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Un vecchio album dal vivo di Lou Reed per riscoprire il senso descrittivo del suono

Mies van der Rohe diceva che “l’architettura è l’espressione di un’epoca tradotta in spazio”. Perfetto. La definizione funziona magnificamente anche per la musica: il suono di un tempo. Ma il suono del nostro tempo, adesso, non ci viene facilmente a cercare. Per motivi reconditi, si è nascosto in qualche buco periferico.

8 Ottobre 2013 alle 00:00

Mies van der Rohe diceva che “l’architettura è l’espressione di un’epoca tradotta in spazio”. Perfetto. La definizione funziona magnificamente anche per la musica: il suono di un tempo. Ma il suono del nostro tempo, adesso, non ci viene facilmente a cercare. Per motivi reconditi, si è nascosto in qualche buco periferico. Non è facile come 30 o 40 anni fa quando ti veniva addosso, t’investiva. Ciò da cui capita d’essere colpiti adesso non è il suono del nostro tempo, ma la sua caricatura, un avanzo smangiucchiato dell’esperienza originale, una pena. Però le tracce che cerchiamo si possono trovare, seppure con più fatica: quando un suono è attuale, non servono presentazioni. E’ un brivido immediato, lo si riconosce, non importa se si hanno 15 o 50 anni. E’ il primo mistero del pop: essere ora. Raccontare, al netto di nostalgie, come siamo e come siamo stati.
Per esempio, da nove mesi a questa parte, ci sentiamo molto rassicurati sulle sorti di David Bowie. Abbiamo scoperto che non era autentica la sua malinconica fine di uomo malato e inaridito. Da gennaio si è rimesso a produrre canzoni, dischi e prodigiosi videoclip. E’ ovunque e non ci stupirebbe vederlo partire, con la sua valorosa nuova musica, per un breve tour di tappe selezionate e modaiole. Notizie altrettanto poco rassicuranti ci sono nel frattempo arrivate attorno alle sorti recenti di Lou Reed, l’antico compare di creazioni e nefandezze. Laurie Anderson, che adesso è la sua consorte, in un recente incontro ci disse che Lou non stava bene per niente, anzi che era stato sul punto di morire in primavera. Poi c’è stato un ricovero d’urgenza questa estate, col fegato trapiantato che funziona a intermittenza. Lui in giro non si fa vedere più e quando di rado appare ha quell’aria sempre serissima, come l’artista austero che è voluto diventare, chiuso, severo, duro. Non era mica così, prima – quando ci fece impazzire. La prima volta che capitò di vederlo dal vivo fu al laghetto di Crystal Palace, nel tour che lanciava “Transformer”. Aveva una band incredibile, Lou era interamente vestito di cuoio nero, aveva i ricci lunghi e sulla faccia s’era messo un sacco di biacca bianca. Mai sentita una voce con un vibrato così rock. Un dio. Ma ironico. Diventammo fan istantanei. Il suo disco che ho sempre preferito è “Street Hassle”, la sinfonia urbana della maturità. Sentirlo adesso, come dice Mies, mette giù esattamente la New York anni 70, libera, selvaggia e pericolosa. Uno splendore. “Salve. Scusate se siamo in ritardo. Stavamo solo… accordando”, qualsiasi sia il significato recondito che si dia alla parola “accordarsi”. Comincia invece così il disco più misconosciuto della produzione di Reed, un altro dei nostri preferiti, per com’è diretto, esplicito, esibizionista e artistico: “Take no prisoner”, doppio album registrato dal vivo nel 1978 al Bottom Line di New York City. Realizzato senza sovraincisioni, annotava con nonchalance la copertina, per dire “qui siamo artisti veri, non usiamo trucchi”. E non accettiamo critiche. Quel che facciamo spontaneamente, istintivamente, è arte: sedetevi e state a sentire. Difatti “Take no Prisoner” piega e declina l’idea avanguardistica di trattamento della canzone in forma d’arte: Lou fa delle 10 canzoni che complessivamente esegue in quel set (con una durata media sui 10 minuti a pezzo) una serie di “numeri” cantati ma soprattutto parlati, anzi “raccontati”, nel corso dei quali, sul riff del pezzo, eseguito dalla band all’infinito, racconta storie di strada perverse e romantiche, sporchissime, sboccate e tremendamente trasgressive. In un certo senso recita la messa a se stesso, a ciò che era diventato e voleva mostrare d’essere: il prodotto terminale della società metropolitana di fine ’900, tradotto in forma artistica, nel cuore di quell’exploit di affascinante neodecadentismo che a Manhattan si generò in quel periodo. L’influenza principale che portò Lou a registrare un disco del genere, verboso, vanitoso estetico e romantico, certamente fu Lenny Bruce, il comico perseguitato celebre per i suoi stand up messi in scena con modalità non troppo diverse da queste, morto già nel 1966 ma, pochi anni prima del disco di Reed, rilanciato dalla grande interpretazione di Dustin Hoffman in “Lenny”, il biopic firmato da Bob Fosse. Belle storie, di creativi all’assalto. A un certo punto di “Take No Prisoner”, tra i fischi degli altoparlanti e i deliri di Lou al microfono, parte una versione da 14 minuti di “Street Hassle” con le chitarre che fanno la parte degli archi. “Questa è la mia sinfonia”, la presenta Lou. Una giungla di sesso e asfalto. La musica prende forma, i fantasmi si colorano e cominciano a ballare. Il senso descrittivo di un album – il formato che oggi si sta estinguendo – non ti è mai stato così chiaro.

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