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La cura della carta

Un columnist del Nyt ha letto soltanto giornali di carta per due mesi ed è rinato. Come andrebbe da noi?

Eugenio Cau

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cau@ilfoglio.it

10 Marzo 2018 alle 06:00

La cura della carta

Una scena di The Truman Show (1998)

Roma. Farhad Manjoo, columnist tecnologico del New York Times, per due mesi si è applicato a un esperimento poco tech: leggere esclusivamente giornali di carta e farla finita con le notizie online. Manjoo si è abbonato al New York Times, al Wall Street Journal, a un quotidiano locale (nel suo caso il San Francisco Chronicle) e a un settimanale (ovviamente l’Economist), tutto in versione cartacea. Ha continuato a consumare online qualche fonte di informazione fredda, come per esempio i podcast e le newsletter. E basta. Niente Twitter e niente Facebook, niente commenti su Slate e Politico sulla giornata di Trump, niente breaking news, niente notifiche della Cnn, niente gallery virali di BuzzFeed, niente di niente.

 

Manjoo ha saputo che c’era stata una sparatoria terribile alla scuola di Parkland soltanto perché gli è arrivata per sbaglio una notifica che si era dimenticato di silenziare, ma se non fosse stato per quella l’avrebbe scoperto il giorno dopo, come ha fatto per tutte le altre notizie importanti degli ultimi due mesi: le follie twittate da Trump, le schermaglie di guerra nucleare con la Corea del nord, lui le ha scoperte con un giorno di ritardo, quando la mattina gli arrivavano i giornali di carta. Sembra impossibile nel 2018.

     

Com’è andata? Se leggete la column di Manjoo sul New York Times, benissimo: arriva a dire che la sua vita è cambiata. Anzitutto perché, dice, se prima era drogato dal continuo flusso di news online adesso in un’ora al giorno la pratica è sbrigata. Una volta letti i giornali, il sacro rito dell’informazione quotidiana è terminato. Manjoo ha trovato perfino il tempo di iniziare un corso di ceramica. Soprattutto, leggere soltanto giornali cartacei lo ha messo al riparo dai mali dell’informazione online. Per due mesi, Manjoo ha goduto di un privilegio che non esiste più da un decennio. Non ha dovuto fare lo slalom tra le infinite opinioni della Rete, faticare per discernere i fatti dalle fake news, ricostruire il senso di una notizia da una miriade di tweet frammentati o dagli articoli affrettati dei siti internet che, schiacciati dal ciclo velocissimo delle notizie, pur di arrivare in alto nei risultati di Google buttano online un titolo e qualche riga approssimativa.

 

La mattina successiva, quando i giornali di carta arrivano a casa, qualche professionista bravo ha già fatto questo lavoro ingrato di selezione e potatura. Le notizie sono controllate, comprensibili e soprattutto ordinate secondo una priorità concreta, non determinata da un algoritmo sulla base dell’engagement. Nessun fiotto di rabbia twittarolo intorno a qualche fatto minore, nessuna bolla polemica su Facebook che scoppia dopo poche ore.

  

Alla fine, Manjoo riconosce che il suo esperimento è difficilmente replicabile, ma dà un consiglio: basta con i social, almeno per quanto riguarda le notizie. Facebook si usa per chiacchierare con gli amici, non per sapere cosa succede nel mondo o capire chi votare: per quello ci sono i giornali, possibilmente cartacei. C’è soltanto un piccolo tarlo che ci disturba. Questo esperimento, di facile riuscita quando puoi leggere il Nyt e il Wsj, funzionerebbe anche in Italia?

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