La trasparenza che vuole Anonymous è poco liberale e molto totalitaria

Carlo Lottieri
I pirati della rete diffondono i nomi di presunti membri del Ku Klux Klan e danno inizio alla gogna. Si ignora che una società senza opacità è una società in cui ogni libertà finisce per essere negata

Nel nome del politicamente corretto, della lotta al razzismo e della guerra ai pregiudizi, un’organizzazione reticolare come Anonymous sta progressivamente minando ogni protezione della privacy. La lista dei siti messi sotto attacco dai pirati della rete è ormai lunga: da YouTube ai siti istituzionali di Israele, a una fondazione contro l’epilessia. E in questi giorni nel mirino ci sono taluni (reali o presunti) membri del Ku Klux Klan: così che americani più o meno noti sono oggi esposti alla gogna mediatica e tra di loro Jim Gray, sindaco di Lexington (Kentucky), e Dan Coats, senatore dell’Indiana.

 

Con questa campagna Anonymous vuole far “calare il cappuccio” (Hoodoff) e permettere una più chiara comprensione del mondo. La lotta in nome della chiarezza sembra richiamare una tradizione “illuminista”: vuole portare la luce dove c’è l’oscurità ed è evidente che ogni giudizio sulla realtà esiga conoscenza e quindi anche trasparenza. C’è però più di un pericolo in questa logica.

 

Una società senza opacità è una società in cui ogni libertà finisce per essere negata. Il diritto di celarsi di fronte agli altri non è un capriccio, ma uno dei pilastri di ogni ordine giuridico meritevole di questo nome. Nel corso dei secoli abbiamo costruito un sistema di garanzie: proprio per questa ragione non è lecito entrare in casa d’altri se non a precise condizioni, e cioè solo quando un giudice l’autorizza in nome di esigenze di livello superiore. Il giustizialismo fai-da-te dei piccoli Saint-Just della Rete sembra però ignorare tutto ciò ed è proiettato verso una completa assenza di riservatezza.

 

Per chi entra in siti altrui e ne diffonde le informazioni, solo chi ha qualcosa da nascondere è interessato a invocare il diritto al segreto, ma non è così. E non soltanto perché c’è un gran numero di informazioni che vogliamo tenere nascoste anche se non attestano alcun comportamento criminoso. C’è infatti un nostro mondo di cui possiamo vergognarci e che non vogliamo svelare, ma che teniamo riservato anche se non ha risvolti penali.

 

In fondo, questo è anche il caso dei membri del Ku Klux Klan. È ovviamente assurdo che ancora oggi vi siano americani che detestano ebrei, neri e altri gruppi, ma bisogna ricordare che la battaglia per la tolleranza fu in primo luogo a difesa di idee “sbagliate”, e non di tesi condivise dalla maggior parte della popolazione. E come emerse in un dibattito sulla massoneria che divise l’Italia nel 1913 (su “L’Idea nazionale”), c’è ben poco di liberale nella lotta a consorterie e cospirazioni se il metodo utilizzato è la negazione di ogni segretezza: e se le idee non conducono ad azioni violente.

 

[**Video_box_2**]Chi costruisce spazi non visibili difende assai più la libertà di chi, invece, insegue il progetto di un mondo in cui ognuno può vedere chiunque altro. Uno studioso che difese strenuamente il segreto, quale facoltà di non riferire ad altri ciò che si conosce e costruire in tal modo una società non totalmente trasparente, è Antonio Rosmini, per il quale «un uomo per sé non ha diritto di pretendere da un altro che gli comunichi le cognizioni da lui possedute: questa comunicazione appartiene alla beneficenza, e non al dovere giuridico”. Nella Filosofia del diritto egli esprime con chiarezza come il diritto di nascondere le proprie conoscenze, la propria vita e le proprie convinzioni è tutt’uno con la protezione della proprietà.

 

La società sognata dagli Anonymous è invece a disposizione di chiunque e soprattutto del potere, perché minare la privacy è minare la proprietà di sé. Quella che ci vorrebbero far percorrere è allora la strada verso la schiavitù.

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