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Twitter e i miliardi sauditi

I finanziamenti del fondo sovrano e quelli del Vision Fund. L'Arabia saudita usa i social media per la sua propaganda sporca e inonda di denaro la Silicon Valley

Eugenio Cau

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cau@ilfoglio.it

23 Ottobre 2018 alle 09:58

Twitter e i miliardi sauditi

Elaborazione grafica Enrico Cicchetti

Roma. Le aziende tecnologiche della Silicon Valley hanno un doppio problema quando si parla dell’uccisione cruenta del giornalista Jamal Khashoggi e dei rapporti ambigui tra l’occidente e l’Arabia Saudita. Il primo riguarda il fatto che alcuni dei prodotti dell’industria tech – e in particolar modo Twitter – sono stati usati dal governo di Riad dapprima contro i dissidenti all’estero e poi, dopo lo scoppio dello scandalo, si sono trasformati in un’arma propagandistica per dare credito alle posizioni (mutevoli: non siamo stati noi; ci sono dei rogue killer; sì, siamo stati noi ma è stato un incidente) dei sauditi. Prendendo spunto dal manuale di Vladimir Putin, Riad ha da tempo organizzato delle “fabbriche di troll” che monopolizzano il discorso online tutte le volte che sono toccati i temi sensibili per il paese e per il suo principe, Mohammed bin Salman – queste fabbriche hanno fatto gli straordinari nelle ultime settimane, e la persona che le guida non è stata rimossa dall’incarico nemmeno dopo lo scandalo. Il New York Times ha rivelato inoltre che Riad aveva cominciato a corteggiare e attrarre con successo perfino i dipendenti all’interno delle singole aziende per ottenere informazioni sui dissidenti.

   

Ma il secondo problema è forse ancora più macroscopico: mentre tutto il mondo (tranne l’America di Trump, almeno per ora) si allontana dal regime saudita, boicotta la “Davos nel deserto” e taglia i legami commerciali (la Germania ha annunciato l’interruzione della vendita di armi), la Silicon Valley è inondata di miliardi di dollari generosamente elargiti dalla famiglia reale. Il regno saudita ha investito miliardi nell’industria attraverso il suo fondo sovrano, foraggiando startup come Magic Leap e aziende quotate come Tesla

    

Yasir al Rumayyan, il capo del fondo sovrano, ha ottenuto un posto nel consiglio di amministrazione di Uber dopo un investimento miliardario. Quando, lo scorso mese, Elon Musk propose di far tornare la sua Tesla una compagnia privata, disse che lo avrebbe fatto con i soldi di Riad. Soprattutto, i sauditi hanno investito circa 45 miliardi di dollari nel Vision Fund, un fondo gigantesco da 100 miliardi di dollari amministrato dal giapponese Masayoshi Son, ceo di Softbank. Il Vision Fund ha sparso miliardi a pioggia su tutto il panorama tecnologico americano e non solo, da WeWork a – di nuovo – Uber. Il New York Times ha calcolato che Uber nel suo complesso ha ricevuto finanziamenti dal regno saudita per 14 miliardi di dollari.

   

La questione dei finanziamenti da parte di paesi non democratici o addirittura di regimi brutali va trattata senza moralismi. La Silicon Valley non è l’unica industria che ha ricevuto soldi dai sauditi, né l’Arabia Saudita è l’unico regime pronto a spendere miliardi in investimenti, come mostra il caso della Cina. Ma per la Silicon Valley trovarsi associata in questo momento ai soldi del governo saudita è ragione di grande imbarazzo: da un lato il suo modello dà un’importanza sproporzionata al venture capital e ai finanziamenti esterni; dall’altro l’industria tecnologica americana fonda la propria autorevolezza su proclami di etica e moralità, che già troppe volte sono stati infranti negli ultimi anni. La Silicon Valley vuole convincere i suoi utenti che la sua missione è più elevata del semplice fare soldi, e scoprirsi dipendente dai miliardi di Riad è un tradimento morale. Fred Wilson, uno dei venture capitalist più importanti della Valley, ha scritto sul suo blog che, dopo il caso saudita, uno dei ceo che lui sostiene gli ha chiesto: i soldi che arrivano a voi (e dunque alla mia azienda), provengono da “attori malevoli”, da governi autoritari o da dittatori con le mani sporche di sangue? Wilson dice che email del genere si moltiplicheranno in tutto l’ambiente, ché finora nessuno dentro alla Silicon Valley si è chiesto per davvero da dove venissero i soldi che finanziavano le nuove app e le mense aziendali con chef rinomati. Il caso saudita potrebbe diventare un altro capitolo del risveglio della grande industria tecnologica (sarebbe: la Silicon Valley riconosce la propria ipocrisia strutturale, e decide se cambiare radicalmente oppure accettarla). Ci sono già dei progressi: perfino il rappresentante di Softbank, il cui fondo ha ricevuto dai sauditi 49 miliardi di dollari, potrebbe aver rinunciato a partecipare alla “Davos nel deserto”, il cui sito ieri è stato hackerato.

Eugenio Cau

Eugenio Cau

E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.

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