei Concorde da parte delle compagnie aeree British Airways e Air France. Ma il 3 giugno 1973, durante una fiera dimostrativa del settore aereo all’aeroporto di Le Bourget di Parigi, un Tu-144 sovietico si schianta a terra uccidendo l’equipaggio e otto persone a terra per cause mai chiarite.&lt;strong&gt; Nonostante l’incidente, il primo aereo supersonico ad entrare in servizio è alla fine proprio quello sovietico, il 26 dicembre 1975&lt;/strong&gt;, con un volo di trasporto merci. Il progetto viene affrettato sia per battere i rivali, sia per arrivare in tempo per i festeggiamenti dei sessant’anni della rivoluzione. Ma la sua breve carriera è estremamente tribolata a causa di continui problemi tecnici e altri incidenti, e i voli con passeggeri hanno vita brevissima.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; Il Concorde franco-britannico decolla finalmente per la prima volta dall’aeroporto Heathrow il 21 gennaio 1976 con un centinaio di selezionatissimi passeggeri. Impiega circa tre ore e mezza da Parigi o Londra per arrivare a New York, la metà di un Boeing 747. “Arrivate prima di partire”, dice la pubblicità: grazie alla differenza di fuso orario, si arriva a New York quando l’orologio locale segna un orario precedente a quello di partenza. “L’unica cosa a darti un’idea che ti stavi muovendo erano gli aerei sotto che parevano andare indietro” ricorda un pilota. Volando su un Concorde, il 13 luglio 1985, il batterista e cantante Phil Collins riesce a partecipare a entrambi i concerti benefici di Live Aid a Londra e Philadelphia. Una velocità che si paga cara: un’andata e ritorno da Londra a New York costa oltre mille sterline, circa diecimila euro ai prezzi attuali, e le tariffe salgono ulteriormente negli anni successivi. Gli arredi interni, progettati da celebri designer come Raymond Loewy e Andrèe Putman, contribuiscono a creare un’esperienza da veri vip. “They only travel by Concorde/Doing things you can’t afford..”, così li descrive un brano di Amanda Lear del 1979.&amp;nbsp;&lt;br&gt; Restano però una serie di problemi irrisolti. Prima di tutto, l’enorme consumo di carburante: un tema non di primo piano all’epoca in cui il Concorde fu progettato, ma che a partire dagli anni Settanta comincia a diventare sempre più pesante. Elevatissimi anche i costi di manutenzione, soprattutto con il passare degli anni e il relativo invecchiamento dei velivoli. &lt;strong&gt;A causa del fragore prodotto dalla velocità supersonica, il Concorde poi è sostanzialmente limitato alle rotte oceaniche. Il limite si rivela penalizzante soprattutto con la crescita del traffico aereo tra Europa e Asia.&lt;/strong&gt; Col passare degli anni, pur continuando a sfrecciare velocissimi nei cieli, i quattordici Concorde in servizio sono diventati quello che nel gergo dell’innovazione si chiama “un elefante bianco”: una bella idea non sostenibile e quindi destinata al fallimento commerciale. Come l’animale sacro ma costosissimo da mantenere della tradizione regale asiatica, quel gioiello tecnologico diventa sempre più un peso per le casse delle compagnie aeree, che preferiscono riempire i più capienti aerei tradizionali e offrire ai clienti in business class un viaggio più lungo, ma in spazi più confortevoli rispetto a quelli angusti del Concorde.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; Il colpo di grazia arriva il 25 luglio del 2000, quando una striscia di titanio lasciata da un altro aereo sulla pista squarcia uno pneumatico e causa l’incendio del motore del Concorde AF4590 diretto da Parigi a New York. L’aereo precipita poco dopo il decollo, causando la morte delle centonove persone a bordo e di altre quattro a terra. &lt;strong&gt;E’ il primo (e resterà peraltro l’unico) incidente mortale nella storia del Concorde. &lt;/strong&gt;Dopo varie verifiche tecniche, il giorno scelto per ripartire con i passeggeri non è il migliore possibile: l’11 settembre 2001, il giorno dell’attentato alle Torri Gemelle. Si arriva così al mesto e ultimo atterraggio londinese del 2003.&amp;nbsp;Johanna Weber, la scienziata che con la sua intuizione delle ali a delta aveva permesso al Concorde di levarsi in volo e di sfrecciare nei cieli, si era già da tempo ritirata in pensione per dedicarsi a nuovi studi universitari in psicologia, abbandonando ogni interesse per l’aeronautica.&amp;nbsp;Oggi ci sono alcuni progetti per rilanciare i voli supersonici commerciali, tra cui quello di Boom Technology con il suo modello Ouverture, la cui entrata in servizio è promessa per il 2028 nonostante lo scetticismo di alcuni esperti del settore. Il tempo dirà se il Concorde troverà finalmente un successore, o se il volo supersonico commerciale resterà un meraviglioso elefante bianco, rumoroso e scintillante come nel ricordo della signora Fogarty.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Mon, 16 Feb 2026 04:57:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Massimiano Bucchi</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-16T04:57:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Contro il paternalismo di stato sui social per gli adolescenti</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/societa/2026/02/14/news/contro-il-paternalismo-di-stato-sui-social-per-gli-adolescenti--8659643/</link>
      <description>&lt;p&gt;Ogni volta che esplode un allarme sui &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/social/"&gt;social&lt;/a&gt; e sugli adolescenti, &lt;strong&gt;la politica reagisce allo stesso modo: alza l’età, chiude le porte, promette divieti. È una risposta che rassicura e raccoglie consenso. &lt;/strong&gt;Ma è anche una risposta sbagliata. L’ultimo numero dell’Economist lo dice con chiarezza: “bans will do more harm than good”. I divieti faranno più danni che benefici. Il settimanale inglese non minimizza tragedie, abusi, angosce dei genitori, né il ruolo degli algoritmi. Invita però a distinguere tra casi drammatici e diagnosi generali. &lt;strong&gt;L’idea che i social stiano distruggendo la salute mentale di un’intera generazione ha “only limited evidence”. Prove limitate.&lt;/strong&gt; E’ un invito alla prudenza, non all’indifferenza: l’ansia è comprensibile, ma non può diventare scorciatoia normativa.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;L’Economist ricorda un punto ovvio: i divieti sono difficili da far rispettare, facilmente aggirabili, capaci di spingere i ragazzi verso piattaforme meno controllate.&lt;/strong&gt; Creano un’illusione di protezione e rinviano il nodo vero: come rendere gli strumenti più sicuri, più trasparenti, meno progettati per catturare l’attenzione in modo compulsivo. Sono argomenti familiari. A dicembre 2025 &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2025/12/11/news/sui-social-meno-paternalismo-di-stato-e-piu-interventismo-dei-genitori-diffidare-della-legge-australiana-8422491/"&gt;su questo giornale&lt;/a&gt; si scriveva che vietare i social ai minori è “come voler vietare la scuola perché nella scuola avviene il bullismo” e si parlava di “goffo paternalismo di stato che confonde un problema reale con il mezzo che lo veicola”. &lt;strong&gt;E’ la stessa impostazione: colpire lo strumento invece degli abusi, sollevare gli adulti dalle responsabilità educative, trasformare la complessità in slogan.&lt;/strong&gt; La strada indicata è diversa: più dati sull’uso, moderazione più severa, verifiche dell’età per costruire ambienti protetti, non per espellere. Regolare meglio, non proibire. Se non sappiamo domare piattaforme che esistono da vent’anni, con quale credibilità affronteremo l’intelligenza artificiale? Il divieto piace ai sondaggi; la responsabilità costruisce cittadini. E quando la politica sceglie il paternalismo al posto dell’educazione, non protegge i giovani: protegge se stessa dalla fatica di fare le riforme giuste.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Sat, 14 Feb 2026 04:51:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Redazione</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-14T04:51:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Il caso Esperia e la comunicazione “grassroots” a destra in Italia</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/02/14/news/il-caso-esperia-e-la-comunicazione-grassroots-a-destra-in-italia-8658561/</link>
      <description>&lt;p&gt;In principio è stato &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/wired/"&gt;Wired&lt;/a&gt;, con un articolo di fine gennaio 2026, e poi &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/report/"&gt;Report&lt;/a&gt; che dedica un servizio a &lt;strong&gt;Esperia Italia&lt;/strong&gt;, un progetto di comunicazione orientato a destra e basato, in prevalenza, sulla dimensione social. Canale media giovane sia perché giovani sono i suoi comunicatori e gestori, sia perché nasce, nella dimensione attuale, nel 2025. E se Report imbastisce la sua solita narrazione sospettosa e suggestiva, è più interessante rilevare, dal pezzo precedente di Wired, la cooperativa di sigle messe assieme per analizzare la fenomenologia di Esperia Italia: “Wired Italia, IrpiMedia e Hermes Center for Transparency and Digital Human Rights. Il progetto è stato realizzato anche grazie al sostegno dell’Investigative Journalism &amp;amp; Civil Society Collaboration Grant, un fondo promosso da Edri, Ecnl e Lighthouse Reports”. &lt;strong&gt;Intelligenza collettiva che trova appendice in un altro articolo, di complemento, apparso sulle pagine di IrpiMedia, dal titolo assai significativo “Chi c’è dietro gli ‘influencer indipendenti’ della destra sovranista”&lt;/strong&gt;. In realtà, e con buona pace delle dietrologie, Esperia è nei fatti la traslazione in Italia di quella comunicazione digitale grassroots che negli Stati Uniti ha rappresentato un punto di svolta della narrazione mediatica e comunicativa, tradotta nella vittoria elettorale di &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/donald-trump/"&gt;Donald Trump&lt;/a&gt; nel 2016 e nel 2024.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;La piattaforma, diretta da Gino Zavalani, non iscritto all’ordine dei giornalisti ci tengono a far sapere dalle parti di Wired, non è una testata registrata, e ci mancherebbe che un dispositivo grassroots possa assurgere a testata giornalistica. &lt;strong&gt;Report ci fa anche sapere che Zavalani è nato in Albania, dettaglio che ha suscitato ironie larvatamente xenofobe di commentatori vari sulle pagine social di Sigfrido Ranucci e della trasmissione, sotto il post di presentazione della puntata&lt;/strong&gt;. E poi ovviamente una oceanica carrellata di offese e insulti. In certa misura, un trionfo. Perché la ragione vitale della comunicazione grassroots è esattamente quella di mobilitare l’attenzione, producendo un contro–canto rispetto ai dispositivi narrativi ritenuti dominanti. La viralità e l’amplificazione dei contenuti, che devono essere fisiologicamente lineari e modellati su “catchphrases”, si basano su questo principio di mobilitazione. Secondo l’autorevole Encyclopedia of Political Communication, la comunicazione grassroots fa leva sulla pietra angolare della disintermediazione, elidendo la riconducibilità diretta di un commentatore a una realtà partitica e puntando alla messa in circolazione di un messaggio presentato in maniera irregolare e difforme rispetto la comunicazione istituzionale. Negli Usa, sin dal 2016, una galassia decentralizzata di podcaster, influencer e commentatori Maga si è tenuta unita nel nome del messaggio comune, senza reali vincoli e senza una organizzazione strutturata, generando un ecosistema dell’informazione parallelo rispetto la comunicazione istituzionale. &lt;strong&gt;A differenza dell’Italia, naturalmente, in America la dimensione grassroots ha tradizione più risalente, consolidata e precedente l’emersione dei media digitali&lt;/strong&gt;: in fondo, Richard Viguerie, padre morale della New Right repubblicana negli anni Sessanta e uno degli artefici della nascita di una piattaforma nazional–populista legata prima a Barry Goldwater e poi a Ronald Reagan, è stato campione di questa comunicazione, a mezzo postale e porta a porta. Con il digitale, cambia anche il target di riferimento: i giovani e i giovanissimi.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Si parla loro cesellando un linguaggio ad hoc, e con strumenti ad hoc. E soprattutto si cerca di rovesciare i rapporti di forza, penetrando tra le maglie di social considerati più progressisti, come ad esempio Instagram. E per fare questo, diventa necessario affiancare una sorta di rumore di fondo alle pagine istituzionali dei movimenti politici, senza intrecciarsi direttamente a queste. Negli stessi Stati Uniti, le nuove generazioni di comunicatori Maga sono sempre più giovani e usano in maniera massiva TikTok. D’altronde i leader politici sono ormai essi stessi influencer e mobilitano dibattito pubblico, come riconosciuto nell’analisi “Leader Trend” curata da Arcadia e da Domenico Giordano. Avrebbe scarso senso, nel cuore delle ‘guerre culturali’, esserne la copia pop. Le realtà comunicative disintermediative di destra, da Esperia e Galt Media fino a Poveri Comunisti o &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/welcome-to-favelas/"&gt;Welcome to Favelas&lt;/a&gt;, seguono direttrici diverse rispetto alla comunicazione dei partiti: &lt;strong&gt;la loro ragion pratica è mobilitare i giovanissimi, coinvolgerli e presentare un messaggio antagonista rispetto il flusso informativo progressista&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Sat, 14 Feb 2026 04:28:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Andrea Venanzoni</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-14T04:28:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Il nuovo piano della Difesa sull’Ai è un assist da cogliere per le imprese italiane</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/02/13/news/il-nuovo-piano-della-difesa-sull-ai-e-un-assist-da-cogliere-per-le-imprese-italiane-8653843/</link>
      <description>&lt;p&gt;Molti pensano che sia solo una bolla finanziaria: &lt;strong&gt;Guido Crosetto&lt;/strong&gt;, invece, ha deciso che &lt;strong&gt;l’intelligenza artificiale&lt;/strong&gt; costituisce un nuovo dominio operativo della sicurezza nazionale. Il ministero della Difesa ha definito, nella propria “Strategia 2026”, l’obiettivo di un’integrazione rapida, sistemica e sistematica dell’IA in tre ambiti fondamentali: formativo, organizzativo e operativo. Questo nuovo approccio mira a colmare i gap esistenti e a posizionare l’Italia come un partner proattivo all’interno delle alleanze internazionali. L’attuazione della strategia poggia su quattro componenti tecnologiche fondamentali, essenziali per mantenere il controllo profondo sui sistemi di IA.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Prima di tutto dati e algoritmi. I primi devono essere sicuri, integri e gestiti superando la frammentazione “in silos” attraverso un approccio cloud integrato. I secondi richiedono lo sviluppo di modelli trasparenti e spiegabili, con una validazione rigorosa basata sul diritto internazionale umanitario. Poi c’è la capacità di calcolo: infrastrutture proprietarie di High Performance Computing e una transizione verso il calcolo quantistico per supportare l’addestramento continuo dei modelli. Infine, reti e connettività, con un potenziamento delle infrastrutture energetiche e delle comunicazioni satellitari, con un focus particolare sulle costellazioni a orbita bassa per garantire basse latenze e ridondanza. Per dirigere questa trasformazione, sono state istituite nuove strutture di governance: l’Ufficio per l’IA, preposto alla supervisione e all'indirizzo politico, e il Laboratorio di IA per la Difesa, concepito come polo di eccellenza e centro di sperimentazione.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;L’orientamento italiano si allinea alle tendenze delle principali potenze globali: la Cina ha formalizzato il concetto di "guerra intelligentizzata", ponendo l'IA al centro della competizione nei domini cognitivo ed elettromagnetico. Gli USA integrano l’IA nelle “multi-domain operations” per massimizzare la superiorità decisionale, avvalendosi di una simbiosi profonda con il settore privato. Il mondo sta convergendo verso un’idea di difesa dove l’IA non è più un accessorio, ma la condizione stessa dell’autonomia strategica: Crosetto lo ha capito. Ora devono capirlo anche i cittadini e le imprese.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Fri, 13 Feb 2026 05:09:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Carlo Alberto Carnevale Maffè</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-13T05:09:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Ora Elon Musk vuole la Luna</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/02/13/news/ora-elon-musk-vuole-la-luna-8651975/</link>
      <description>&lt;p&gt;C’è stato un tempo in cui le missioni di &lt;strong&gt;SpaceX e Tesla&lt;/strong&gt; erano chiare, per quanto diverse l’una dall’altra: trasformare l’umanità in una civiltà interplanetaria e favorire l’elettrificazione del mercato auto (e non solo). Bei tempi, quelli, in cui il loro fondatore Elon Musk passava ancora per icona liberal, magari un po’ controversa. Poi è arrivato l’appoggio a Donald Trump, le teorie del complotto sul Covid, lo pseudodipartimento DOGE, e la reputazione di Musk è cambiata.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;In queste settimane, il cambiamento ha travolto anche le sue aziende, le cui priorità ufficiali sono state modificate profondamente, forse per provare a riallinearle al suo “credo” politico. Oppure per reagire al crollo delle vendite di Tesla, chissà. &lt;strong&gt;Comunque sia, la “nuova” Tesla si occuperà di robot umanoidi, i cosiddetti Optimus, e per questo smetterà di produrre i modelli di automobili S e X, che già da tempo vendevano poco&lt;/strong&gt;. Sulla domanda effettiva e sulle capacità reali di questi Optimus, ovviamente, persistono dubbi concreti, ma poco importa.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;Quanto a SpaceX, &lt;/strong&gt;invece, i cambiamenti sono ancora più drastici: la colonia su Marte (più volte promessa con deadline assurde e “bucate” regolarmente) viene archiviata a favore di un ripiego, se così si può definire, &lt;strong&gt;ovvero una città sulla Luna.&lt;/strong&gt; Attenzione, però, perché Musk non si accontenta di un annuncio simile e ha dovuto aggiungere un ingrediente in più: questa colonia sarà infatti “self-growing”, cioè in grado di espandersi da sola.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Non è tutto, perché SpaceX verrà fusa con un’altra azienda di Musk, &lt;strong&gt;xAI, che si occupa di intelligenza artificiale e ha sviluppato Grok&lt;/strong&gt;, il chatbot “non politicamente corretto” noto per aver denudato le foto di donne non consenzienti e minori. Nei mesi scorsi, inoltre, xAI aveva già acquisito X, l’ex Twitter, sempre di proprietà di Musk, che sembra essere nella sua fase “blob”: l’obiettivo è assorbire tutto, sperando che il modello di business venga da sé.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Non c’è momento migliore per operazioni così estreme: alla Casa Bianca c’è l’amico-nemico Donald Trump, con cui nel frattempo Musk ha fatto la pace. All’epoca del litigio che portò all’uscita di Musk dall’amministrazione, il nostro rivelò su X che Trump “era negli Epstein Files”, e cioè i documenti riservati sul criminale sessuale Jeffrey Epstein. Le rivelazioni delle ultime settimane hanno confermato il suo tweet, pur aggiungendo un particolare: &lt;strong&gt;anche Musk era in contatto con Epstein&lt;/strong&gt; (così come mezzo mondo tecnologico, a dire il vero).&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Rimane comunque una domanda: a che cosa serve fondere due aziende così diverse come xAI e SpaceX?&lt;/strong&gt; Innanzitutto a quotare in borsa la società “monstre” che ne risulta, ovviamente, ma anche ad altro, almeno secondo Musk, che dopo aver abbandonato Marte ha già trovato una nuova ossessione fantascientifica:&lt;strong&gt; i data center spaziali.&lt;/strong&gt; Cioè, i data center utilizzati nello sviluppo e nel funzionamento delle intelligenze artificiali, che saranno messi in orbita, anzi, installati direttamente sul suolo lunare. Esistono al momento data center simili? No. E c’è chi ritiene che siano impossibili o impraticabili o un investimento al di fuori di ogni grazia divina, un po’ come la colonizzazione di Marte, ormai sogno dimenticato.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Certo, SpaceX può rivendicare il successo (quanto meno strategico e geopolitico) di &lt;strong&gt;Starlink&lt;/strong&gt;, il sistema in grado di garantire collegamenti internet via satellite. La tecnologia si è rivelata fondamentale nelle zone di guerra, come visto in Ucraina, e si basa su migliaia di piccoli satelliti orbitanti. Musk riuscirà a fare lo stesso con dei supercomputer? Magari facendoli operare da dei robot Optimus? I quali potrebbero condividere i loro pensieri su X, e così via. Sinergia, la chiamano.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Si scherza anche perché, a questo punto, è difficile prendere sul serio Musk. &lt;strong&gt;Eppure il sogno continua e non è facile immaginare che la quotazione in borsa di xAI/SpaceX sarà un successo, o quanto meno in grado di tamponare le perdite miliardarie della prima.&lt;/strong&gt; Nel frattempo, Musk non ha dimenticato come si promettono gli scenari di fantascienza: parlando della mission di questa nuova azienda, ad esempio, ha detto che dovrà “scalare fino a costruire un sole senziente per comprendere l’Universo ed estendere la luce della conoscenza fino alle stelle”.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;L’idea che a costruire un sole senziente, qualsiasi cosa voglia dire, sia la stessa azienda che ha sviluppato il chatbot Grok dovrebbe farci ridere. Tuttavia, qualcuno la prende sul serio, ancora oggi.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Fri, 13 Feb 2026 02:24:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Pietro Minto</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-13T02:24:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>WhatsApp denuncia il tentativo di Mosca di “bloccare completamente l'app”</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/02/12/news/whatsapp-denuncia-il-tentativo-di-mosca-di-bloccare-completamente-l-app--8651033/</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/whatsapp/"&gt;WhatsApp&lt;/a&gt; accusato di terrorismo e di&amp;nbsp;estorsione. &lt;strong&gt;Per questi motivi, l'autorità russa di controllo delle telecomunicazioni&amp;nbsp;ha confermato all'agenzia Tass di aver adottato misure per rallentare l'app di messaggistica. &lt;/strong&gt;Il sospetto è che venga&amp;nbsp;utilizzato per organizzare e svolgere attività terroristiche nel paese e che sia anche uno dei principali servizi utilizzati per frodare ed estorcere denaro ai cittadini.&amp;nbsp;Parlando alla&amp;nbsp;Tass, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha dichiarato che la decisione è stata presa perché l'azienda americana&amp;nbsp;non rispettava le leggi russe: "Se Meta si adeguerà, partirà un dialogo con le autorità russe e allora, poi, ci sarà l'opportunità di raggiungere un accordo. Se la società continuerà a rimanere sulla sua posizione intransigente e, direi, a dimostrare assoluta mancanza di volontà di rispettare le leggi russe, allora non ci saranno possibilità".&amp;nbsp;&lt;strong&gt;L'operazione è stata denunciata dalla stessa WhatsApp su X specificandone il vero motivo:&amp;nbsp;"Il governo russo ha cercato di bloccare completamente WhatsApp nel tentativo di spingere le persone verso un'app di sorveglianza di proprietà dello stato".&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;L'app di messaggistica a cui si riferisce l'azienda americana è Max, sponsorizzata da Mosca, ma attualmente molto meno popolare.&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;Offerta dal colosso russo dei social media Vk dal 2025, Max si presenta come una super-app che fornisce accesso sia ai servizi governativi che agli store online. WhatsApp intanto nel suo post avverte: "Cercare di escludere più di 100 milioni di utenti dalla possibilità di comunicazioni private e sicure costituisce un passo indietro che non può che portare a minore sicurezza per le persone in Russia” e assicura che continuerà "a fare tutto il possibile per mantenere gli utenti connessi".&amp;nbsp;&lt;strong&gt;Mosca però non ha limitato soltanto le comunicazioni di Meta: qualche giorno fa infatti l'autorità di regolamentazione russa aveva già imposto restrizioni all'app Telegram, accusata di non fare abbastanza per proteggere i dati degli utenti.&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;E questi due episodi sono solamente gli ultimi di una più ampia serie di tentativi di repressione dei social network con sede all'estero (Telegram ha sede a Dubai): in passato la Russia ha provato a limitare l'uso&amp;nbsp;bloccandone&amp;nbsp;temporaneamente l’accesso o rallentandone&amp;nbsp;il funzionamento. L'estate scorsa per esempio&amp;nbsp;Mosca aveva già vietato agli utenti di effettuare chiamate su Telegram e WhatsApp, ma ora l'app americana è stata proprio tolta&amp;nbsp;dalla lista dei siti accessibili, stessa sorte che è toccata a YouTube.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Thu, 12 Feb 2026 09:00:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Redazione</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-12T09:00:00Z</dc:date>
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      <title>Le medie potenze possono salvare la governance dell’intelligenza artificiale</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/02/12/news/le-medie-potenze-possono-salvare-la-governance-dell-intelligenza-artificiale-8648132/</link>
      <description>&lt;p&gt;A Davos, il 22 gennaio, &lt;strong&gt;Dario Amodei di Anthropic e Demis Hassabis di Google DeepMind&lt;/strong&gt; hanno fatto un’ammissione sorprendente. Alla domanda se accoglierebbero con favore un rallentamento nello sviluppo dell’intelligenza artificiale, entrambi hanno risposto di sì. &lt;strong&gt;"Forse sarebbe utile procedere a un ritmo un po’ più lento", ha detto Hassabis&lt;/strong&gt;, "così da poter fare le cose per bene, anche a livello sociale". Amodei ha concordato: "Lo preferirei anch’io. Penso sarebbe meglio per il mondo". Poi è arrivato il punto critico. Una tale moderazione, ha precisato Hassabis,&lt;strong&gt; richiederebbe "una collaborazione internazionale"&lt;/strong&gt;. Amodei è stato più diretto: "È molto difficile avere un accordo vincolante in cui loro rallentano e noi rallentiamo". Il messaggio, in sostanza, era di impotenza: due dei dirigenti tecnologici più potenti del pianeta ammettevano liberamente di essere intrappolati in una corsa che nessuno dei due ha scelto e da cui nessuno può tirarsi indietro da solo. Ed è proprio questo che dovrebbe preoccuparci. Le persone che stanno costruendo quella che loro stessi definiscono la tecnologia più determinante della storia dell’umanità stanno chiedendo pubblicamente aiuto per rallentare, ma nessuno risponde.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il governo degli &lt;strong&gt;Stati Uniti&lt;/strong&gt;, assorbito dalla competizione con la Cina per la supremazia globale, non è disposto a discutere di moderazione. &lt;strong&gt;La Cina&lt;/strong&gt;, pur più incline a cooperare per evitare disastri o enormi perdite di posti di lavoro, non accetterà certo di farsi guidare da Washington.&lt;strong&gt; Le due superpotenze dell’AI sono in stallo.&lt;/strong&gt; Se dovesse nascere una scintilla di cooperazione, non verrà da loro. Ed è qui che entrano in gioco i poteri medi. Paesi del G7, del G20 e dei Brics come Italia, Regno Unito, Brasile, Arabia Saudita, Canada, Singapore, Corea del Sud, India, Finlandia, Emirati Arabi Uniti e gli stati membri dell’Unione europea potrebbero non ospitare le aziende d’avanguardia dell’AI, ma possiedono qualcosa che alle due superpotenze manca: la capacità di convocare e costruire coalizioni senza essere accusati di perseguire interessi egemonici, e un peso collettivo di mercato sufficiente a far rispettare gli standard. La Corea del sud è diventata di recente il primo paese ad approvare una legge completa sull’intelligenza artificiale, che impone la supervisione umana per i sistemi ad alto impatto e l’obbligo di dichiarare i contenuti generati da AI. La legge è entrata in vigore mentre &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/ai-act/"&gt;l’AI Act europeo è ancora impantanato in ritardi di attuazione&lt;/a&gt;. &lt;strong&gt;Questo mese l’India ospiterà il primo grande vertice globale&lt;/strong&gt; &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2025/12/12/news/modi-vuole-costruire-un-ai-made-in-india-ma-i-suoi-talenti-spesso-scappano-8425582/"&gt;sulla governance dell’intelligenza artificiale nel sud globale&lt;/a&gt;, dopo quelli di Parigi (2023), Seul (2024) e del Regno Unito (2023). I poteri medi non stanno aspettando il permesso di nessuno.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Gli scettici ricorderanno che i precedenti tentativi di frenare la corsa sfrenata verso un’AI superintelligente sono falliti. &lt;/strong&gt;Nel 2024, poche settimane dopo il lancio di GPT-4 da parte di OpenAI, una lettera aperta che chiedeva una pausa di sei mesi nella formazione dei modelli avanzati raccolse decine di migliaia di firme, anche di figure chiave del settore, per poi essere dimenticata nel giro di poche settimane. Ma quell’iniziativa si basava su un’autoregolazione unilaterale, senza alcuna infrastruttura di coordinamento. Con la pressione competitiva e gli investimenti per trilioni di dollari in gioco, moratorie senza meccanismi non possono funzionare. Serve qualcosa di più sofisticato, e soprattutto coordinato a livello globale. I poteri medi possono costruire quell’infrastruttura che rende possibile la moderazione. Potrebbero istituire test di sicurezza comuni, progettati da scienziati indipendenti, che ogni laboratorio deve superare prima di un rilascio importante. Potrebbero creare un registro degli “incidenti mancati” sul modello dell’aviazione, dove gli ingegneri di tutto il mondo segnalano comportamenti pericolosi per evitare che si ripetano. Potrebbero imporre &lt;strong&gt;verifiche indipendenti per controllare la veridicità delle dichiarazioni su barriere di sicurezza, accessi e “interruttori di emergenza”. &lt;/strong&gt;Niente di tutto questo è spettacolare, né farà titoli di giornale, ma &lt;strong&gt;è l’infrastruttura di base che rende possibile la cooperazione.&lt;/strong&gt; Le medie potenze hanno più influenza di quanto pensino. L’Unione europea, l’India, il Brasile e altri grandi mercati rappresentano miliardi di utenti, e le aziende di frontiera dell’AI si adegueranno agli standard pur di accedervi. Il quadro normativo di Singapore, per esempio, sta già modellando il modo in cui le imprese distribuiscono sistemi in tutto il Sud-est asiatico. Quando i poteri medi fissano standard, i grandi laboratori globali li seguono – non per altruismo, ma per convenienza commerciale.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Amodei ha toccato questo punto, forse involontariamente, a Davos: "Se si possono limitare le esportazioni di chip verso la Cina", ha detto, "allora non si tratta di una competizione tra Stati Uniti e Cina, ma tra me e Demis (Hassabis)&amp;nbsp;— e sono fiducioso che potremmo metterci d’accordo". In altre parole: se si rimuove la dimensione geopolitica, i laboratori occidentali possono collaborare. I poteri medi non possono eliminare la rivalità Usa-Cina, ma possono costruire un’infrastruttura di cooperazione capace di influire su di essa in modo significativo.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;La finestra di opportunità, però, non resterà aperta a lungo. Sia Amodei che Hassabis hanno suggerito che &lt;strong&gt;sistemi di intelligenza artificiale capaci di auto-migliorarsi potrebbero arrivare entro uno-cinque anni.&lt;/strong&gt; Dopo quel punto, la velocità del cambiamento potrebbe superare la nostra capacità di reagire in modo credibile. L’infrastruttura va costruita adesso, mentre i leader dei laboratori mostrano disponibilità e prima che la tecnologia renda impossibile qualsiasi rallentamento. Come ha detto chiaramente Mark Carney, primo ministro del Canada, a Davos: "Siamo in mezzo a una frattura. Le istituzioni multilaterali su cui i poteri medi hanno sempre fatto affidamento sono sotto minaccia". La sua ricetta: &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/coalizione-dei-volenterosi/"&gt;“coalizioni dei volenterosi”,&lt;/a&gt; gruppi di paesi affini che agiscono insieme quando le vecchie istituzioni non bastano più. &lt;strong&gt;La governance dell’AI è il banco di prova per capire se questo approccio può funzionare.&lt;/strong&gt; I leader dei laboratori hanno già mostrato le loro carte: sarebbero lieti di ricevere aiuto. La domanda è se i poteri medi sapranno riconoscere l’occasione davanti a loro — e afferrarla prima che la finestra si chiuda.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;  
&lt;p&gt;&lt;em&gt;&lt;strong&gt;Nicolas Miailhe&lt;/strong&gt; è&amp;nbsp;co-fondatore di AI Safety Connect, una piattaforma diplomatica Track 1.5 che riunisce governi, laboratori di intelligenza artificiale di frontiera e società civile sulla sicurezza e la governance dell'AI.&amp;nbsp;Pioniere riconosciuto delle politiche e della governance globali dell'AI, è un esperto nominato da PECC, UNESCO, OCSE, GPAI e ONU.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Thu, 12 Feb 2026 05:20:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Nicolas Miailhe</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-12T05:20:00Z</dc:date>
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