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Le migliori note possibili per il Tea Party americano

Ecco buona musica per il Tea Party americano, ammesso che ancora ce ne siano tracce. Intendiamo dire che ci siamo imbattuti in un paio di notevoli esemplari di pura musica “conservatrice” di stampo statunitense, e oggi ve ne parleremo.

21 Gennaio 2014 alle 00:00

Ecco buona musica per il Tea Party americano, ammesso che ancora ce ne siano tracce. Intendiamo dire che ci siamo imbattuti in un paio di notevoli esemplari di pura musica “conservatrice” di stampo statunitense, e oggi ve ne parleremo. Per metterci un po’ di pepe, poi, ecco che i due dischi in questione non sono a firma di qualche attempato country singer asserragliato a Nashville, o dell’ultimo epigono di Paul Anka, bensì di due signore con curriculum favolosi e storie di vita altrettanto intense. Quindi aspettatevi qualità, intensità, ma anche un imbattibile sensazione di già sentito, di aderente a un modello prestabilito, di resistente al cambiamento e di nostalgico per scelta, vocazione e gusto. Disco numero 1: “Give The People What They Want”, ritorno in scena, dopo il brivido di una malattia quasi fatale, di Sharon Jones e dei suoi Dap-Kings. E’ la quinta uscita della 57enne soul singer della Georgia su etichetta Daptone, il brand revivalistico con sede a Brooklyn attivo dal 2000 e su cui abbiamo speso aggettivi roboanti salvo, un po’ alla volta, cominciare a restar perplessi di fronte al suo ostinato tradizionalismo, che oggi ci sembra più un vezzo da collezionisti che un’effettiva ispirazione musicale (probabilmente non è nessuna delle due cose: è l’applicazione di un know-how da parte di questo convinto e tenace consesso di musicisti bianchi e quasi tutti ebrei, votati a suonare la musica dei neri, in quella fatiscente palazzina oltre il ponte). Le recensioni hanno parlato della capacità di Sharon di “ridar vita al passato” o di “preservare un tesoro nazionale”, in collaborazione col miglior ensemble di “soul retrospettivo”. Mah. Dopo esserci entusiasmati almeno in occasione delle prime due uscite discografiche di Sharon, ora siamo qui a cercare un senso in tanta perseveranza archeologica, che si spinga oltre la convizione che la Jones e i suoi già sanno fare, lo fanno bene e lo rifaranno per sempre. Ascoltare nel 2014 un disco che pare inciso nel ’67 – alcuni tic produttivi accentuano perfino dal punto di vista acustico questo transfert temporale – è un’operazione gradevole, ma dai riflessi vagamente macabri. Nel repertorio del gruppo non ci sono novità (sì, forse una lieve spruzzata di country), i pezzi sono equamente divisi tra uptempo, sincopati midtempo e ballate venate di gospel, la qualità è standard (già, ma da quelle parti c’è un culto proprio dello standard), il disco, nuovissimo, potrebbe essere stato pescato tra i reperti dimenticati in una cantina polverosa. Certo, ci sono 40 minuti di buona funky music, ben cantata e suonata con disciplina, ma che non fa altro che sovrapporsi ai milioni d’ore di registrazioni già disponibili. A che serve, ora che lo snobismo culturale dell’operazione è svaporato? Forse a rinverdire il groove coi gorgheggi della brava Sharon, che però torna a essere ciò che è sempre stata: una cantante di provincia e una professionista di genere. Che tutto ciò sia detto a margine di una intimidita autodenuncia.
Almeno di Rosanne Cash, nel corso degli anni, non ci siamo mai dichiarati ferventi ammiratori, e perciò adesso, in coincidenza col suo ritorno discografico dopo 8 anni d’assenza dalla scena, con “The River and the Thread” osannato dalla critica Usa come il nuovo classico del contemporary country, non ci sentiamo in colpa a storcere la bocca. La discendente del casato regnante della musica tradizionale Usa, racconta d’essere uscita malconcia dal periodo artistico durante il quale ha dovuto elaborare il distacco dalla figura del suo enorme padre Johnny Cash, affrontando il lutto affettivo, ma provando anche a scansare il peso della sua ombra musicale. Rosanne del resto è titolare in prima persona di un’ottima carriera come interprete canonica di una country music austera, dignitosa, consapevole del ruolo di connessione artistica con un condiviso psicologico e culturale nazionale. E’ stata, insomma, una degna portatrice della fiaccola  americana, nell’accezione più mainstream di questo filone musicale. E con questo nuovo album riprende il discorso dove l’aveva lasciato, con l’eleganza dell’esecuzione, la compostezza di una vocalità educatissima e la professionalità della confezione musicale al primo posto, seguita dalla dolente lista dei temi di giornata, che non smettono di essere gli stessi, in una musica come il country, che da tempo ha scelto di essere il suono della disillusione verso uno splendore che non c’è più. “The River and the Thread” è un disco competente, ma così già sentito nel corso degli anni che il gridare al miracolo non può non sembrare un gesto del tutto insincero. Anche Rosanne Cash appartiene al culto della ripetizione e al cerimoniale del “risentire”. Papà Johnny era pazzo, ma visionario: quando si stufò di fare i soliti pezzi si mise in mano, mezzo cieco, a un produttore hip hop – che lo resuscitò. Sarebbe bello che anche Sharon e Rosanne provassero questo brivido. Gli scaffali musicali dei Tea Party già traboccano di vecchi titoli.

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