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La giovane etichetta americana Odd Future e una riflessione sul mercato sonoro italiano

Stanno succedendo cose strane e un po’ rivelatrici nella scena musicale italiana. Il fatto, per esempio, che l’inizio della nuova edizione di “X Factor” abbia ormai, almeno per il pubblico sotto i vent’anni (il migliore…), lo stesso impatto che per i loro genitori aveva l’arrivo del Festival di Sanremo.

1 Ottobre 2013 alle 00:00

Stanno succedendo cose strane e un po’ rivelatrici nella scena musicale italiana. Il fatto, per esempio, che l’inizio della nuova edizione di “X Factor” abbia ormai, almeno per il pubblico sotto i vent’anni (il migliore…), lo stesso impatto che per i loro genitori aveva l’arrivo del Festival di Sanremo. Ci credono un po’ tutti, il carrozzone è sontuoso, i presentatori sono una consumata compagnia di giro, assurda quanto basta, i concorrenti hanno slanci commoventi, umiltà imbarazzante, dedizione assoluta, disturbante. Poi adesso vanno addirittura di moda gli “oceanici” raduni dell’hip hop, non si capisce bene chi li organizza, forse gente che ne approfitta, ma di colpo quelli a caccia di platee hanno capito che meglio di loro, meglio dei politici improvvisati e dei capipopolo, i ragazzini stanno a sentire quelli della loro età, che sanno mettere in rima e ritmo le loro storie, e così si riconoscono, si fanno compagnia e non ci scherzano affatto, fuori dal loro giro. Ma che l’hip hop diventi l’ultima trovata per cercare l’attenzione dei più piccoli, scimmiottandoli, attirandoli con gli specchietti – dai, per favore, un po’ di decenza. Il discorso è: perché non lasciarli stare, perché non lasciare che la musica oggi in Italia sia quello che riesce a essere, senza compatirla e compiangerla, senza lezioncine e falsi messaggi e senza quell’occupazione militare di ogni spazio possibile, all’insegna della divinità “talento”, secondo l’insindacabile giudizio di giurie d’artefatti mercenari? Sarebbe bello che la nostra musica nuova fosse più misteriosa e nascosta, ci piacerebbe doverla andare a cercare e non sentirci convogliati a guardare su Sky le selezioni degli ultimi bravi, senza questo pressing, questo accerchiamento che chi resta fuori è fregato, o quasi. Le cose possono essere più serene, avere più riflessione, più struttura e più forza di così. Chi ci crede, a dispetto della sua anagrafe saprà arrivarci. Del resto quanti anni è giusto avere per ascoltare e ogni volta restare conquistati da quello che i giovanotti dell’etichetta Odd Future pubblicano a Los Angeles, rimescolando le carte a ogni giro? E’ vero che è materia per postadolescenti, ma trova il modo di stregare noi più grandi che ne abbiamo sentite, perché conosce un paio di segreti del fare musica che colpisca l’immaginazione: essere liberi, essere sexy, metterci del pensiero.
Prendiamo questo duo chiamato The Internet, che è un nome assoluto e immediato – com’è che nessuno ci aveva pensato prima? Hanno pubblicato un bel disco, “Feel Good”, che apparentemente c’entra pochissimo con l’assunto che ha reso la Odd Future una label già leggendaria, grazie a quegli album basati su un raffinato minimalismo musicale di ricerca abbinato con un travolgente potere poetico. The Internet si occupa di tutt’altro, di un neo-soul rarefatto e contaminato di suoni lounge e dubstep, di spazi larghi, climi distesi, fraseggi flessuosi. Sono in due: lei, Syd tha Kyd, ha vent’anni e canta magnificamente, gorgheggia ci viene da dire, come si può gorgheggiare bene nel XXI secolo. Dietro c’è Matt Martians che fa il resto e la cosa è lieve, ma funziona. E soprattutto va d’accordo, s’affianca, a quanto d’altro, di diversissimo fanno in quella etichetta, dove hanno casa pure dei gruppi di hard punk. La conclusione è semplice: quando l’attitudine è giusta e diretta, quando i pregiudizi non contano, quando le priorità hanno l’aggressiva positività dell’imbocco della gioventù, le cose escono bene. E seguirle è emozionante, anche se educatamente ci si ferma sul bordo della strada, vedendole sfilare.
A quel punto però, per non farsi venire dei complessi si può dare spazio a un disco assai più classico, anch’esso di bellezza tersa e indipendente. E’ il sesto album solista di Neko Case, cantante in possesso di una delle voci più belle d’America. Ha un titolo che è il manifesto di una vita vissuta nel segno dell’orgoglio artistico: “The Worse Things Get, The Harder I Fight, The Harder I Fight, The More I Love You”, frase impegnativa che stabilisce la giusta temperatura emotiva per predisporsi a un ascolto che sarà emotivamente travolgente, come lo sono le nuove uscite di maestri della modernità musicale come Rufus Wainwright o Aimee Mann. La 43enne Neko canta, con voce potente, storie di distacco, di elaborazione del dolore, dell’intensità di un contrasto. I musicisti che l’accompagnano sono artigiani dediti al cesello delle atmosfere che la Case mette in scena con la solennità di una regina della musica. Se ne esce soddisfatti, commossi, appagati. Ecco: The Internet e Neko Case sono due casi di artisti che vivono la musica del XXI secolo come un arte possibile, e non come una subalterna opportunità del mondo della comunicazione. Sosteniamo chi anche da noi fa lo stesso, nonostante tutto, nonostante gli dicano che è solo un povero, inattuale illuso.
Stefano Pistolini

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