Dislike o no, Facebook si prepara a cambiare ancora una volta il nostro modo di costruire relazioni

Stefano Epifani
Possibile che un nuovo pulsante su un social network produca tale eco? Ed è giustificata tutta quest’attenzione? Possibile, se quel pulsante è il pulsante attraverso il quale miliardi di persone esprimono il loro apprezzamento.

La notizia della probabile nascita di una nuova funzione di Facebook che  onsenta di far sì che le persone “siano davvero in grado di esprimere empatia” rispetto a ciò che viene condiviso è qualcosa che va oltre la curiosità per appassionati di tecnologia. Riguarda il modo in cui le persone vivono le relazioni, e quello in cui le aziende fanno marketing: il business model stesso di Facebook, quindi.

 

Era il 9 settembre del 2009 quando Facebook introdusse il tasto Like. Eh si: il simpatico pollice recto non è sempre esistito. Venne introdotto copiandolo da un altro Social Network, FriendFeed, che Facebook aveva da poco acquisito.

 

Da allora non passa anno in cui non si parli dell’introduzione di un fantomatico tasto di significato opposto, che qualcuno definisce Dislike: il pollice verso, insomma. Lo hanno chiesto molti utenti, ne hanno parlato dirigenti ed ex-dirigenti dell’azienda, ma a risollevare il vespaio sulle magnifiche sorti e progressive del tasto Dislike ci ha pensato lo stesso Zuckerberg durante uno dei suoi periodici Question & Answers. E la notizia ha fatto rapidamente il giro del mondo. Dalla CNN alla BBC nessuno si è fatto sfuggire la probabile novità.

 

Possibile che un nuovo pulsante su un social network produca tale eco? Ed è giustificata tutta quest’attenzione? Possibile, se quel pulsante viene premuto ogni giorno alcuni miliardi di volte ed ogni volta esprime - nel bene e nel male - un sentimento, un’emozione, un'opinione. Possibile, se quel pulsante è il pulsante attraverso il quale miliardi di persone esprimono il loro apprezzamento (o il loro disprezzo) nei confronti di qualcosa. O di qualcuno. Possibile, se ogni volta che quel pulsante viene premuto crea un collegamento tra la persona che lo preme e ciò cui esso è riferito. Aiutando così Facebook a conoscere meglio tanto l’una quanto l’altro.

 

Nessuno, ad oggi, sa davvero quando e come verrà implementata questa nuova funzione. Certo è che il tema è più complesso di quanto possa sembrare. E sicuramente pensare ad un semplice tasto Dislike è troppo semplicistico. Da una parte muterebbe Facebook in una sorta di Reddit, dall’altra trasformerebbe ogni post in una specie di sondaggio permanente, polarizzando le opinioni in un confronto tra pollici all’insù e pollici all’ingiù. Ed in questa disfida di pollici a subirne le conseguenze sarebbe la profondità della discussione, che già di per sé su social media come Facebook raramente raggiunge livelli particolarmente elevati. Quelle opinioni articolate (si fa per dire) che oggi trovano spazio nei commenti, come già successo con l’introduzione del tasto Like, diminuirebbero, sconfitte dalla semplicità di un pulsante. Per non parlare del gradiente semantico di ciò che potrebbe significare un Like od un Dislike. Indubbiamente la “teen” (ormai “milf”) di turno potrebbe rimaner male nel constatare che l'ultima acconciatura immortalata con un selfie piastrellato ha prodotto più dislike che like. Ma le cose si farebbero più gravi - e serie - nei casi di cyber bullismo: come reagire, a quindici anni, ad una selva di pollici versi? E più complicate nel caso di messaggi scritti in modo poco chiaro: come commentare il post del nipotino che scrive “sono triste per la scomparsa del mio amato criceto Ermenegildo”? Mettiamo un like perché condividiamo il fatto che il nipotino sia triste? O un dislike di solidarietà per la tragica scomparsa? E se il like significasse che in realtà odiavamo il nefasto roditore che finalmente ha tirato le cuoia? Ma anche il dislike potrebbe esprimere dissenso nei confronti della manifestazione di dolore per la morte del topo peloso.

 

Insomma: se già un Like rischia di essere talvolta fuorviante, affiancargli un Unlike eleva al quadrato le possibili interpretazioni.

 

Quindi la soluzione potrebbe essere più complessa: già da tempo Facebook ha introdotto una funzione che consente a chi scrive un post di esprimere il proprio stato d’animo (Mi sento felice, triste, perplesso). Che si tratti di mettere a disposizione la stessa funzione a chi lo commenta? Staremo a vedere.

 

In ogni caso, la notizia della probabile nascita di una nuova funzione di Facebook  che – usando le parole di Zuckerberg – consenta di far sì che le persone “siano davvero in grado di esprimere empatia” rispetto a ciò che viene condiviso è qualcosa che va oltre la curiosità per appassionati di tecnologia. Riguarda il modo in cui le persone vivono le relazioni, e quello in cui le aziende fanno marketing: il business model stesso di Facebook, quindi.

 

Ogni volta che diciamo che qualcosa “ci piace” o “non ci piace” aiutiamo Facebook a conoscerci meglio. Lo aiutiamo a capire cosa ci piace, ma anche cosa piace a chi. Zuckerberg può trarre grandi vantaggi da uno strumento che lo aiuti a conoscere ancora meglio i suoi utenti ed anche gli utenti, tutto sommato, possono giovarne. Ed i rumor servono a Facebook a sondare il terreno.

 

[**Video_box_2**]Ma come evitare che le aziende (che di Facebook sono clienti) prendano a male un “unlike” sotto la loro ultima promozione? E come evitare il rischio che gli utenti scrivano di meno perché preoccupati di ottenere, invece che un like, la riprovazione degli amici? E meno messaggi da parte degli utenti vogliono dire impoverimento della rete sociale sviluppata.

 

A queste domande Facebook risponderà con una soluzione che, se accettata dagli utenti, contribuirà in modo sempre più determinante a definire le modalità con le quali interagiamo e – in ultima analisi – costruiamo le nostre relazioni. Relazioni nelle quali la dicotomia tra reale e virtuale è stata ormai sostituita dalla continuità tra analogico e digitale. Continuità che talvolta si basa anche su un Mi Piace.

 

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