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Google vuole andare in Cina. Ma è un regime! Pazienza

Il progetto Dragonfly e il mercato cinese dell'online. Per il ceo del gruppo di Mountain View il motore di ricerca sarebbe in grado di rispondere “al 99 per cento delle richieste”. Ma cosa resterebbe fuori?

17 Ottobre 2018 alle 10:28

Google vuole andare in Cina. Ma è un regime! Pazienza

Foto LaPresse

Roma. Il ceo di Google, Sundar Pichai, ha parlato per la prima volta in pubblico di Dragonfly – il progetto segreto per esportare in Cina una versione censurata del motore di ricerca che ha generato enormi polemiche nelle ultime settimane – e il suo messaggio è stato: bando alle incertezze e ai dilemmi morali, noi in Cina ci vogliamo andare, anche se questo significa sottostare alle richieste di un regime autoritario e antidemocratico. Ovviamente Pichai, che ha parlato a una conferenza organizzata a San Francisco da Wired America, è stato molto più sfumato del nostro riassunto brutale. Ha detto che il progetto è ancora “alle fasi iniziali” e non è affatto detto che andrà fino in fondo; che davanti alla possibilità di entrare in Cina Google cerca sempre di trovare un “equilibrio” tra i suoi valori, che riguardano certo la libertà di espressione ma anche “il rispetto della norma di legge di tutti i paesi” (anche quando, pare, questa norma confligge direttamente con la libertà d’espressione). Ma “visto quanto è importante il mercato [cinese] e quanti utenti ci sono, dobbiamo pensare seriamente al problema”, ha detto Pichai, che ha subito cominciato a promuovere l’eventuale nuovo prodotto: “Ci sono molte aree in cui riusciremmo a fornire informazioni migliori di quelle che sono disponibili oggi”, che significa: se tornassimo in Cina, saremmo migliori di Baidu.

 

Pichai ha detto anche che Google in Cina, a giudicare dalle analisi interne, sarebbe in grado di rispondere “al 99 per cento delle richieste di ricerca”, e il suo intervistatore purtroppo non ha avuto la prontezza di chiedergli: e l’uno per cento che resta fuori? Cosa conterrebbe? Il massacro di piazza Tiananmen sarebbe dentro o fuori? I campi di prigionia in cui attualmente sono detenuti centinaia di migliaia di cittadini di etnia uigura sarebbero dentro o fuori? Gli articoli del New York Times e di tutti i media occidentali censurati sarebbero dentro o fuori? (Già sappiamo la risposta: secondo quanto riportato dai giornali il motore di ricerca di Google in Cina censurerebbe perfino la chiave di ricerca “premio Nobel”).

 

La tranquillità con cui Pichai ignora questi problemi si rispecchia nelle indiscrezioni pubblicate dai media nelle scorse settimane, e che hanno creato enorme scandalo, dimissioni, appelli di intellettuali noti e perfino un’accusa del vicepresidente Mike Pence, che ha chiesto a Google di bloccare Dragonfly perché “rafforzerebbe la censura del Partito comunista”. Ma se Pichai è cauto in pubblico, e parla di Dragonfly come di una questione lontana, le fonti interne di The Intercept, il giornale online che ha scoperto Dragonfly e che più di ogni altro ha seguito la storia, rivelano che in realtà Google ha fretta. La settimana scorsa The Intercept ha pubblicato una lettera segreta di Ben Gomes, capo del settore di Google che si occupa del motore di ricerca, ai dipendenti, in cui si legge che Google spera di far partire il suo prodotto in Cina nel giro di “sei o nove mesi”. Gomes dice un’altra cosa interessante, parlando del contesto geopolitico fragile e mutevole: “Questo è un mondo in cui nessuno di noi ha vissuto prima”. Cosa vuol dire? Che anche per Google sono saltati tutti i punti di riferimento.

 

Pensate a tutto quello che è cambiato in pochi anni: appena nel 2010, Google deteneva una quota di mercato superiore al 35 per cento in Cina, ma uscì sdegnosamente dal paese dopo essere stato vittima di attacchi hacker e perché il governo di Pechino non dava segni di voler rispettare la volontà d’espressione del suo popolo. Era un mondo, quello del 2010, in cui Google si considerava come un attore importante all’interno di un ordine mondiale in cui la difesa della libertà d’espressione era un valore non negoziabile, tanto importante da giustificare la perdita di centinaia di migliaia di clienti. Ma adesso? Google vuole rientrare in Cina, e ha ormai accettato l’idea che internet non è più una struttura di connessione globale sorretta da valori universali, ma il luogo dove ogni potenza costruisce il suo feudo, con le proprie regole e i propri valori. E’ un cambiamento che non riguarda soltanto internet.

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Commenti all'articolo

  • Skybolt

    17 Ottobre 2018 - 13:01

    Azienda sempre più ridicola: si rifiuta di lavorare per il Dipartimento della Difesa del proprio Paese perchè i dipendenti (alcuni) protestano, e poi se ne frega delle proteste degli stessi per lavorare in Cina.

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    • marco.ullasci@gmail.com

      marco.ullasci

      18 Ottobre 2018 - 10:10

      Forse il DoD non pagava abbastanza. O forse i dipendenti protestano, come da diffusa prassi occidentale post-sessantottina, energicamente contro la propria democrazia imperfetta e blandamente contro le dittature di sinistra.

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