“Another Self Portrait” e il gioco sottile di riascoltare una melodia detestata dai soliti ricercatori

“Che diavolo è questa merda?”, tuonò il riveritissimo critico americano Greil Marcus nell’attacco della recensione di “Self Portrait”, l’album di Bob Dylan più controverso, attaccato e inviso all’ala oltranzista dei suoi fan, perennemente preoccupati delle novità e dei movimenti non annunciati della sua creatività, per non parlare degli scholar compattati attorno alla sua produzione, che a quel punto arrivava già al decimo album.

3 Settembre 2013 alle 10:00

“Che diavolo è questa merda?”, tuonò il riveritissimo critico americano Greil Marcus nell’attacco della recensione di “Self Portrait”, l’album di Bob Dylan più controverso, attaccato e inviso all’ala oltranzista dei suoi fan, perennemente preoccupati delle novità e dei movimenti non annunciati della sua creatività, per non parlare degli scholar compattati attorno alla sua produzione, che a quel punto arrivava già al decimo album. Uscito nel giugno del ’70, sembrava essere l’atto finale di un inconcepibile processo di poppizzazione dell’artista, di un’inaccettabile conversione alla casualità, evento che non poteva essere giustificato né dall’incidente stradale, né dalle contestazioni, né dal carattere capriccioso. Nel doppio LP Dylan cantava con melodiosa voce gorgheggiante, vagamente ironica e certamente sopra le righe, e soprattutto concedeva che l’intero repertorio eseguito, tra originali e cover – più che altro country – finisse impacchettato in una zuccherosa confezione orchestrale, apocalittica alle orecchie degli estimatori originali. Il genio ridotto dunque a wedding entertainer di Nashville? Pare che la sua intenzione fosse proprio questa – e più fastidiosa e provocatoria potesse suonare, meglio era. Un piano preordinato? Oggi ne siamo convinti. E con sincera ammirazione. “Another Self Portrait” è il volume 10 della serie “Bootleg” con cui Dylan si sta auto antologizzando per quanto esula la discografia ufficiale, ovvero rarità, outtakes, versioni alternative, inediti, cover e dintorni. L’album in questione è connesso solo in parte al famigerato predecessore, in quanto si occupa di testimoniare la produzione di Bob nel periodo 1969-’71, uno dei suoi più critici ma anche dei più fertili, nel quale “Self Portrait” viene precipitosamente seguito da “New Morning”, disco della parziale restaurazione e riabilitazione (ma anch’esso accolto tiepidamente dagli addetti). Memori dello scandalo di 43 anni orsono, l’ascolto oggi corre ovviamente a cercare le tracce dei brani di “Self Portrait”, per vedere quali prove a suo discarico Dylan abbia architettato per giustificare l’inammissibile scivolone. E le sorprese sono clamorose, a cominciare dalla serie di versioni “nude”, voce e due chitarre (David Bromberg con lui), di alcuni dei pezzi di “Self Portrait”, “prima del trattamento”. Sono magnifiche: una dispettosa rivincita, per mostrare che lui avrebbe pure potuto presentarle così, se non avesse voluto fare il passo in più nell’usare la musica non solo come canone espressivo, ma come strumento di pressione sui vizi di costituzione del pubblico, prima di tutto quello della celebrazione. Sentire questo disco, frugare tra le tracce in cerca di sangue e di indizi, diventa così rapidamente un piacere raffinato. Perché si ha l’occasione di farsi consegnare, levigate come nuove, una consistente messe di composizioni ed esecuzioni di un Dylan diverso da tutti gli altri, “circoscritto” diremmo, in un percorso che della metamorfosi ha sempre fatto uno dei motivi del proprio fascino. Prendiamo ad esempio la voce di Dylan di quel triennio: diversa da quella precedente e da quella che avrebbe imbastito dopo. Qui predilige i toni medio-alti, una distesa serenità e perfino il gusto di qualche avventura nell’estensione delle corde vocali. E’ la voce di un sopravvissuto che sta ritrovando le forze e la chiarezza, di un uomo che ha accumulato troppe esperienze e ora invoca serenità e nuove direzioni. Altrettanto per le scelte di repertorio, per le incursioni frequenti e autorevoli nei generi classici (lo splendente gospel di “Bring Me a Little Water”, rimasto escluso da “New Morning” ne è un esempio), nei canzonieri di altri cercatori come lui o nel territorio vasto e misterioso della canzone popolare. Dylan, sebbene sia ancora appena trentenne, è già in una fase di maturazione definitiva e si è spogliato dei tratti scapigliati, per vestire le insegne di una esoterica setta laica, dedicata alla cosmica coniugazione tra poesia, musica e arte. L’evoluzione è il suo credo, un progredire a dispetto delle forze che lo vogliono incatenato agli stereotipi della banale carriera di un folksinger. Sono più ambiziosi i disegni di Dylan e non può bastare la concatenazione tra le canzoni di un disco a placarlo. I suoi obiettivi sono più ecumenici, vivaci, bizzarri. Gli interessa quel tanto di ubriachezza matematica che sgorga dal cambiare la forma delle sue stesse canzoni, il plasmarle modificandone continuamente le geometrie, per vedere l’effetto che fa. Gli interessa mescolare il suo e l’altrui, il vecchio e il nuovo, il classico e l’inedito, il condiviso e il misterioso, l’erotico e il sacrale. E ancora oggi non è che sia cambiato granché. Un disco come “Another Self Portrait”, mobile, imprevedibile e di tersa quanto marginale bellezza, ne è la prova. Ed è un gioco sottile ascoltarlo, piacevole e lieve. Che poi ne spuntino implicazioni e conseguenze, inattese e perfino assai colte, cari ricercatori, saranno soltanto problemi vostri.

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