cerca

Cosa manca agli italiani dello spirito siliconvalligiano? L’idea del rischio e del fallimento

"Fallire non è una cosa negativa. La flessibilità, l’idea con cui sei partito deve poter cambiare in corso d’opera. Non cercare di fare troppe cose, specializzarsi”

16 Novembre 2016 alle 22:22

Cosa manca agli italiani dello spirito siliconvalligiano? L’idea del rischio e del fallimento

Foto di Stuart Caie via Flickr

"Fallire non è una cosa negativa. La flessibilità, l’idea con cui sei partito deve poter cambiare in corso d’opera. Non cercare di fare troppe cose, specializzarsi”

Il senso delle startup italiane in Silicon Valley: prendiamo il trenino, il locale delle 12 che da San Francisco fa tutte le fermate mitiche: Menlo Park, Palo Alto, Stanford, Mountain View, Sunnyvale. Il treno è uno di quei trenoni di alluminio zigrinato da “Una poltrona per due”. Il primo vagone è per le bici, i vagoni più alti e spigolosi di quelli europei, sembrano quelli per i cavalli. Tutto è tappezzato da pubblicità di aziende che assumono. Si va a colazione con Jeffrey Capaccio, guru locale della Valle; avvocato d’affari al primario studio Carr & Ferrell a Menlo Park, poche centinaia di metri dalla sede di Facebook, presidente del Silicon Valley Italian Executive Council (network che mette in contatto i boss della tecnologia italiana con quella californiana), cicerone del presidente del Consiglio Renzi quando è venuto qui in pellegrinaggio. Il council fondato da Capaccio, origini genovesi ma “sanfranciscano puro”, come tiene a precisare, organizza anche soggiorni di stage e approfondimento per studenti talentuosi qui nella Valle. “Ne abbiamo fatti già una trentina. Laureati e laureandi del Politecnico di Torino e Milano, Luiss; i ragazzi stanno una settimana in Silicon Valley, fanno il giro tra i colossi hi-tech e l’Università di Stanford, Google, Facebook”.

Capaccio è specializzato in proprietà intellettuale. E’ già seduto da Donato, dove ci sono in vetrina i barbareschi di Angelo Gaja, e suonano le canzoni di Guccini. Qualche giorno fa in un evento organizzato da Capaccio è stato qui a parlare Trae Stephens, pezzo grosso del Founders Fund, il mega fondo di investimento di Peter Thiel, il principe delle tenebre capitalistiche, fondatore di Paypal, socio di Facebook, finanziatore di Trump. Thiel e Guccini, non c’è male. “Siamo specializzati in startup finanziate da venture capital, nell’early stage”, dice Capaccio davanti a dei ravioli molto invitanti. “Abbiamo due tipi di clienti, aziende mature che vogliono mettere un piede qui per acquisire nuove tecnologie e ricerca & sviluppo, oppure imprese italiane che vogliono un collegamento qui per essere globali. Stare qui è necessario non per immagine ma per avere accesso a talenti, idee, e fondi”. I soldi veri insomma stanno qua. “A Menlo Park su Sand Hill Road ci sono i principali fondi di venture capital del mondo”, dice.

Ma che deve fare un aspirante startupper italiano per sfondare qui? “Il percorso giusto è avere una squadra attorno, possibilmente qualcuno che abbia già fatto business qui. Noi come legali costituiamo la società, ti difendiamo il brevetto, ti presentiamo al venture capital; abbiamo interesse a farti decollare e finanziare perché poi puoi crescere e pagare le nostre parcelle” – scherza l’avvocato. “Costituire una startup è facilissimo, si fa in 48 ore, vieni da me, scegli un nome, lo depositi, si deposita un article of incorporation, un atto costitutivo, entro due settimane viene ufficializzato e la società è pronta per operare. Di società ce ne sono di due tipi, la corporation o la limited liability che è la nostra srl, ma se vuoi accedere ai veri fondi di venture capital, ai soldi veri, devi fare una corporation. Costa dai due ai tremila dollari. La puoi fare anche da non residente”.

Ma che cosa manca agli italiani dello spirito siliconvalligiano? “L’idea del rischio, e quella del fallimento. Fallire non è una cosa negativa. E poi non avere l’orgoglio di essere padrone, non si può volere l’80 per cento della propria società, bisogna aprire ai fondi, agli azionisti; la flessibilità, l’idea con cui sei partito deve poter cambiare in corso d’opera. Non cercare di fare troppe cose, specializzarsi”. Esiste una bolla delle startup? Quando la Fed alzerà i tassi si dirà, come l’avvocato Agnelli, “la festa è finita”, e tra i nerd si smetterà di giocare col denaro a costo zero? “Io non l’ho ancora vista questa crisi”, dice l’avvocato. “E la bolla tecnologica vera l’ho vissuta, quella del 2000. Poi ho visto quella finanziaria del 2008. Adesso non vedo niente di simile. L’immobiliare continua a salire, il personale è costosissimo, il traffico cresce. Tutti segnali incoraggianti”. Ah, comunque in Italia manca soprattutto “il venture capital. Qui un solo fondo vale come tutto il settore in Italia. Però ci sono segnali che qualcosa sta cambiando”. “Qui è venuto poco tempo fa l’ad di Cassa depositi e prestiti, Fabio Gallia, è rimasto molto colpito”. Cdp si candida infatti a diventare il primo operatore di venture capital nazionale.

Intanto qualcuno prova col modello duale: “Cuore finanziario qui e outsourcing in Italia, soldi qui e ricerca in Italia. I nostri ingegneri sono i migliori e costano meno. Un modello lanciato da Fabrizio Capobianco”, imprenditore seriale che ha inventato la terza via, tra la Silicon Valley e l’Italia. I settori più interessanti su cui puntare? “Cybersecurity, big data, internet of things, mobile advertising, marketing su piattaforma mobile, wearables”. Intanto, in attesa di riprendere il trenino per San Francisco, Guccini continua a cantare nelle casse dell’enoteca: chissà se gli startupper e i capitalisti di ventura della Valle sanno cosa stanno ascoltando.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi