cerca

Il 2019 potrebbe essere l’anno della privacy (e occhio a quel che sarà il 2020)

Il nuovo congresso americano e la grande battaglia ideologica tra la tutela dei dati personali e la libertà d’espressione

Eugenio Cau

Email:

cau@ilfoglio.it

8 Gennaio 2019 alle 11:10

Il 2019 potrebbe essere l’anno della privacy (e occhio a quel che sarà il 2020)

Il cartellone pubblicitario di Apple a Las Vegas sulla tutela della privacy (foto LaPress)

Roma. Al Ces di Las Vegas, una delle più importanti fiere di elettronica di consumo del mondo che comincia oggi, Apple ha sistemato in bella vista un cartellone pubblicitario grande quanto un palazzo di 13 piani giusto davanti al luogo dove si tiene la convention, con scritto: “Quel che succede nel tuo iPhone resta nel tuo iPhone”. La provocazione, evidente, è nei confronti dei rivali di Apple come Facebook e Google, che al contrario dell’azienda guidata da Tim Cook hanno un modello di business che si basa sull’utilizzo dei dati personali degli utenti a scopo di lucro. Nel bel mezzo della bufera causata dalle sue previsioni di vendita deludenti, Apple cerca di cambiare il tema della discussione su un argomento su cui si sente forte, la privacy. Potrebbe avere ragione: il 2019 potrebbe essere davvero l’anno in cui la Silicon Valley e la grande industria tecnologica subiranno il primo, serio tentativo di regolamentazione da quando, ormai vent’anni fa, il governo americano cercò di colpire la posizione di dominio di Microsoft.

  

In quest’èra di techlash, Apple ha un vantaggio (nonostante il calo in Borsa)

I dati dell’ultima trimestrale (aumento delle entrate del 20 per cento su base annua e dei profitti del 32 per cento) e i piani di Tim Cook

 

Tutto nasce dal nuovo Congresso americano a maggioranza democratica, dove una nuova generazione di legislatori di sinistra meno attenti alle esigenze del grande business potrebbe allearsi contro la Silicon Valley con i dirimpettai repubblicani, che hanno istanze opposte ma complementari. I primi vogliono cercare di rompere quello che percepiscono come un monopolio economico, i secondi vogliono colpire quella che percepiscono come una forza eminentemente liberal e molto attiva nell’ambito della comunicazione e della lobby. Nel numero speciale dell’Economist su come sarà il 2019, Alexandra Suich Bass ha scritto: “Big tech è malvisto in Europa da anni, ma sempre più americani si uniranno al coro delle critiche nel 2019. I democratici e i repubblicani possono non avere molto in comune, ma concordano sul fatto che le grandi aziende tech costituiscono un problema per la società”. Suich Bass non prevede che una grande legge sull’Antitrust sarà approvata a livello federale entro l’anno (è più probabile che avvenga dopo le elezioni americane del 2020), ma immagina tutta una serie di provvedimenti che vedranno la politica americana bloccare le grandi acquisizioni e cominciare a pensare seriamente a una nuova regolamentazione sulla privacy.

 

La grande battaglia ideologica – e di lobby – riguarderà il confronto tra privacy e libertà d’espressione, con le aziende tech ad argomentare che la protezione dei dati dell’utente si può fare soltanto mettendo a punto sistemi di controllo invasivi. Gli americani però hanno già un esempio: è la California, dove lo scorso giugno è stata approvata una legge sulla privacy draconiana e molto europea, che prende spunto diretto dal Gdpr voluto da Bruxelles. La legge californiana è così dura che fino all’ultimo ha previsto la possibilità per i cittadini di denunciare in sede legale le aziende che commettevano un qualsiasi tipo di violazione della privacy (significa: dopo le rivelazioni recenti su come Facebook cedesse a terze parti i dati degli utenti, l’azienda di Mark Zuckerberg si sarebbe potuta trovare addosso milioni di cause). L’emendamento è stato eliminato all’ultimo, ma è una buona testimonianza della volontà bellicosa dei legislatori; ieri sul New York Times un op-ed invocava l’introduzione di una simile norma per tutti i cittadini americani. Le aziende tech sono a tal punto spaventate dalla legge californiana che hanno cominciato a chiedere a gran voce l’introduzione di una legge sulla privacy a livello federale: sono piuttosto convinte di poter ottenere condizioni migliori e al tempo stesso obliterare la norma locale.

 

Il secondo esempio è, ovviamente, quello europeo. Il Gdpr è una legge molto avanzata a livello internazionale che, assieme ad altre norme come il “diritto all’oblio”, è vista come un faro dai difensori del diritto alla privacy. Qui il tema è ampio: le questioni digitali sono soltanto l’ultimo dei mille temi su cui i senatori democratici più a sinistra vorrebbero avvicinare l’America all’Europa (uno su tutti: l’assistenza sanitaria universale).

 

Così, il 2019 potrebbe diventare l’anno della privacy, in attesa che il 2020 diventi l’anno dell’Antitrust, e della grande battaglia di ideologia, lobby e dati.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi