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Gratis non è un diritto

Difendere i produttori di contenuti dalla pirateria significa difendere l’innovazione e la società della conoscenza? Dibattito fogliante sulla direttiva europea sul copyright

28 Giugno 2018 alle 13:00

Diritto d’autore fra tecnologia e cultura

Quella del diritto d’autore è una tematica tutt’altro che recente: se ne parla e se ne dibatte sostanzialmente dalla stampa a caratteri mobili. Negli ultimi decenni, tuttavia, l’introduzione di nuove tecnologie ha sostanzialmente modificato la struttura dei consumi legati ai “contenuti”. La rapida ascesa che ha visto in un tempo brevissimo (se paragonato al periodo delle innovazioni precedenti) l’affermarsi di Cd, Mp3 e servizi in streaming ha messo a dura prova coloro che tentano di proteggere i “diritti” di coloro che contribuiscono in modo attivo alla creazione di quelle che, di fatto, sono le componenti strutturali della nostra epoca “dell’informazione”.

 

Oggi è possibile, senza troppe difficoltà, scaricare un film da internet o vederlo da una piattaforma online in streaming senza che nessun compenso vada a essere ripartito alla catena di creazione del valore di quel prodotto culturale e, di conseguenza, senza che nessun diritto vada riconosciuto ai “creatori” dello stesso. Questo comportamento è pubblicamente e continuamente condannato, sia da regolamenti ufficiali che da icone dello star system la cui influenza, tuttavia, si è rivelata ridotta rispetto ad altre campagne di marketing e comunicazione che li hanno visti protagonisti. Fermarsi al “non si fa” è però un atteggiamento banalizzante e riduttivo. Soprattutto quando il “non si fa” si è rivelato, nel tempo, inefficace. Un grande giurista italiano sosteneva, in privato, che quando una legge viene sistematicamente violata dalla maggior parte della popolazione, non ci si trova di fronte a una popolazione criminale ma ad una normativa inadeguata. Nel caso del diritto d’autore, probabilmente, più che di fronte ad una “legge” vera e propria, a essere inadeguata è una “legge di mercato”. I dati, in questo senso, parlano chiaro: secondo una recente (anche se non recentissima) ricerca condotta da Fapav (Federazione per la tutela dei contenuti audiovisivi e multimediali) e Ipsos, tra il 2016 e il 2017, il 39 per cento degli italiani ha condotto almeno una forma di pirateria, principalmente online (pirateria digitale). 2 Italiani su 5, insomma, con il sospetto che “in fondo” di “pirati”, in giro, ce ne siano anche di più. Per quale motivo le persone attuano questi comportamenti? Sicuramente per motivi economici, è chiaro, ma anche perché al momento non sono ancora stati individuati dei modelli di business che permettano di rendere tali consumi inutili. Lo strumento giuridico, in questo caso, non è e non può essere il vero deterrente. Secondo la già citata ricerca ci sono circa 23 milioni di persone sulle quali potrebbe pendere un provvedimento: “Too many to fail”. La vera rivoluzione deve dunque avvenire seguendo altre forme di innovazione e una conferma, in questo senso, potrebbe provenire proprio dagli “identikit” dei pirati proposti dalla già citata ricerca: ciò che realmente emerge come dato molto importante per il fenomeno, non è né la composizione demografica, né la tecnologia utilizzata (download o streaming). Rileva piuttosto la correlazione con altri consumi: il 22 per cento di coloro che hanno utilizzato servizi pirata hanno utilizzato anche servizi di sharing mobility (contro il 9 per cento di coloro che non hanno attinto al grande universo dei contenuti “free”), il 19 per cento (contro il 7 dei “non pirati) ha avuto accesso o fornito servizi di house sharing (condivisione della casa sul modello di couch-surfing), il 20 per cento (contro il 7 per cento) ha utilizzato forme di co-working e il 18 per cento (contro il 5) utilizza piattaforme di crowdfunding. Il quadro che emerge pari dunque ricollegare (almeno in parte) l’utente pirata a un individuo digitalmente integrato, smart, che potrebbe nella maggior parte dei casi accedere a contenuti a pagamento (l’indagine parla di un campione composto principalmente da lavoratori, 54 per cento). Capire quali siano le caratteristiche e i motivi che portano una persona a consumare un contenuto in modo “illecito” è fondamentale per riuscire a comprendere anche le conseguenti misure che potrebbe essere utile attuare per contrastare tale fenomeno. Segni questi che tendono a confermare che seppur in modo distorto molte persone abbiano confuso l’idea dell’internet “open” e “free” con l’idea di internet “gratis”.

 

Un Internet “open” e libero non passa attraverso un internet di cose “gratis”, anzi. I free rider (vale a dire gli scrocconi, ma detto in modo più carino) non aiutano nemmeno un po’ la creazione di un internet libero perché i loro consumi, ledendo i diritti di altri soggetti, richiedono lo sviluppo di tecniche sempre più sofisticate di controllo sui contenuti, che è esattamente il contrario di quanto spesso dichiarano di volere. Questo punto, sebbene non possa (da solo) a contribuire concretamente alla riduzione del fenomeno, giocherebbe invece un ruolo molto importante nell’adozione di sistemi di consumo “alternativi” che si mostrino più validi di quelli attuali. Tante speranze, in questo senso, vengono riposte nella tecnologia Blockchain (un enorme registro contabile decentralizzato che permette di monitorare tutte le transazioni avvenute all’interno di un sistema), Kodak ha ad esempio avviato, in questo senso, la creazione di una piattaforma (la KodakOne) all’interno della quale i fotografi e i potenziali compratori (spesso agenzie di stampa o di comunicazione) potranno regolare le transazioni attraverso una specifica criptovaluta. Questa strada, per quanto virtuosa, non potrà però essere estesa, in modo pedissequo, a tutti i comparti della creazione di contenuti, e questo perché, soprattutto in alcuni settori di produzione culturale, si tende a concentrare l’attenzione esclusivamente all’autore e non al comparto industriale che gravita intorno all’artista. Si provi ad ascoltare un album demo e un album “prodotto” di uno stesso artista, e sarà chiaro quanto lavoro è stato necessario per raggiungere quel determinato risultato. Applicare la Blockchain all’intero comparto industriale è possibile, e sicuramente questa sarà una strada che verrà percorsa e che potrà essere ancora più forte se verrà associata alla leva della “qualità dei contenuti”: oggi esistono altoparlanti che si collegano direttamente ad internet e che permettono di poter riprodurre contenuti audio con livelli di qualità sensibilmente superiori a quanto possano garantire i servizi di free-streaming. Unire questa strada di “integrazione verticale” tra hardware (l’altoparlante, il proiettore o il televisore) e il contenuto, con una logica di pricing che possa favorire l’adesione, potrebbe forse essere il modo più furbo per poter ridurre sempre più il consumo di contenuti erogati attraverso canali non ufficiali.

 

Insomma, pensare che basti una sanzione o maggior controllo è ingenuo. Vanno cercate strade più adatte, che rispondano alle esigenze di un popolo di scaricatori di file che, evidentemente, è poco interessato agli aspetti legali e di retribuzione del diritto d’autore.

 

Stefano Monti

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