Foto Pexels.com

Il nuovo album di Beck è una grande storia americana

Stefano Pistolini

La connessione a cui non riusciamo a sottrarci è quella tra “The Master”, il bel film del venerabile P. T. Anderson dedicato all’evocazione di Ron Hubbard, padre di Scientology, e il nuovo disco di Beck, “Morning Phase”. Ora ci arriviamo.

La connessione a cui non riusciamo a sottrarci è quella tra “The Master”, il bel film del venerabile P. T. Anderson dedicato all’evocazione di Ron Hubbard, padre di Scientology, e il nuovo disco di Beck, “Morning Phase”. Ora ci arriviamo. Prima vanno chiamati a raccolta coloro che avevano apprezzato Beck a fine anni Novanta, quando si rivelò in modo pirotecnico, come capofila di un nuovo rapporto con la musica – si era all’epilogo dell’espiazione grunge – che canalizzava fattori fino ad allora estranei tra loro, come la fascinazione per la tecnologia, la hippie culture, la liberazione della mente, la ripartenza delle sperimentazioni e la ridefinizione di un suono californiano, quello della manifesta positività americana. Il Beck dello choc “Loser” e poi di “Mellow Gold” e “Odelay” giocava con la cultura della ricerca secondo regole inconsuete, mutuate dai grandi trasgressori dell’arte, portando con sé, come fondale delle sue apparizioni, un quadro di gaiezza disperata e di pacifico abbandono. Beck divenne il megafono degli oltranzisti della musica progresso, gli stessi che si sentivano messi all’angolo dalla definizione dei nuovi consumi. Anche per questo, qualche anno dopo, Beck rimase isolato, superato, anzi, dribblato dall’avanzamento del pop. Quasi obbligatorio, a quel punto, immaginarlo come un sopravvissuto, doloroso da guardare mentre i quarant’anni gli segnavano quel volto che era stato esemplare e perfetto. Beck, allora, si è messo in penombra e ha fatto altre cose, altre rispetto a qualche dimenticabile album, ogni volta più impalpabile (lucido invece appariva il suo lavoro da produttore, in particolare per un bel disco di Charlotte Gainsbourg). Un paio d’anni fa, il colpo di scena: con il pezzo “Nyc 73-78” Beck partecipa all’album “Rework”, una serie di remix di materiali di Philip Glass a opera di musicisti dell’experimental pop. Il suo lavoro, lungo oltre venti minuti, è straordinario: una rivisitazione gioiosa e geniale dei palinsesti espressivi di Glass, in un punto mediano tra Brian Wilson, Gershwin, Sufjian Stevens e Britten, seguendo quel percorso tra serenità e apocalisse che istantaneamente accosta l’ispirazione di Beck a quella di Glass. Un capolavoro che ci rivela come il nostro non fosse tracollato, ma stesse solo cercando nuove definizioni per la sua musica. Ora arriva “Morning Phase” ed è un’opera sorprendente, che ci indica ancora una diversa collocazione dell’artista, nel corso di una dinamica che – è chiaro – non s’è mai interrotta. L’album s’annuncia con un’ouverture orchestrale che spinge subito a ricostruire da dove Beck venga (“I’m loser baby / why don’t you kill me?”) e quanta strada di lì abbia fatto, oggi trovando ispirazione di nuovo sotto il sole californiano da cui era fuggito, quando si aggregò al movimento antifolk così spudoratamente newyorchese.
“Morning Phase” è il disco della pacatezza, forse anche della resa, della distensione che segue l’abbandono dello sforzo, della rilassatezza che proviene dalla consapevolezza delle proprie debolezze e delle proprie forze. L’ironia, che fu l’arma appuntita di Beck, qui si è dissolta in uno slancio confessionale, venato di nostalgie tipicamente West Coast (avete presenti le inesauribili evocazioni in stile “Good Vibrations”?). Beck è un altro da allora, è cambiato rispetto a vent’anni orsono (perché, Jovanotti è forse lo stesso?) e ha devoluto a una dimensione eterea il suo spirito polemico e ha affidato a un maestro come Nigel Goodrich la produzione sonora della sua rinascita.

L’adesione a Scientology
Ed eccoci a Scientology, di cui Beck è da sempre un adepto, figlio di un seguace di Hubbard (il compositore David Campbell, che scrive e arrangia per lui anche in questo disco) e marito di Marissa, anch’essa affiliata al culto di seconda generazione. E la sua musica s’intona, come in una cantata a due voci, con l’interpretazione che il povero Seymour Hoffmann ha dato di Hubbard nel film di Anderson – entrambi capaci di far trapelare la forza che il Master fece risiedere nell’appartenenza esoterica e nell’assoggettamento alla sua regola. Quando Beck si è deciso a parlare della sua adesione al credo, lo ha fatto con toni connessi alle atmosfere di questo disco: “E’ vero, ho sempre fatto parte di Scientology, ci sono cresciuto dentro, è qualcosa che ho avuto attorno fin da piccolo. E’ una specie di filosofia, non credo contenga tutto il fanatismo di cui si parla. Sono persone che si sostengono a vicenda e condividono un modo di vedere il mondo e crescere i figli”. Lungi da me i mostri, pare voler dire: come sosteneva Hoffman/Hubbard nel suo elucubrare quotidiano, quando non metteva i panni del venditore di elisir. C’è qualcosa di intensamente americano – nel senso più affascinante del termine – in questa storia che sale su da quegli anni Cinquanta mai interamente chiariti, e che s’insinua nel disco del 2014 di un musicista che avevamo frainteso e forse strumentalizzato. La diversità e l’autonomia, che Beck rivendica in questo suo nuovo lavoro, non possono comunque meritare che rispetto.

Di più su questi argomenti: