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Un album che è un programma politico

Oggi parliamo di una cosa nuova e di una antica, agli estremi della gigantesca vasca da bagno dei suoni che è la pop music. La cosa fresca è un album appena uscito, straordinario.

24 Settembre 2013 alle 00:00

Oggi parliamo di una cosa nuova e di una antica, agli estremi della gigantesca vasca da bagno dei suoni che è la pop music. La cosa fresca è un album appena uscito, straordinario, “The Electric Lady” di Janelle Monáe, il secondo della sua discografia dopo “The ArchAndroid” – acclamato nel 2010 e, altrettanto, un fiasco commerciale. Siamo in una nicchia strana della black music, che definiremmo “l’area colta”, la stessa nella quale si sono mossi, nel tempo, il grande iniziatore Stevie Wonder, Funkadelic, Sly and the Family Stone, Prince e OutKast, ma anche i fratelli Marsalis, Terrence Blanchard e Spike Lee, nella sua impersonificazione del musicmaster. Un r’n’b cerebrale e maggiorato, un funk addizionato, un soul potenziato con schegge provenienti da altre musiche – ovviamente rap, ma anche musical, rock’n’roll, psichedelia, jazz. Un set espressivo sconfinato, gonfio di implicazioni tematiche, citazioni, rimandi, ammiccamenti, detour, proprio come seppe fare nei momenti migliori Prince. Il quale, non a caso, è l’ospite d’onore dell’album, in un pezzo, “Givin Em What They Love”, per cui provvede magnifici vocals e un assolo di chitarra dei suoi. Certamente nella smagliante visione musicale di Janelle, Prince è un astro fisso, un punto di partenza e un’ispirazione, proprio per la vocazione “totalitaria” con la quale concepiva la propria musica. Che è esattamente ciò che fa, con piglio da scienziata, la Monáe, convocando altri ospiti magnifici – Erikah Badu, Miguel, Esperanza Spalding – per collocarli proprio dove possono aggiungere valori, in un album concepito come un saggio a capitoli sul contemporaneo, nel quale s’intrecciano grandi temi: la questione afroamericana, gli interrogativi sulla sessualità del Ventunesimo secolo, la questione gay di cui Janelle è un’ardente interprete, e poi personaggi femminili epocali, come l’astronauta Sally Ride e la meravigliosa Dorothy Dandridge, prima attrice nera a ottenere una nomination agli Oscar. “The Electric Lady” (nel quale Janelle veste di nuovo i panni di un suo alter ego alieno, la Cindy Mayweather alla quale aveva prestato voce e corpo in “The ArchAndroid”) è un disco inesauribile, proprio come i migliori di Wonder e Prince, strumentalmente sontuoso grazie al gruppo di lavoro di Janelle, che agisce ad Atlanta sotto la sigla Wondaland (Kellindo Parker alla chitarra – segnatevi il nome) e naviga maestosamente nell’orizzonte di un suono importante, intellettuale e, miracolosamente, altrettanto sexy. Certo c’è il pericolo che qui si chieda troppo – impegno, partecipazione, reazioni – all’ascoltatore. E che la Monáe sembri presuntuosa e fredda nella sua ricerca. Ma forse non è la sua musica a volere troppo – siamo noi a esserci ormai abituati a poco. Per cui, esagerando, consideriamo l’ascolto attento di questo disco una specie di dovere partecipativo alla politica della musica per il 2013.

Ecco invece la cosa del passato, che è un film – nuovissimo, intitolato “Good Ol’ Freda”. A essere antico è il tema a cui è dedicato, ovvero, ancora una volta, i Beatles. Il regista Ryan White è cresciuto in una famiglia di musicisti, suo zio è Bill Kinsley, uno dei Merseybeats, antica gloria di Liverpool, e perciò lui ha fatto tesoro dei suggerimenti che orecchiava durante le riunioni “come eravamo” a cui assisteva. Alla fine un personaggio ha attirato la sua attenzione: Freda Kelly, la ragazzina che già nel 1961 Brian Epstein, il pigmalione dei Beatles, assunse come segretaria delle iniziative che progettava attorno al gruppo. La scelta di Epstein era caduta su Freda per il motivo più semplice: era una fan della band della prima ora, dai tempi del Cavern. E tutto il film, che alterna repertorio e interviste originali, è una rivisitazione di un tempo in cui il pop, perfino nelle sue manifestazioni più eclatanti, era una faccenda più casereccia, semplice e innocente di ciò che sarebbe presto divenuto.

Freda, che anche dopo lo scioglimento del gruppo ha continuato a fare il mestiere di segretaria (“in modo meno divertente di allora”) e racconta con semplicità ed entusiasmo la favola che non ci stanchiamo mai di sentir ripetere, quella dei quattro ragazzi qualunque, ma con delle idee straordinarie e delle ambizioni, che conquistano il mondo con una velocità e un’estensione che nessun dittatore s’è mai sognato. E’ la saga del successo, condita di ricordi su quanto fossero divertenti quei quattro, di quanto lei li amasse (uno su tutti: Paul), sul fatto che nemmeno per un momento, finito il gioco, ha pensato di guadagnarci sopra, scrivendo il solito libro, o raccontando segreti che conserva gelosamente per sé anche in questo film. Freda che è un tipo fantastico, una ragazzina di settant’anni che ha voltato dolcemente la pagina meravigliosa che coincide con la sua giovinezza, concede solo al nipote d’un amico la sua capacità di rievocare l’air du temps, per questo film. Che in fondo, appunto, è una cosa leggera, elegante, tenera e casuale. Che più che altro vien voglia di condensare in un sorriso.

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