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Confrontarsi con Byrne

Qualche anno fa, a New York, andai in cerca di David Byrne. Con la scusa di un’intervista, volevo vedere come si fosse sistemato uno dei leader ideologici della tempesta perfetta chiamata New Wave.

15 Ottobre 2013 alle 00:00

Qualche anno fa, a New York, andai in cerca di David Byrne. Con la scusa di un’intervista, volevo vedere come si fosse sistemato uno dei leader ideologici della tempesta perfetta chiamata New Wave. Era stato uno dei protagonisti che aveva operato la resurrezione di un fenomeno in evidente stato comatoso, com’era il rock metà anni 70, svuotato delle motivazioni originali e preso a sberle dall’energia della Disco e dei  lifestyles connessi alla dance e all’edonismo. A New York (anzi, a Manhattan, perché all’epoca Brooklyn era ancora un depresso quartiere-dormitorio) ebbero il guizzo: canalizzare il fiotto di protoni elettrici liberati dal punk in una dimensione intellettuale, piena di implicazioni estetiche e connessioni con gli altri mondi delle arti sperimentali. Fu un successo e fornì benzina al mondo musicale per un lustro, prima della nuova crisi che sarebbe stata a sua volta risolta dai ragazzi indolenti del nord ovest, che nei ‘90 inventarono il grunge, come Muro del Pianto collettivo. Byrne, insieme a un pugno di artisti eccitati e visionari – Tom Verlaine e Richard Hell, Robert Quine, Chris Stein dei Blondie, David Johansen – seppero ripetere la sinergia mente-corpo-azione già portata a termine da Andy Warhol una decina d’anni prima, coi Velvet Underground e con le loro varie filiali, musicali e non. I Talking Heads, per la particolare cura con la quale Byrne aveva assemblato l’organico del gruppo, la raggiera dei collaboratori (Eno, Adrian Belew, Robert Fripp, per fare qualche nome) e la suddivisione dei ruoli, funzionarono da vero gruppo-laboratorio. Fecero dischi meravigliosi e aprirono strade nelle quali tanti s’incolonnarono, sviluppandone le intuizioni – ad esempio, il rapporto con le musiche etniche e con le soluzioni dance, trattate in modo egualitario e non con la supponenza dei rockers. Insomma io andai a cercare Byrne negli uffici della sua società a Soho, in un loft multipiano ricavato dove c’era una fabbrica di camicie. In quel momento il suo interesse principale era il design applicato all’idea di “sedia”. Mi parlò solo di quello, sfuggendo matematicamente alle domande sulla band o alle ricostruzioni d’epoca, sottraendosi alla discussione musicale, giudicandola periferica e inattuale e accalorandosi piuttosto per l’idea di “invenzione”, anche celibe, puramente estetica. Poi mi sottopose, con un certo sadismo, a un prolungato ascolto di quella coattissima musica portoricana chiamata reggaeton. La sensazione dell’incontro fu destabilizzante: possibile che un uomo che aveva indicato la direzione a un movimento planetario, si fosse rinchiuso a progettare sedie scomode ascoltando musica indigeribile? (Giudizio che avrei rivisto: il reggaeton è divertente). Archiviai l’intervista. Poi seguii Byrne durante il suo periodo di fissazione per le biciclette e i trasporti alternativi, ascoltando con moderato gradimento la sua ultima avventura musicale nel connubio così-così con St. Vincent. Adesso David se ne esce con un editoriale sul Guardian e la cosa incurioscisce: parla di come sia cambiata New York, di come la sua natura multirazziale costituisca un’eccellente punto di partenza creativo, ma di come l’atmosfera in città si sia progressivamente inaridita. La colpa? Delle corporations, ovviamente, e poi della crisi, delle ansie in circolo, degli eccessi di moralismi e delle politiche di controllo. New York, scrive David, rischia di diventare come Hong Kong o Abu Dhabi, dove ci sono musei belli e ricchissimi, ma neppure l’ombra di cultura viva. Sono entrate in vigore, continua Byrne, troppe gerarchie, che permettono a pochi di sentirsi veri artisti. L’arroganza regna, le cerchie del successo sono blindate e altezzose, i soldi sono il centro di tutto, per l’arte ci sono solo gli avanzi. “Se continua così” conclude Byrne, “me ne vado dalla città e mi trasferisco dove vivono gli intellettuali dell’Hudson”. Però prende tempo. Dice che New York anche stavolta troverà lo slancio per risorgere. Che il modello è formidabile. E che lui per adesso resta. Domani chissà. Noi guardiamo le sue ubbie da campione annoiato con rispetto e perplessità. Dev’essere un problema avere un grande passato dietro alle spalle e giocherellare con sedie e biciclette. A noi New York non smette di attirarci. E quando siamo lì, è come se ci viene la febbre. Nel frattempo Byrne ha già scritto un altro editoriale sul “Guardian”. Stavolta se la prende con Spotify e gli altri siti di streaming musicale a pagamento. Sostiene che sfruttino gli artisti, lasciando loro meno che le briciole. Fa un appello alla mobilitazione e a un riequilibrio dei rapporti economici. Dice che i famosi, titolari di cataloghi musicali allettanti, devono battersi per gli ultimi arrivati. Perciò, via da New York e compatti contro l’emergente malignità di internet. Tutto ciò somiglia a una gran voglia di risentirsi vivo e di trovare dei nuovi obiettivi. Chiamiamole possibili motivazioni per un rock coi capelli bianchi. Come quelli, oggi candidissimi, di Byrne.

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