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In America può accadere che una band sconosciuta suoni da Letterman e ti faccia felice

Quando il secondo amico in poche ore mi ha detto “Ma l’hai vista la performance degli Orwells da Letterman?”, mi sono sentito in colpa e sono andato a controllare.

28 Gennaio 2014 alle 10:07

Quando il secondo amico in poche ore mi ha detto “Ma l’hai vista la performance degli Orwells da Letterman?”, mi sono sentito in colpa e sono andato a controllare. Della band avevo letto qualcosa, se non altro perché è titolare di una storia di quelle che mi piacciono, assortita da cinque ragazzotti nerd di Elmhurst, sobborgo benestate a ovest di Chicago, hanno delle belle facce e la solita aria sperduta. Per cui risalgo alla registrazione del DLS di cui sono stati ospiti (voi cominciate già ad accendere il computer) e mi guardo lo show. Una meraviglia. Il quintetto, due chitarre, basso, batteria e cantante – presenta “Who needs you”, il nuovo singolo, e Letterman li introduce con l’annoiata routine che ormai è la sua faccia ricorrente. Un lick di chitarra e parte un pezzone di pop-punk coi volumi a manetta e i versetti di stampo anti militarista: “Butta i tuoi proiettili, nascondi i tuoi fucili, meglio se pensi ad aiutare i ragazzini e li fai divertire un po’”. Un ritornello ma ecco che il cantante della band – un tipetto con la faccia coperta di capelli biondi, come Kurt Cobain agli esordi, dal nome impegnativo di Mario Cuomo e con la maglietta dei Bulls sotto il giubbotto di pelle – smette di urlare, si sbatte per terra e comincia a fare la danza del verme, trascinandosi e pulendo il pavimento del venerabile studio. I compagni non se ne preoccupano, perché forse questi attacchi a Mario devono prendere spesso, o almeno gli capita nelle grandi occasioni, e perciò vanno avanti a suonare, anche loro tutti piegati, attorcigliati ai loro strumenti, e fanno solo la base della canzone, perché della protesta contro i militari del cantante non c’è più traccia. Situazione di stallo: Cuomo si trascina per terra e quelli, segretamente compiaciuti, suonano lo stesso riff. Finalmente il biondo si alza, ma mica per ricominciare, macché, se ne va e si mette a sedere sulla poltrona dove Letterman intrattiene i suoi ospiti, perché una volta che sei in quello studio vuoi non provare l’emozione di sedertici? Alla fine si tira su e torna a fare il suo lavoro, caccia quattro strilli residuali e chiude la performance con l’aria di quello che non sa esattamente dove si trovi. In un programma italiano l’avrebbero guardato come un matto e liquidato con imbarazzo. Il vecchio Dave invece cavalca la scena, ruggisce: “Magnifico!”, e rivolgendosi al compare Paul Shaffer fa: “Che dici, ne vuoi ancora un po’?”, e Paul è come se lo inviti a nozze: “Sì ancora! Ancora!”.
Gli Orwells però sono dei nerd sul serio, e col cavolo che risuonano il loro ritornello elementare, restano lì impalati, rincretiniti. E allora è la resident band di Shaffer che attacca lo stesso frastuono di tre accordi, li rifà uguali e Paul gira intorno alla sua postazione di tastiere, va a centro palco, si butta per terra e la fa lui la danza del verme eccitato, mentre gli Orwells lo guardano vagamente schifati, come s’addice a chi non supera il solito gap generazionale. Showtime! Però a noi la curiosità c’è rimasta in circolo, e approfondiamo. Andiamo in cerca dell’unico album del quintetto, che si chiama “Remember When”, uscito nel 2012, poi ce ne dovrebbe essere uno nuovo, ma per ora non trova la strada dei negozi. La sapete una cosa? E’ un signor disco di suburbia rock, quello che viene su quando cinque compagni di scuola, che si conoscono dalle elementari, decidono sia arrivato il momento di metter su la band e dentro un garage di uno si danno da fare, inconsapevolmente diventano una vera band, si costruiscono un suono, perché in effetti ce l’hanno già dentro di loro, scende giù da quel che sono, che hanno visto, che vivono tutti i giorni, dalle cose che si dicono e gli capitano. Le canzoni sono deliziose, ma “Mallrats” (sì, come il film di Kevin Smith, perché qui siamo esattamente da quelle parti) è un inno. La vocazione pop coniugata col gusto di fare rumore questi Orwells ce l’hanno innata, e il pazzo Cuomo canta con la nonchalance che alcuni predestinati mostrarono agli inizi. Che ne sarà di loro? Di certo l’apparizione al Letterman (vorremmo conoscere lo scout che li ha scelti: uno che prende sul serio il suo mestiere) qualcosa ha smosso. Intanto si fanno un tour nazionale come support band degli Arctic Monkeys, poi si vedrà, magari quel famoso secondo album uscirà e sarà bellissimo, o forse no.

Non sempre servono i talent
La domanda è un’altra. Cosa c’è nell’acqua dei rubinetti americani che permette che storie come queste possano ancora succedere? Che di colpo un gruppo di sperduti mezzi adolescenti si ritrovi con uno straccio di chance tra le mani? E com’è possibile che siano ancora perfettamente credibili, che quella musica che fanno sia coerente, presentabile, diretta e sincera, senza i talent show, ma pure senza vocazioni particolari? E che d’un tratto, anche se l’hai sentita un milione di volte, ti venga voglia di sentirla ancora, di dargli retta e d’amarli un po’, perché in fondo per cinque minuti t’hanno fatto felice?

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