La crisi in Silicon valley: ecco i profeti del no social

foto LaPresse
Traccia un ritratto della vita siliconvallica interessante dal punto di vista anche del costume, con i bagni aziendali dove ognuno sul suo wc sente il ticchettio che proviene dal suo vicino, e col nevrotico “lockdown” o rapimento imposto a tutta Facebook da Zuckerberg nel 2011, quando il fondatore rinchiude tutti gli impiegati in azienda per giorni (tipo 41 bis) per studiare le contromisure all’arrivo del concorrente Google Plus.
Un pentito di Google (sono più rari, per ora, quelli di questo mandamento) è invece Tristan Harris, che tentò di convincere la compagnia a ridare indietro ai suoi utenti tutto il tempo che freneticamente ci costringono a spendere consultando il nostro smartphone. Di fronte a una risposta poco entusiasta ha fondato un movimento, “Time well spent”, per sensibilizzare sulla parte di vita che l’osservanza del nostro iPhone ci porta via E’ grazie a lui se sono sorte quelle app un po’ foglia di fico che ti dicono “hey, sei stato quattro ore sul telefono!” (ma il tempo utilizzato a consultare questa app non si sa se rientri nel computo). A gennaio ha poi fondato il Center for Humane Technology, una cellula di resistenza partigiana, a San Francisco. Impiega centinaia di persone (e sembra uscito da un romanzo di Franzen); fa azioni dimostrative, pubblicazioni, podcast, per combattere quello che chiama il “degrado umano” provocato dalla “extractive attention economy”, l’economia estrattiva digitale, che procura “dipendenza, fragilità mentale, polarizzazione dell’arena politica”. E per quanto riguarda la politica, la profetessa del momento (ramo Brexit) è Carole Cadwalladr, scrittrice-giornalista gallese che ha scoperchiato il caso Cambridge Analytica, indagando per l’Observer e convincendo a parlare il Buscetta della società di analisi dati, Christopher Wiley. In un appassionante Ted Talk a metà aprile, ripresa dai media di tutto il mondo e davanti a tutti i baroni della valle che assistevano dal vivo, Cadwalladr ha definito il ruolo di Facebook nel referendum sulla Brexit “la più grande truffa elettorale della storia recente britannica”, un voto deciso non nelle urne ma sul telefonino e sullo schermo.
E una serie del resto ha sempre raccontato il lato surreale della Valle; si chiama “Silicon Valley”, della Hbo, è di chirurgica precisione, ci sono venture capitalist dementi e ceo rimbambiti, cervi-robot che attraversano la strada; e l’obiettivo di tutti è far soldi, non certo innovare per il bene della collettività (il fondatore di Snap, Evan Spiegel, la considera “un documentario”). Ma anche il vituperato romanzo ha un ruolo nella resistenza della Silicon Valley: parecchie voci erano emerse negli ultimi anni, in contrasto con la narrativa dominante: Jonathan Franzen fu accusato d’essere un luddista brontolone perché ha sempre criticato i social media. In particolare ce l’ha con Twitter. Lo si andò a trovare a Santa Cruz in California, ci disse che “l’obiettivo di Twitter è di essere ritwittati, e di avere molti follower, e per fare questo non lo fai grazie alla tua sensibilità, lo fai scrivendo cose più polemiche possibili. Non c’è neanche bisogno di parlare delle fake news, è proprio il modello di business di internet che punta a vendere delle cose, e non produce niente di buono nel discorso pubblico”. Un altro scrittore di stanza in California, Bret Easton Ellis, appassionato bastian contrario, si batte da tempo contro i social media: in particolare contro la likeability – il paradigma dei social network che ci ha portati a creare una falsa proiezione di noi stessi improntata a un bovino conformismo, che paragona a una forma di recitazione, di maschera. Sta tutto in “White”, il suo nuovo libro.
Ma prima, un altro che conosce da vicino la Valle, Dave Eggers, residente a San Francisco, col suo romanzo “The Circle” narrava già nel 2013 la parabola futura: con la storia di una nerd idealista che va a lavorare al Cerchio, specie di startup finale della Silicon Valley che ha messo insieme social network, e-commerce e motore di ricerca, generando un impero di dati e algoritmi su cui non tramonta mai il sole (e che dalla forma richiama con molto anticipo il nuovo quartier generale della Apple, l’anellone tra fantascienza e Fantozzi che Steve Jobs ha voluto in articulo mortis).
E sempre a San Francisco un esordiente, Tony Tulathimutte, apprezzato da Franzen, metteva su nel suo “Private citizens” una specie di “Gruppo” alla Mary Mc Carty in cui c’è una Linda che con scelta controcorrente vive a New York e vorrebbe fare la scrittrice, ma non scrive, scopa molto e prende molte droghe (una Hannah di “Girls”, però carina); Cory lavora invece per una non profit che si chiama Socialize, organizza feste per la raccolta fondi e sfreccia per San Francisco con la sua bici Bianchi e prende anche lei molte sostanze e naturalmente Xanax. Ci sono poi Will, un programmatore di origine asiatica ossessionato con il porno; e Henrik, un burnout con storie di abbandoni scolastici e nevrosi. Protagonista però naturalmente è la città, la San Francisco invasa dai techies, gli dèi che una volta piacevano ma adesso sono diventati radioattivi. A differenza di New York, è città “uterina, passiva, non vitale. Qui le gocce d’acqua erano più piccole, la frenesia allentata, tutto tollerato. E le città che tollerano tutto tollerano anche la mediocrità”.
Questi poveri scrittori “local” non se li filava nessuno, calcolati come vecchie zie rancorose mentre altrove si celebravano fatturati e Ipo. E però non andrebbe sottovalutato che alla base di tutti gli imperi del male sorti in questi anni in Alta California c’è un romanzo, il romanzo che tutti i founder grandi e piccoli hanno in casa: “La rivolta di Atlante”, il librone distopico di Ayn Rand che profetizzava una società dove trionfano i talentuosi e i mediocri scompaiono. Scrittrice ebrea russa (come molti fondatori di unicorni siliconvallici, Max Levchin di Paypal, Sergey Brin di Google, Jan Koum di WhatsApp), Rand, diventata improvvisamente di moda negli anni Sessanta, è venerata da tutta la catena alimentare siliconvallica, da Peter Thiel in giù. Teorizzava una società in cui i “prime movers” cioè i motori primi dell’economia, stanchi di essere imbrigliati nelle regole e nel buon costume della collettività, decidono di andarsene da una società che utilizza il diritto e la colpa per offuscare gli spiriti animali dei più forti. Questo librone aveva funzionato finora come costituzione materiale nella valle del Silicio: ma adesso qualcuno lo dovrà riporre dal posto d’onore delle librerie degli unicorni (non i luoghi più frequentati delle loro case, peraltro).
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Michele Masneri (1974) è nato a Brescia e vive prevalentemente a Roma. Scrive di cultura, design e altro sul Foglio. I suoi ultimi libri sono “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla Silicon Valley e dalla California nell’èra Trump (Adelphi, 2020) e il saggio-biografia “Stile Alberto”, attorno alla figura di Alberto Arbasino, per Quodlibet (2021).