Alcuni utenti testano un nuovo computer Apple in Cina (foto LaPresse)

L'innovazione fa male ad Apple?

Eugenio Cau
Christopher Mims sul Wsj lancia una provocazione: il punto forte di Cupertino sono i miglioramenti incrementali, cercare il “nuovo iPhone” è inutile e forse perfino dannoso

Per anni, almeno dal 2011, anno della morte di Steve Jobs, fino all’ultimo recente periodo di calo di vendite, il mantra di ogni analista nei confronti di Apple è stato sempre uno solo: bisogna innovare. Trovare la prossima “big thing”, il nuovo iPhone, rivoluzionare il mercato ancora una volta. Lanciarsi in progetti nuovi e inesplorati, fare scommesse audaci, perché solo innovando a rotta di collo una compagnia tech può mantenere il suo primato in questo mondo spietato. Oggi Apple apre a San Francisco la sua Worldwide Developers Conference, conferenza per gli sviluppatori dove di solito sono presentate le novità lato software, e le aspettative sono di nuovo, come al solito, belle alte.

 

Per anni, gran parte della delusione di alcuni analisti nei confronti della gestione del ceo Tim Cook è stata causata esattamente da questo: aspettative deluse. Apple non sta costruendo la nuova big thing. Ma secondo Christopher Mims, columnist tecnologico del Wall Street Journal, se Apple non riesce a costruire la nuova Big Thing non solo non è un problema, anzi: è una fortuna. Non solo: la credenza convenzionale secondo cui Apple dovrebbe “creare una linea di prodotti tutta nuova” o “rivelare qualcosa che non è mai stata fatta prima”, “battendo i suoi competitor in innovazione”, “è una terribile idea”.

 

Nella sua column provocatoriamente anti innovazione (“Spingere Apple a innovare non fa leva sui suoi punti di forza”, è il titolo dell’articolo), Mims non solo va contro la vulgata secondo cui Apple, per prosperare, deve fare una rivoluzione ogni due-tre anni, ma in un certo senso tradisce una delle regole auree del mondo della tecnologia. Eppure Mims fa sue ed espande alcune osservazioni piuttosto diffuse sul modo di Apple di fare innovazione. “Apple è esperta nell’offrire una versione più rifinita e accessibile di prodotti e servizi che i rivali hanno offerto per anni”. Prima che Steve Jobs presentasse l’iPod, i lettori mp3 esistevano già da tempo. Lo stesso vale per l’iPad o per Apple Music. L’ultimo prodotto presentato da Tim Cook, l’iPad Pro con tastiera opzionale, ricorda da vicino il Surface di Microsoft, un tablet che ha tra i suoi punti di forza proprio una tastiera opzionale.

 

Il fatto, scrive Mims, è che il punto di forza di Apple sono le dimensioni del suo ecosistema e il potere d’acquisto dei suoi clienti. Anche se i suoi prodotti non sono novità, la società ammassa il 90 per cento dei profitti dell’intero mercato smartphone. Il bello di Apple, insomma, non è fare cose rivoluzionarie. E’ fare le stesse cose degli altri ma facendole meglio, e guadagnarci di più sfruttando l’enorme ampiezza dell’ecosistema che ha creato. Mims parla di “incrementalismo”, decisamente la qualità più sottovalutata della compagnia di Cupertino.

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  • Eugenio Cau
  • E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.