I paradossi della privacy: i test del Dna via posta no, lasciarci guardare in casa sì

Eugenio Cau

Due famose aziende del settore licenziano i dipendenti per un calo della domanda

Milano. C’è stato un periodo, durato fino a circa un annetto fa, in cui i kit per fare il test del dna andavano molto di moda. Per un paio d’anni era sembrato che chiunque, al modico prezzo di 100-200 dollari o euro, non vedesse l’ora di sputare in una provetta e di mandare per posta il prezioso liquido a una startup americana – la più famosa si chiama 23andMe, ma il Future of Privacy Forum ha calcolato che le aziende attive nel settore sono oltre 50 – per farsi fare il test del dna. I kit colorati con provetta, confezione per la spedizione e manuale di istruzioni erano diventati un regalo originale, una novità da provare, e per alcuni anche una cosa seria.

 

I test sono nati per ragioni soprattutto genealogiche. I principali risultati che si ottengono riguardano le proprie ascendenze etniche, e nello stesso periodo in cui i test andavano di moda si diffusero online video virali in cui si prendeva qualche famoso suprematista bianco, gli si faceva fare il test e si svelava che secondo la genetica il razzistone era per il 15 per cento africano. Ci furono anche preoccupanti casi all’opposto, come quello di un politico ungherese di estrema destra che si fece il test per dimostrare di essere al cento per cento privo di sangue ebreo o rom.

 

Con il tempo, inoltre, i test hanno cominciato anche a fornire cauti risultati sanitari, come certe famigliarità e predisposizioni, che vanno dalla calvizie alla celiachia al morbo di Parkinson. Insomma, fino a circa un annetto fa il settore sembrava fiorente. Poi la moda è passata.

 

Alla fine di gennaio 23andMe ha annunciato che avrebbe licenziato circa 100 dipendenti a causa delle scarse vendite. Qualche giorno fa Ancestry, che è l’altra azienda leader del mercato, ha annunciato che avrebbe licenziato il 6 per cento della sua forza lavoro perché “negli ultimi 18 mesi abbiamo visto un rallentamento della domanda dei consumatori”. La ragione principale del gran calo di interesse si chiama privacy. Dopo un’impennata di curiosità iniziale, gli utenti hanno cominciato a chiedersi: ma queste compagnie cosa se ne fanno del mio dna? La risposta è che lo conservano e lo utilizzano, anonimizzato, per siglare lucrosi accordi con case farmaceutiche e aziende tecnologiche. 23andMe ha un accordo con GlaxoSmithKline per lo sviluppo di nuovi farmaci, Ancestry ne ha uno con Calico, la divisione salute di Google, e ci sono stati scandali come quello di FamilyTreeDNA, un’altra azienda di test che consentiva all’Fbi libero accesso al suo archivio di dati genetici. Buona parte di queste aziende, nei regolamenti che fanno accettare agli utenti, hanno anche delle clausole che consentono loro di conservare e utilizzare non soltanto i risultati dei test, ma anche la provetta fisica con la saliva dentro – vedi mai che possa servire. Ovviamente si può chiedere alle aziende di cancellare i dati, ma spesso il procedimento è complicato.

 

E così quegli stessi utenti che mettono senza paura le fotografie dei figli minorenni su Facebook, che consentono che mezza Silicon Valley (Apple, Facebook, Google) misuri le fattezze del loro viso per i loro sistemi di riconoscimento facciale, che non si scompongono minimamente all’idea che certe aziende abbiano il totale controllo dei loro spostamenti fisici, dei loro acquisti, della loro dieta alimentare, del loro orientamento politico, della loro vita sentimentale e sessuale, delle cose che cercano su internet, dei filmati porno che guardano, delle email che inviano, delle chat che si scambiano con gli amici, delle telefonate che ricevono, delle registrazioni delle telecamere di sorveglianza in casa – gli stessi utenti che continuano felici a foraggiare di dati i servizi del capitalismo della sorveglianza hanno deciso di punire soltanto le aziende che ti dicono che possibilità hai di diventare calvo. Sono scelte legittime, ché il mercato ha sempre ragione. Non sempre però le scelte legittime sono anche logiche.

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  • Eugenio Cau
  • E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.