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Il cielo che non ci siamo mai persi
Dai Mercury Seven alla Space economy da 600 miliardi di dollari, lo spazio non è più solo epica e bandiere, ma infrastruttura critica, arena geopolitica e terreno di sfida tra Stati e colossi privati. Da come lo raccontiamo dipenderà in che modo, e da chi, sarà governato
di
9 MAY 26

L'analisi che leggete qui sotto è tratta dall’ultimo numero di World Energy, dedicato alle nuove frontiere dello spazio.
Il 9 aprile del 1959, in una sala da ballo della Dolley Madison House di Washington, sette uomini in giacca e cravatta furono presentati al mondo.
Erano i Mercury Seven, o, come li si definì subito, “i primi astronauti” degli Stati Uniti, sebbene nessuno di loro avesse ancora volato nello spazio. Il giorno stesso, la rivista LIFE inviò una lettera con un’offerta: mezzo milione di dollari per i diritti esclusivi di raccontarne la storia. Mezzo milione per eroi che per quanto non avessero nemmeno orbitato una volta, lo spazio lo portavano dentro, come simbolo, come promessa. Nei mesi successivi, l’America intera si affezionò ai loro volti sulle copertine; le mogli furono fotografate nelle case di Cape Canaveral; i nomi e le storie degli astronauti divennero familiari come quelli di star del cinema.
Iniziavano gli anni ’60 e lo spazio assurgeva a racconto, epica, mito. Costituiva la prima linea della Guerra Fredda, trasposta oltre i limiti del cielo: l’avanguardia dei valori e della capacità occidentali – statunitensi, beninteso – contro quella sovietica.
Dieci anni dopo, nel luglio del 1969, quando Neil Armstrong raggiunse il Mare della Tranquillità, primo uomo a toccare la superficie di un altro mondo, agli occhi del grande pubblico la corsa spaziale poté dirsi conclusa. Nonostante l’iniziale e debordante vantaggio sovietico, gli Stati Uniti l’avevano vinta. Quanto sarebbe arrivato dopo — satelliti, sonde interplanetarie, perfino lo Space Shuttle e le stazioni spaziali, fino a quella internazionale, la Stazione Spaziale Internazionale (ISS) — era e sarebbe rimasto questione da specialisti, non da opinion leader o decision maker.
Inaugurato da poco, il racconto dell’avventura cosmica del genere umano si era spento con altrettanta rapidità. Non per disinteresse tecnico, ma per rimozione collettiva. Negli anni Settanta, dopo la Luna, le copertine di LIFE diradarono, i contratti da mezzo milione diventarono ricordo.
DA
AVVENTURA COSMICA A INFRASTRUTTURA STRATEGICA
Eppure, mentre l’attenzione collettiva si rivolgeva altrove, con invisibile inesorabilità lo spazio iniziò a diventare l’infrastruttura portante del Pianeta. In pochi decenni e senza che il pubblico se ne accorgesse, o senza che gli fosse detto con sufficiente chiarezza, ogni transazione finanziaria globale, ogni previsione meteorologica, ogni coordinata GPS a portata di smartphone, ogni sistema di monitoraggio climatico sarebbe diventato dipendente da asset orbitali. Tanto da far valere quanto scritto un secolo fa dal geografo Nicholas John Spykman circa il dominio del mare anche per lo spazio: oggi, chi lo controlla, controlla la Terra.
Per questo lo spazio è tornato sulle prime pagine (in tv e sui social network). Il modo di raccontarlo, però, è radicalmente cambiato rispetto al 1959: lo spazio non è più (solo) l’avventurosa saga di donne e uomini disposti a sfidare l’ignoto per la ragion di Stato. È la cronaca di un affare da centinaia di miliardi di dollari, di un nuovo “continente” in cui un imprenditore privato può esprimere ed esercitare la potenza di un governo, è un’arena – forse “l’arena” - di confronto geopolitico. Nondimeno, invece dello sprint veloce fra gli anni ’60 e ’70, oggi lo spazio inaugura una maratona: come internet negli anni ’90, ha riconfigurato e riconfigurerà la nostra vita quotidiana. E d’ora in poi, rimarrà.
Beninteso, il mutamento narrativo non è solo faccenda culturale: è questione strategica. Perché da come raccontiamo lo spazio dipende come lo governeremo. O se lo governeremo.
La riacquisita centralità nel dibattito pubblico è il prodotto di tre fenomeni convergenti, documentabili con precisione.
Il primo è costituito dalla privatizzazione e dalla riduzione drastica dei costi di accesso alle orbite. Nel 2025, SpaceX, la space company di Elon Musk, ha effettuato 170 lanci — compresi i 5 test di Starship — uno ogni 28 ore. Grazie alla possibilità di riutilizzare parzialmente i vettori spaziali, i costi di lancio si sono ridotti fino al 65 percento rispetto al decennio precedente. La riusabilità dei razzi, i servizi di ride sharing orbitale, la miniaturizzazione dei satelliti hanno democratizzato, o se non altro aperto, l’accesso allo spazio.
Nel 2024 l’economia spaziale ha mosso - le stime divergono e le prossime righe diranno il perché – circa 600 miliardi di dollari a livello globale, con il settore commerciale responsabile di quasi l’80 percento del volume. Le proiezioni per il 2035 parlano di 1.800 miliardi, a un tasso di crescita doppio rispetto al PIL mondiale; non manca chi profetizza un valore fino a 3mila miliardi nello stesso periodo, una differenza in buona parte riconducibile alla difficoltà stessa di individuare i limiti di un settore capace di abilitarne altri, diversi e all’apparenza lontani: i profitti di un eventuale broadcaster che utilizzasse una costellazione satellitare sono inquadrabili nella Space economy? Se sì, quanto? Il dibattito rimane aperto, ma è certo che quando un mercato cresce a ritmi roboanti, i media non possono ignorarlo. Significa attenzione pubblica.
Il secondo catalizzatore è il ritorno della competizione tra potenze. Dopo la stagione della cooperazione pacifica supremamente simboleggiata dalla Stazione spaziale internazionale, Stati Uniti, Cina, Russia e un numero crescente di Paesi con ambizioni o programmi spaziali propri costruiscono architetture orbitali sempre più autonome, non di rado incompatibili. È una dimensione, per quanto rilevante, che rappresenta solo una delle leve capaci di riportare lo spazio al centro dell’attenzione collettiva. Non necessariamente la principale.
Il terzo catalizzatore è la personalizzazione della narrazione. Elon Musk, Jeff Bezos e la sua Blue Origin, o Kam Ghaffarian con Axiom Space, non sono solo imprenditori: sono hub mediatici in carne e ossa, in grado di riportare lo spazio dentro il racconto quotidiano della tecnologia, della geopolitica, degli orizzonti imminenti: in una parola, del futuro. Nel 1959 i Mercury Seven erano il veicolo narrativo per raccontare la proiezione statunitense al di là del cielo. Oggi Musk o Bezos sono imprenditori che costruiscono il loro racconto pubblico, con i loro mezzi – stricto sensu, piattaforme di loro proprietà da X al “Washington Post” - e secondo la loro visione, non di rado striata di messianesimo.
Lo spazio non è più solo un programma di Stato a favore di periodico; è anche la prossima frontiera evolutiva del genere umano, presidiata – quando non controllata - da pochi soggetti privati, ognuno con il proprio racconto personale.
OPPORTUNITÀ
EMERGENTI…
Anche per questo i suoi orizzonti, oggi, non sono più circoscrivibili in quelli dell’esplorazione. Lo spazio è industria, servizi, infrastruttura critica per settori in apparenza avulsi dall’orbita terrestre, ma in realtà dipendenti da qualsiasi cosa accada o viaggi in prossimità del Pianeta. Non sarebbe forzato dire che buona parte della nostra vita, e quindi della nostra economia, adesso è space based. Va da sé che anche le opportunità via via abilitate siano tutt’altro che teoriche. L’agricoltura di precisione usa dati satellitari per ottimizzare irrigazione e fertilizzazione, riducendo sprechi e aumentando rese; i mercati finanziari globali dipendono dalla sincronizzazione garantita dai sistemi PNT (di posizionamento, navigazione e temporizzazione), con una precisione capace di consentire transazioni nell’ordine dei nanosecondi. Il monitoraggio ambientale - dalle emissioni di gas serra alla deforestazione, dalla salute degli oceani alla gestione delle risorse idriche — si basa su costellazioni satellitari in orbita bassa (fra i 100 e i 2mila chilometri di quota), che forniscono dati con tempi di rivisita in progressiva riduzione. La californiana AstroForge ha lanciato nel 2025 la sua prima missione verso un asteroide, sviluppata in dieci mesi per 6,5 milioni di dollari: cifre impensabili un decennio fa, quando una missione simile avrebbe richiesto budget statali e uno sviluppo decennale.
Gli esperti stimano che il mercato minerario spaziale potrebbe valere 5 miliardi di dollari entro il 2030 e 23 miliardi un decennio dopo. L’acqua estratta dal suolo lunare è convertibile in idrogeno e ossigeno, cioè carburante per missioni verso lo spazio profondo. Startup come Interlune, basata a Seattle, promettono di commercializzare terre rare ed elio-3 estratti dalla regolite, la “polvere selenica”; Starcloud, Google, Nvidia, Amazon o SpaceX giurano che fra pochi anni i data center, cioè i “pozzi” da cui attingere la potenza computazionale necessaria ad alimentare qualsiasi intelligenza artificiale, saranno nello spazio, pronti a ridurre i consumi energetici e idrici che già oggi spaventano chi, sulla Terra, li ospita.
Non è fantascienza: sono proiezioni mosse da progetti già attivi, investimenti già allocati, tecnologie già comprovate o alla vigilia dei primi test in laboratorio e oltre l’atmosfera.
Non si tratta nemmeno di sprechi di risorse o investimenti temerari: lo sviluppo spaziale produce ciò che gli economisti indicano come trickle-down tecnologico, un processo per cui li innovazioni nate per l’orbita si riversano sull’economia civile. Il GPS, nato per guidare i missili nucleari dei sottomarini statunitensi durante la Guerra Fredda, oggi orienta il traffico marittimo e aereo globale e consente a qualsiasi smartphone di sapere dove si trovi con precisione metrica. I materiali sviluppati per resistere alle condizioni estreme dello spazio — temperature che oscillano tra -150 e +150 gradi Celsius, radiazioni intense, vuoto assoluto — trovano applicazione in medicina (protesi, strumenti chirurgici), automotive (materiali leggeri e resistenti), edilizia (isolanti termici avanzati). Software e algoritmi che permettono la diagnosi precoce delle microcalcificazioni al seno derivano da quelli impiegati per correggere la “miopia” del telescopio spaziale Hubble, lanciato nel 1990 con un difetto alla sua lente primaria.
La connettività satellitare globale promette di portare Internet ad alta velocità anche nelle aree più remote della Terra, colmando il digital divide. Megacostellazioni come Starlink, OneWeb e Amazon Leo, così come i loro omologhi cinesi, vanno componendo reti di migliaia di apparati in orbita bassa, capaci di offrire latenza (via via) comparabile alla fibra ottica e copertura planetaria. A fine 2025, Starlink operava oltre 9.350 satelliti in orbita, costituendo oltre la metà di tutti gli apparati attivi intorno alla Terra. Per i Paesi in via di sviluppo, per le comunità rurali, per le navi in mezzo all’oceano, questo significa accesso a educazione, telemedicina, servizi digitali altrimenti impossibili.
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E RISCHI DA GOVERNARE
È inevitabile che a corredare la narrazione dell’opportunità ci sia quella del rischio. Militarizzazione crescente, concentrazione di potere in mani private, frammentazione della governance internazionale sono temi concreti che impongono domande e risposte non più rinviabili. Tuttavia, come sempre successo nello spazio – da quando il lancio dello Sputnik nel 1957 terrorizzò l’Occidente paventando la supremazia dell’altra parte del mondo – opportunità e rischio non sono narrazioni alternative. Sono le due facce del medesimo processo.
La stessa tecnologia capace di garantire il monitoraggio delle emissioni può essere usata per scopi militari; il satellite che connette aree remote è a un tempo asset strategico. La dualità è strutturale, non contingente. Lungi dal paralizzarci, questo significa solo che lo sviluppo spaziale impone consapevolezza, trasparenza e un dibattito pubblico all’altezza delle complessità in gioco.
Il Trattato sullo Spazio Extra-Atmosferico del 1967, la “Magna Carta” dell’ultra-cielo, fu scritto per un mondo con due attori sovrani e nessuna Space company privata. Gli Artemis Accords, sottoscritti da 61 nazioni al gennaio 2026, tentano di aggiornare un framework in evoluzione costante. Insieme con le numerose regolamentazioni nazionali – non ultima quella italiana, approvata pochi mesi fa - rappresentano uno sforzo concreto nella costruzione di regole condivise. È tutto da dimostrare ci riescano, ma in un mondo via via più frammentato, la Space diplomacy testimonia come da lassù i confini non esistano.
Dalle reti energetiche ai trasporti, dalla finanza alla logistica fino alla sicurezza delle pipeline, tutto ricorda come lo spazio integri l’economia globale. E quanto questioni di resilienza e governance debbano ormai, e con urgenza, contemplare il rapporto con l’extra-terrestre.
LA RESPONSABILITÀ DEL DIBATTITO PUBBLICO
Nel 1959 sette uomini seduti a un tavolo diventarono leggenda prima ancora di volare nello spazio. Oggi in pochi conoscono i nomi degli astronauti, ma tutti sanno chi sono Musk o Bezos. Lo spostamento di attenzione dal programma all’imprenditore, dal collettivo all’individuale, non è neutrale. Trasforma ciò che è politicamente possibile. Cambia quel che il pubblico percepisce come normale.
Per questo la sfida attuale è in una narrazione che sia all’altezza della (nuova) realtà; che non afferisca all’entusiasmo acritico di una visione tecno-utopistica, ma nemmeno al catastrofismo geopolitico pronto a individuare oltre l’atmosfera solo una nuova linea del fronte. La realtà è ben più complessa e, in fondo, molto più interessante di entrambe le caricature.
Il contributo più importante che un dibattito pubblico informato, plurale e non dettato da interessi particolari può fornire è di tenere insieme le due anime del settore: l’accelerazione tecnologica e la responsabilità globale.
È una logica che sarebbe auspicabile innervasse i tempi che viviamo: le sfide più grandi non hanno confini. Né nel Mondo, né oltre.
Emilio Cozzi è giornalista e autore. Scrive regolarmente per Wired Italia, Il Sole 24 Ore e per ISPI - L’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale. È co-autore e conduttore di “Countdown - dallo spazio alla terra”, in onda su Sky Tg24. Premio “Luigi Broglio” 2025 per la divulgazione astronautica, i suoi libri più recenti sono “Geopolitica dello spazio” (il Saggiatore) e “Camminare tra le stelle” (con Luca Parmitano, Feltrinelli).