L'attivismo dei fannulloni

Mariarosa Mancuso

Commentare, chiosare, sostenere la giusta causa senza fatica né esborso. Ma hashtag e meme, armi del contropotere che viene dal basso, sono già sapientemente maneggiati da chi il potere lo ha conquistato

Activism o slacktivism?”. Quel che diventa virale su internet corrisponde a qualche forma di lotta politica, oppure sta più dalla parte “firma la petizione”? (pratica già inoffensiva di suo, da quando esiste change.org le campagne sociali sono così tante che perdiamo il conto, e a volte il senso del ridicolo). Vale per gli hashtag – da #blacklivesmatter a #MeToo – e per i meme. Tra i migliori del 2018, le scuse di Dolce & Gabbana: sfondo a ghirigori barocchi, posa da prigionieri politici, un pensiero non tanto fuggevole ai mancati incassi (quanto al “rispetto culturale”, era già penoso l’abuso di vedove e carretti siciliani). In ottima posizione la faccia da robot di Mark Zuckerberg interrogato su Cambridge Analytica.

   

  

Su internet si sta, non come ai tempi del modem con musichetta, madeleine per la generazione che si collegava e scollegava. Difficile immaginare gli sdraiati, i leoni da tastiera, chi la sa lunga su tutto (purché non debba fornire uno straccio di prova) fuori dalla stanzetta o dall’ufficetto con il patetico cactus a ingentilire la scrivania. Cliccano, rilanciano, approvano, insultano, criticano anche – i libri per esempio, nel caso dei “book blogger”, con la felpa addosso e sullo sfondo un letto malamente rifatto (par di sentire la genitrice madre che urla “metti in ordine prima di farti il video”).

 

“Slacktivism”, appunto. Da “slacker” e da “activism”: “attivismo per fannulloni”, con una sfumatura di perfidia. Per chi sostiene la giusta causa senza fatica né esborso, facendo sapere alla sua bolla di riferimento che è persona buona e giusta. Vale anche per chi le spara grosse e violente, facendo sapere alla sua bolla di riferimento che non le manda a dire. Su internet si fa ogni cosa, con alterni successi (pare che le agenzie matrimoniali stiano riprendendo terreno, sulle app i principi azzurri scarseggiano). Perché non dovrebbe agevolare – nel senso di: avere effetti sul mondo reale, quello con cui prima o poi tutti finiamo per scontrarci – i movimenti, le ribellioni, le battaglie culturali?

 

L’esperienza non fa granché sperare. Pensiamo al #MeToo, con il pugno chiuso di Asia Argento nel disegno della fumettista iraniana Marjane Satrapi. L’ondata ha prodotto abiti a lutto su qualche tappeto rosso, proclami, dichiarazioni d’intenti, mutuo riconoscimento tra vittime che denunciano (magari dopo decenni), una copertina di Time dedicata alle “silence breakers”. Tra le celebrità, il gomito di una donna che voleva restare anonima: lavorava in un ospedale del Texas e laggiù la denuncia non procura notorietà hollywoodiana bensì licenziamento in tronco.

 

  

Un anno dopo, la donna del gomito resta anonima (speriamo abbia ancora un lavoro, non servono altri fan di Donald Trump). Un anno dopo, la scrittrice Kristen Roupenian – con il racconto “Cat Person” uscito sul New Yorker ebbe la sua settimana di celebrità – sta per pubblicare il suo primo libro, “You Know You Want This”. Sempre sul New Yorker, la ragazza coglie l’occasione per far la cronaca di quei giorni virali, nulla ormai circola nel mondo senza un commento e una chiosa.

 

Chi sostiene la propria causa facendo sapere alla sua bolla di riferimento che è persona buona e giusta. Chi le spara grosse e violente

Può essere che il mondo sia migliore, che l’upgrade verso l’uguaglianza sia compiuto, e che nessuno scambierà più sesso con promozioni, ruoli, status (solo armoniose relazioni tra uguali, se vi riesce di trovarle). Ci sarebbe la non secondaria questione dei danni collaterali, che si chiamano Louis C. K., Woody Allen, e pure Jonathan Lasseter, direttore creativo della Walt Disney (che aveva inglobato nel 2006 la Pixar da lui fondata). Costretto alle dimissioni, ha trovato lavoro come capo della Skydance Animation – è pur sempre il genio che ha inventato “Toy Story” e “Inside Out”. Tempo due giorni, è tornata la furia: vergogna, prenda solo collaboratrici donne per espiare, nessuna donna vorrà più lavorare in quella ditta, e come possiamo essere sicuri del pentimento? Per pragmatismo americano, Lasseter ha nel contratto ha una clausola dove si assume tutte le spese legali, dovesse ricascare nel reato – mediatico, non ci sono denunce – di “abbracci poco appropriati”.

 

Svanisce l’illusione che i cattivi si dedichino agli imbrogli detti “narrazioni”, e i buoni coltivino “i fatti separati dalle opinioni”

Capita pure che le armi – leggi: gli hashtag, i meme – del contropotere che viene dal basso – e ancora non sappiamo come e quanto funzioni, e se somigli più alla gogna o alla sacrosanta lotta delle suffragette – siano sapientemente maneggiate da chi il potere già lo ha conquistato. Il sito Deadline ha la rubrica quotidiana “Donald Trump Tweetstorm”, per chiosare e interpretare i tweet della Casa Bianca. Sul New York Times, James Poniewozik analizza la mania del presidente per i meme da “Game of Thrones”. Prima “Le sanzioni stanno arrivando”, indirizzato all’Iran. Ora “Il muro sta arrivando”, indirizzato al Messico (segue fattura). L’articolista fa notare che il presidente arriva fuori tempo: il muro nella serie Hbo è stato buttato già da un Dragozombie che sputa fuoco blu. Segnala che “L’inverno sta arrivando” – ora riproposto in ambiente Brexit – non è un grido di guerra ma ricorda la nostra fragilità, meglio restare uniti di fronte al pericolo. Deplora la passione di Trump per il programma mattutino “Fox and Friends”, preferirebbe che alla Casa Bianca guardassero “L’amica geniale” di Saverio Costanzo, da Elena Ferrante che piace tanto a Hillary Clinton. Avanti così, a colpi di filologia, e gli avversari prenderanno altre valanghe di voti.

 

  

 

Per sbrogliare la matassa, viene in soccorso “Memes to Movements: How the World Most Viral Media is Changing Social Protest and Power” (uscito pochi giorni fa da Beacon Press). Lo firma An Xiao Mina, studiosa e curiosa della materia, e dirigente di Meedan, che sviluppa prodotti per il “giornalismo globale”. Subito la cattiva notizia, per la nutrita schiera di chi considera lo “storytelling” (o “narrazione”) un insulto, una pratica sospetta, il male assoluto del mondo contemporaneo, la fonte unica delle fake news. Gli umani sono “animali narranti”, garantisce An Xiao Mina, e ogni nuovo hashtag o meme fabbrica narrazioni.

 

Attenzione allo “Streisand Effect”: non voleva fotografassero la sua casa, riuscì solo ad attirare l’attenzione sulla casa medesima

Svanisce l’illusione che i cattivi si dedichino agli imbrogli detti “narrazioni”, mentre i buoni e gli onesti coltivino “i fatti separati dalle opinioni” (era scritto sulla copertina di Panorama buonanima). Tutti narrano, e con le narrazioni cercano di conquistarsi l’attenzione di chi sta sui social esistenti e su quelli che saranno inventati. Cosa sia una narrazione, lo ha spiegato benissimo (anche se aveva in mente il cinema e il teatro) David Mamet nei saggi raccolti in “I tre usi del coltello. “L’autobus è arrivato in ritardo” non è una storia: è un fatto, e in quanto tale non offre particolari brividi. “Anche stamattina l’autobus è arrivato in ritardo” è già una microstoria. Tendiamo a voler saper il seguito, già ci figuriamo una Virginia Raggi a cui dare la colpa. Comincia a somigliare a un hashtag, a un meme da far girare, al “Make America Great Again” che ha fatto trionfare Donald Trump. “Again”: riprendiamoci una cosa che avevamo, e i nostri nemici – il nero Obama, la strega Clinton – ci hanno sottratto.

 

“Il mondo è un palcoscenico, gli uomini e le donne sono solamente attori. Hanno le loro uscite e le loro entrate. E ognuno recita molte parti, nelle varie età della vita”. Lo scriveva William Shakespeare – uno che di noi sapeva tutto prima di conoscerci – in “Come vi piace”. Puntualmente ripreso in “Memes to Movements”: saggio dedicato alle cose d’oggi – quando i meme sono “la street art dei social media” – ma senza la convinzione che siano nuove di zecca . Fake news e attrazione per le idiozie esistono da sempre, la loro storia precedente suggerisce di usare la tecnologia per ottenere effetti virali.

 

La teoria “ora le falsità si diffondono più velocemente e sono indistinguibili dalle notizie vere” ha un gigantesco contro-esempio nel gioco delle tre carte: continua e esistere, e la gente ancora ci casca, così come affida i suoi risparmi a Madoff & compagnia truffaldina (lasciamo da parte Vanna Marchi, che era grassa e vendeva creme dimagranti, allora era la tv a prendersi le colpe della nostra credulità). Secondo contro-esempio: si dicevano più o meno le stesse cose contro i Persuasori Occulti degli anni 60, i pubblicitari ora rivalutati come artisti. Terzo contro-esempio: i complottisti non sono nati con internet, e neppure le leggende metropolitane. E a proposito di fake news, come la mettiamo con “il grande scrittore Michel Houellebecq che ha scritto un libro sulla rivolta dei gilet gialli”? Fino a pagina 200 almeno – su 330 – leggiamo la solita lagna da depresso sulle amanti e fidanzate del protagonista, grandi incontri di sesso che poi finiscono, e arriva la tristezza da adolescente con i brufoli: “La mattina del 1 gennaio si levò, come tutte le mattine del mondo, sulle nostre esistenze problematiche”.

 

Il giubbotto catarifrangente viene bene nei selfie, c’è voluto pochissimo perché diventasse un meme. Spiega lo storico dei colori Michel Pastoureau (a commento delle jacqueries che hanno devastato Parigi) che il giallo era anche l’unico colore libero in politica, gli altri erano già tutti presi: dal rosso della sinistra al blu dei conservatori ai verdi ecologisti. Non è un gran bel colore spiega ancora, anticipando un saggio che uscirà tra poco in Francia (in Italia i suoi libri escono da Ponte alle Grazie). E’ il colore del tradimento, dei cornuti, dei crumiri, è un segnale di pericolo, quando si fanno i sondaggi sta in fondo alle preferenze.

 

I meme, “la street art dei social media”. Le fake news: si dicevano più o meno le stesse cose contro i Persuasori Occulti degli anni '60

Pastoureau avrebbe suggerito – è un vero peccato che chi sa le cose non venga mai consultato – il catarifrangente arancione, più allegro e gioioso, altrettanto “autostradale” e di soccorso Ma il giallo potrebbe avere un grande futuro. Prima che lo studioso chiuda il suo libro dovrebbe indagare sul governo italiano “gialloverde”. Giallo come le cinquestelle del movimento, che non si erano certo posizionati tra i traditori o i voltagabbana, si presentavano anzi come la banda degli onesti incorruttibili. Quanto al rivoluzionario verde-padania, è sparito a favore del più conservatore blu “Noi con Salvini”, ribadito da felpe e divise. Non è certo l’azzurro del socialista François Mitterrand, che aveva per slogan “La force tranquille”. Lo slogan “E’ finita la pacchia” si intona meglio alle tinte forti.

 

Gialli sono anche gli ombrelli di “The Umbrella Revolution”: così il giornalista del New Yorker Adam Cotton battezzò gli studenti di Hong Kong che protestavano contro la Cina, nel 2014. Gli ombrelli servivano per difendersi dagli spray al peperoncino usati dagli agenti, nei meme prendevano la forma di una pistola o del segno della pace. Perché gialli? si chiede An Xiao Mina. E ricorda i “yellow ribbon” del suffragio universale, oltre ai nastri gialli annodati nell’attesa di un soldato al fronte o di una persona cara scomparsa. Da lì, i nastrini di altri colori da appuntare sull’abito e anche sull’account, a sostegno delle più varie cause. Come fu con la bandiera arcobaleno appesa ai balconi, e oggi con la bandiera europea (chi ha il tricolore manda altri segnali ancora prima di sbrodolare maiuscole e punti esclamativi).

 

“Memes to Movements” comincia con “The revolution of the cat” L’ultima tappa, sostiene An Xiao Mina, del vizio che hanno i gatti di intrufolarsi nelle rivoluzioni tecnologiche. Quando fu inventata l’agricoltura e gli uomini divennero stanziali, i gatti fecero la loro parte per tenere lontani i roditori. Quando si parla di meme, prima o poi (più prima che poi) saltano sempre fuori i gatti che dominano il web. Non è un caso, servono a capire come funziona il meccanismo. Gatti ce n’è sempre stati, nelle case e fuori. Ma a differenza dei cani che compaiono in ogni narrazione, erano trascurati (qui arrivano un po’ di luoghi comuni sul fatto che i mici sono indipendenti e i cani devoti, obbedienti, capaci di tirare slitte con le medicine; nessuno è perfetto, neppure chi studia nuovi prodotti per il giornalismo globale). Grazie ai social, i gatti che facevano le fusa sul divano sono diventati visibili, e i proprietari hanno smesso di credere che erano gli unici a chiamare il loro cocco “il mio bambino peloso”.

 

Esiste – spiega An Xiao Mina – anche una “Internet Cat Fallacy”. I membri di una comunità prima invisibile cominciano a rendersi visibili, dando l’impressione che abbiano conquistato i social e di conseguenza possano conquistare il mondo. Ragionamento distorto – questo vuol dire “fallacy”. Nessuno prima si chiedeva “perché tanti cani e storie di cani, nella cultura popolare?”. C’erano e basta, non ci facevamo troppo caso. Dovrebbe valere lo stesso discorso per l’idiozia e la rabbia. Esistevano anche prima, ma ora sono visibili come gatti e gattari (prima ne accertavamo l’esistenza solo litigando nelle feste comandate con il cognato). Non è che la gente non mangiasse o non pensasse sempre al cibo, prima. Lo faceva nel suo tugurio (citazione da Altan), e la faccenda rimaneva tra lui o lei, i consorti, la tavernetta, e appunto il cognato.

 

Fatta pratica con i gatti, sembra suggerire An Xiao Mina, potremmo far tesoro del meccanismo non per deplorare “quanto odio circola, una volta non era così”, ma sfruttando il meccanismo per faccende meno frivole. Per esempio, per creare legami tra persone che – vedi mai? – non vogliono la decrescita felice, e magari credono nei partiti di opposizione. C’è una “networked creativity” da sfruttare, aggiunge. Avevamo appena finito di leggere il libro, quando abbiamo scoperto che su Instagram un uovo – un uovo e basta – ha totalizzato 45 milioni di like (e i meme non si contano, pure l’uovo a scaglie di “Game of Thrones”, sembra fatto di cioccolato).

 

Volendo sperare nella lotta politica con meme e hashtag, bisogna evitare lo “Streisand Effect”. Dal nome della cantante Barbra Streisand: non voleva fotografassero la sua casa, riuscì solo ad attirare l’attenzione dei fotografi sulla casa medesima. Non serve censurare, parodiare, prendere in giro una narrazione. Bisogna proporre una narrazione alternativa. Rilanciare deplorando – al momento in Italia sembra l’unica forma di opposizione – rafforza soltanto la narrazione altrui. Succede anche con le fake news: riprenderle per smontarle ha solo l’effetto di farle circolare. Lo sapevano anche prima di internet: una smentita è una notizia data due volte.

Di più su questi argomenti: