La morte di Lou Reed e vecchi ricordi che ci svelano quanto siano effimeri gli Arcade Fire

La notizia della morte di Lou Reed arriva tristissima, sebbene non inattesa. Adesso è così. Come capitò durante gli anni Ottanta coi grandi della fase magica di Hollywood, quando toccò a loro accomiatarsi in ordine sparso, adesso sono i protagonisti del rock a presentarsi al turbolento, eroico capolinea.

29 Ottobre 2013 alle 10:06

La notizia della morte di Lou Reed arriva tristissima, sebbene non inattesa. Adesso è così. Come capitò durante gli anni Ottanta coi grandi della fase magica di Hollywood, quando toccò a loro accomiatarsi in ordine sparso, adesso sono i protagonisti del rock a presentarsi al turbolento, eroico capolinea. Lou, un sopravvissuto e un genio, un poeta e un pazzo, un pessimo chitarrista ma un cantante visionario e l’ironico romanziere della New York dark di fine Novecento, si consegna alla storia e immediatamente diventa un classico narrativo. Tutto molto denso, appassionante, ma anche già lontano. Quella città non c’è più, forse perfino quel modo di vederla, pensarla e cantarla appartiene a un passato conchiuso. Nei prossimi giorni celebreremo Reed nel modo che merita, collocandolo al definitivo posto nella descrizione di un’epoca e dei suoi “true original”. Ma intanto torna a galla qualcosa di dimenticato. Una mezza sera d’estate, all’estrema periferia di Londra, dove nell’Ottocento sorgeva un posto magico e senza senso chiamato Crystal Palace, gigantesco padiglione di cristallo che poi smontarono e una mattina non c’era più. Era però rimasto uno stagno e a un lato dello stagno un palcoscenico racchiuso da una grande conchiglia. Negli anni Settanta per qualche anno lì organizzarono un festival rock che durava un giorno solo. Così scoccò la scintilla amorosa con Lou Reed, che era ancora poco più che ragazzino, dopo aver pensionato i Velvet. “Sweet Jane” e “Heroin” adesso le cantava da solo, coi ricci lunghi, il completo di pelle nera e la migliore band elettrica che si potesse sognare. Fu un micidiale colpo di fulmine. E’ passando pomeriggi di quel genere che si stabiliscono legami indissolubili. Perfino, in un certo senso, si dà la forma definitiva alla propria vita.
Altre cose, al presente. Esce oggi l’album più atteso dell’anno, quel “Reflektor” grazie al quale gli Arcade Fire dovrebbero legittimare l’effimera qualifica di band più famosa del pianeta. Beh, certo, solo per un po’, per qualche giro di ballo, prima che il vento cambi. In attesa di questo capolavoro annunciato, arriva il secondo video tratto dal disco, “Afterlife”, che ha caratteristiche interessanti. Per quanto concerne le immagini, la band di Will Butler qui, anziché andare sulla griffe, come in passato, se l’è cavata con le immagini d’un vecchio film haitiano, piacevolmente stridente coi suoni metrosexual del brano – un mix di Talking Heads e Bowie ultima maniera. Insomma una cosetta quasi casual, al confronto con quanto avevano pubblicato a settembre per dare inizio alla campagna promozionale di “Reflektor”, scomodando niente meno che il fotografo-divo Anton Corbijn e affidandogli un mediometraggio dove, tra le controfigure di Butler, figuravano Ben Stiller e Bono (quest’ultimo identificabile, è ovvio, come il vecchio Re Rock in procinto di passare lo scettro a Will l’Erede). 22 minuti di visione istruttiva, per discettare attorno alla lastricata strada del successo nel rock del presente. E’ infatti, chiaro che gli Arcade Fire siano la band  designata a una grandezza che non teme concorrenza. Basta guardarli. In questo fighettissimo video di Corbijn tutto è trendy e perfetto: un lieve plot capriccioso ma divertente, i costumi ipercool, gli atteggiamenti disinvolti, il make up stravagante e le celebrità che fanno la fila, per apparire in un cameo. Un progetto riuscito, non ci fosse un’assente ingiustificata: la musica. Gli Arcade Fire hanno un suono dolcemente narcolettico, ma niente di vagamente nuovo, niente che non si sia sentito mille volte. Per carità, tutto rifinito perfettamente, bene eseguito, cantato col giusto grado di nonchalance. Ma in sostanza, solo un altro gruppo di quel suono urban rock fatto da musicisti con le antenne dritte e la propensione per le contaminazioni. Niente, proprio niente, di emozionante. Buone canzoni (non bellissime) una navigazione di gradevole livello, piacevole, a momenti stuzzicante, in tono con l’aria che tira, ma di retroguardia, nel già sentito, nel banalmente inutile. Eppure chiunque nell’ambiente sa che gli Arcade Fire hanno la predisposizione incorporata, che per i prossimi cinque anni il mondo sarà loro, che Will è una personalità destinata a divenire memorabile. Invece bisogna essere più esigenti di così, non ci si deve far abbindolare, non ci si deve accontentare. Se i canadesi ne fanno una questione campanilistica, noi no. La “migliore band del mondo” non può rifare cose già viste e sentite, con una sottile patina di remake/remodel. Stiamo a vedere come vivranno l’investitura, ma alziamo una voce critica: è obbligatorio sorprendere, inventare, per essere numeri uno. Vogliamo altri Lou Reed. Se li meritano quelli che non c’erano. A noi gli Arcade Fire ci sembrano meno necessari degli 883. Ma di artisti forti continuano a nascerne. E’ da loro che ci piacerebbe restassero stregati i ragazzini del 2013.

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