Così nell’hip hop la rottamazione ha funzionato e i dinosauri non abitano qui (stanno tutti nel rock)

Parlando di rinascite: è curioso come la via del rock presto sia stata segnata da una sommaria sentenza definitiva (era morto – e niente che non fosse velleitario, apocrifo o mercenario poteva resuscitarlo), mentre le cose sono andate in modo del tutto differente per la più recente parabola della musica hip hop.

7 Gennaio 2014 alle 00:00

Parlando di rinascite: è curioso come la via del rock presto sia stata segnata da una sommaria sentenza definitiva (era morto – e niente che non fosse velleitario, apocrifo o mercenario poteva resuscitarlo), mentre le cose sono andate in modo del tutto differente per la più recente parabola della musica hip hop. Il bello è che il discorso vale tanto più se coniugato su singole situazioni, legate a scene (più o meno) nazionali. Insomma, dichiarato morto per eccesso di cupidigia, commercializzazione e per desertificazione di messaggi e significati – quando correva l’inizio del Millennio – l’hip hop ha conosciuto progressivamente un ritorno di fiamma potente, correndo con uguale slancio sia sul binario delle economie che su quello dei contenuti (direzione: da “poco” a “tanto”). Una cabrata, un prodigioso ritorno in scena, un “à rebours” potente e gioioso, salutato dall’approvazione di quelli che possiamo definire ampi strati della popolazione. Il meccanismo del successo è stato il riuscito passaggio di testimone tra una “vecchia scuola” piuttosto esoterica e i relativi epigoni, membri di scuole nuove o nuovissime. Nella fattispecie l’avvento dei giovani leoni ha coinciso – in totale discordanza invece coi fatti del rock – col veloce tramonto, la sparizione, il pensionamento dei protagonisti della prima onda, oggi rispettati, venerati come padri fondatori, ma conservati nella vetrinetta dei ricordi. La rottamazione ha funzionato nell’hip hop e per niente nel rock, dove l’ingombro dei personaggi storici ha creato una difficile, scomoda e contraddittoria convivenza tra padri e figli. Ma il rap ha spalancato le porte al presente e nel farlo si è visto riversare addosso l’interesse di quello stesso pubblico casuale, ben diverso da quello degli appassionati praticanti ma numericamente ben più importante, che alla fine ha sancito quel successo popolare, mediatico e iconico a cui stiamo assistendo in giro. Il ricambio ha funzionato. Prendiamo la scena italiana – e vi consiglio al proposito la consultazione di un bel volume scritto da Luca Bandirali, “Nuovo rap italiano”, che affronta in modo sistematico l’affiorare di nuovi personaggi e tematiche d’attualità nel filone nazionale del rap. La proliferazione di facce nuove del rap è straordinaria, e altrettanto intensa è la loro presenza nel vissuto quotidiano dei teenager di oggi, proprio come valeva per gli eroi di cuoio e capelli che fecero compagnia ai ragazzini di trenta o quarant’anni fa. Il bello è che ce ne sono di tutti i generi, con istanze e pretese diverse, con discorsi alti e bassi, stupidi e profondi, tecniche sofisticate e grossolane, voci educate o ruvide, accenti accentuati o italiano dantesco. E’ il segno che tutto ciò che di derivativo, imitativo aveva questa scena, è stato assorbito e digerito dalle sue edizioni precedenti, che il transfert è consumato, che il viaggio della musica, dei ritmi e delle idee è fatto e che questa rigenerazione oggi ha effettivamente un valore locale e scarsa memoria per i trascorsi da emigrante – e proprio per questa appartenenza naturale adesso deflagra con potenza e condivisione presso il nostro pubblico più giovane.

Italiano raffinato e californiano minimal
Beh, in coda a questo elogio, vi segnaliamo un paio di titoli a supporto delle idee, per cominciare l’anno on the beat. Tra gli italiani – in attesa di festeggiare degnamente il ritorno di Fritz Da Cat – scegliamo “Disco Inverno”, primo album di Mecna, rapper foggiano trapiantato al nord. Il giro è quello acculturato, che definiremmo dei rapper “neo professionisti”, apparentemente praticato da musicisti part time, accasati nella sfera del lavoro creativo metropolitano, e non a caso contraddistinto da tematiche meno nichiliste, più intimiste e filosofiche di quello di stampo “street”. Il disco, che conta sulle collaborazioni del bravo Andrea Nardinocchi del veterano Bassi Maestro e di molti altri, è ricco di musicalità e di storie visuali, con tante venature soul, ritornelli pop, suoni morbidi e un rimare educato e originale. Mecna ha dalla sua un arsenale poetico notevole e un immaginario largo e accessibile. Ha le carte in regola per diventare uno dei narratori ascoltati delle stagioni a venire.
Invece dal gran sacerdote Simon Reynolds raccogliamo la segnalazione dell’ultimo nome buono del rap californiano. E’ Sage The Gemini, membro della Hbk Gang (la banda dei cuori infranti) e con l’ep “Gas Pedal” presenta un formidabile esperimento di rap iperminimalista, figlio delle contaminazioni col dubstep e altre traiettorie dell’elettronica contemporanea. I brani sono scheletrici, purissimi, contrassegnati da suoni che sembrano gocce, da elucubrazioni musicali da iPhone, con liriche che paiono spremute west coast d’un Gruppo 63 riformatosi per l’occasione, bevendo mojito. Tutto è sottile, effimero, difficilmente visibile, altamente ipnotico, semplice e complicatissimo. Una strada diversa da tutte le altre, che conferma la sensazione che questa musica abbia saputo costruirsi orizzonti apparentemente infiniti.
 

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