Nessuna rivoluzione, è solo Netflix

Redazione
La piattaforma per vedere in streaming serie tv e film è arrivata in Italia. E quindi? Come funziona, cosa cambia e cosa no

«Un giorno quelli che oggi pensiamo come canali tv saranno delle app. E i nostri figli ci chiederanno: “Ma cosa vuol dire che uno show inizia alle 20?”» (Reed Hastings, co-fondatore e ceo di Netflix) [1].

 

Da giovedì scorso è attivo anche in Italia Netflix, il più noto servizio per vedere in streaming on demand serie televisive e film. «Tv su misura, come e quando vuoi. Presto per dire se sarà l’anno zero del piccolo schermo, ma certo è che potrebbe cambiare anche da noi il panorama televisivo: la sfida alla vecchia tv generalista e a Sky è partita» (Silvia Fumarola) [2].

 

Nato nel 1997, quando offriva un servizio di noleggio di dvd e videogiochi, dal 2008 Netflix si è progressivamente trasformato nel servizio di streaming online che è oggi. Ha 65 milioni di abbonati in più di 50 Paesi del mondo e da alcuni anni produce per conto proprio serie televisive e documentari di grande successo [3].

 

Nei primi nove mesi del 2015 Netflix ha raggiunto quasi 5 miliardi di dollari di ricavi e 79,5 milioni di utile netto. Dipendenti: 2.500 [4].

 

Andrea Biondi: «La forza riconosciuta di Netflix sta nelle produzioni originali: serie tv come Orange is the new black, Marvel-Daredevil, Narcos (mai trasmessa in Italia), ma anche documentari e il primo film originale Beasts of No Nation. Un altro cavallo di battaglia, House of Cards, è rimasto invece nelle esclusive disponibilità di Sky che non ha voluto condividere i diritti acquisiti in precedenza» [4].

 

Di fatto, Netflix è soprattutto un catalogo. Antonio Dipollina: «Un catalogo sterminato, di film, serie tv, cartoni animati di lusso, documentari al top della produzione mondiale. Vuoi chiuderti due giorni in casa e guardare venti episodi di Breaking Bad? Con loro è possibile ma soprattutto più semplice che con chiunque altro. Agli incontri-stampa troneggia sul muro una tv gigante di ultimissima generazione, dentro c’è la schermata principale con l’offerta e riquadri sgargianti e sembra francamente il paradiso. A patto di passare il resto della propria vita a fare il telespettatore. Ma ci sono anche vie di mezzo, nella vita medesima» [5].

 

Per utilizzare Netflix a casa serve una connessione buona, meglio se buonissima, diciamo una linea Adsl che garantisca almeno 1,5 Mbps. Per smartphone e tablet è consigliato il 4G, ma anche il 3G va bene. La qualità dell’immagine si adatta automaticamente alla velocità della rete [6].

 

Riguardo le lentezze delle connessioni italiane fuori dalle grandi città, quelli di Netflix dicono che chiunque riesce a vedere un video di YouTube in alta definizione può vedere i film su Netflix [5].

 

Serve poi una tv, le Smart Tv sono fatte apposta, oppure un cavo che colleghi il computer alla televisione. Netflix si può vedere  sul computer. O ancora via Chromecast, chiavetta evoluta che riceve il segnale una volta innestata nella tv. O si possono utilizzare le console dei giochi, il lettore Blu-Ray, l’Apple Tv o anche lo smartphone [5].

 

Netflix offre tre tipi di abbonamento: base (7,99 euro), per un solo dispositivo e in qualità Hd; standard (9,99 euro) per due dispositivi e in full Hd; Premium per quattro dispositivi in qualità 4K, a patto di avere una rete veloce (11,99 euro). Il primo mese è gratis, senza limitazioni [6].

 

Silvia Fumarola: «Si paga con carta di credito, ma anche con PayPal, e per la disdetta non è necessario inviare raccomandate con ricevute di ritorno, scaricare moduli, chiamare il servizio clienti: basta andare sul sito, cliccare su un pulsante e sei fuori. Chi l’ha già sperimentato sa che è difficile resistere alla tentazione di vedere tutti insieme gli episodi della serie preferita, anche il rito dell’attesa diventa un ricordo» [2].

 

Racconta Massimo Sideri che «mister “ho-ucciso-il-palinsesto”, il fondatore di Netflix Reed Hastings, non voleva farlo: la fine della programmazione oraria della tv è stato un effetto collaterale. Lo ha raccontato lui stesso: era in ritardo di settimane con un film che doveva riconsegnare a Blockbuster (40 dollari di penale) e andando in palestra si rese conto che il modello di business dell’abbonamento aveva più senso. Intanto paghi, poi decidi se, cosa e quando vedere. È così che Hastings ha ucciso sia l’uno (Blockbuster) che l’altro (il palinsesto). Ora il tema è cosa accadrà ai broadcaster tradizionali» [7].

 

C’è da dire che in Italia il mercato della tv ha tenuto in questi anni in termini di attrattività: dai 9,2 milioni di spettatori medi del 2005 si è passati ai 10,2 milioni del 2015 [4].

 

Come primo effetto l’arrivo di Netflix ha costretto i concorrenti tradizionali a proporre nuove offerte. Massimo Russo: «Sky si è alleata con i fornitori di connettività e offre un anno di abbonamento gratuito al proprio servizio online, garantendo condizioni super vantaggiose a chi minaccia di disdire il servizio Cinema. Mediaset spinge la propria creatura, Infinity, e proprio l’altro ieri ha reso noto di aver chiuso un contenzioso durato otto anni con Google, con un accordo che prevede anche la distribuzione di video su Play e YouTube. Il direttore generale della Rai, Antonio Campo Dall’Orto, ha poi annunciato di voler realizzare una piattaforma on demand del servizio pubblico, con una parte di contenuti a pagamento, pescando anche dallo sterminato catalogo degli archivi» [8].

 

[**Video_box_2**]Questioni tecniche a parte, tutto ciò avrà anche un secondo effetto, sul linguaggio, sui formati e sulla qualità delle produzioni. Ancora Russo: «Non significa che vedremo serie come True Detective, Il trono di spade o House of Cards in prima serata su Rai Uno. Ma che la progressiva abitudine del pubblico allo standard di questi prodotti imporrà anche alle nostre emittenti di produrre fiction di maggiore qualità di quel che oggi passa il convento, scardinando piccoli cabotaggi e rendite di posizione decennali, figlie della logica del duopolio tra Mediaset e Rai» [8].

 

La filosofia di Reed Hastings: «Un libro ha tanti capitoli insieme, anche se l’autore ci ha messo anni a scriverli. Si possono finire in una sola notte, si possono interrompere e poi riprendere. Di noi dicono che cambiamo la tv, oppure il cinema, ma il nostro modello è un altro. Con i libri eravamo abituati a questa flessibilità, è la tv che porta a considerare naturale vedere l’episodio di una serie una sera la settimana: rimettiamo tutto in discussione» [6].

 

Antonio Dipollina: «All’ipotesi della rivoluzione televisiva quelli di Netflix non tengono affatto. Hanno speso un concetto preciso: “noi siamo complementari alle altre pay-tv”. L’approccio, insomma, sta diventando via via più prudente, e forse più razionale, rispetto a certe premesse che volevano milioni e milioni di italiani pronti da domani a buttare all’aria vecchia tv, vecchia pay-tv e tutto quello che veniva a tiro. Complementari: forse così ha un senso, sicuramente si capisce di più» [5].

 

Apertura a cura di Luca D'Ammando

Note: [1] Renato Franco, Corriere della Sera 23/10; [2] Silvia Fumarola, la Repubblica 23/10; [3] il Post 22/10; [4] Andrea Biondi, Il Sole 24 Ore 23/10; [5] Antonio Dipollina, la Repubblica 23/9; [6] Bruno Ruffilli, La Stampa 23/10; [7] Massimo Sideri, Corriere della Sera 23/10; [8] Massimo Russo, La Stampa 23/10.

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