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La querelle dei puritani contro “Blurred Lines” di Robin Thicke incorona il vero disco dell’estate

Mai dire mai. Un paio di mesi fa ci eravamo sbilanciati, pronosticando che nel territorio dei tormentoni estivi quest’anno non ci fosse competizione, con quella matematica “Get Lucky” dei Daft Punk – in compagnia del redivivo Neil Rodgers e del geniale fringuello Pharrell Williams – destinata a concorrere in un campionato a parte, tanta era l’ipnotica perfezione del pezzo.

di Stefano Pistolini

20 Agosto 2013 alle 14:00

Mai dire mai. Un paio di mesi fa ci eravamo sbilanciati, pronosticando che nel territorio dei tormentoni estivi quest’anno non ci fosse competizione, con quella matematica “Get Lucky” dei Daft Punk – in compagnia del redivivo Neil Rodgers e del geniale fringuello Pharrell Williams – destinata a concorrere in un campionato a parte, tanta era l’ipnotica perfezione del pezzo. E invece i due francesi mascherati stavolta hanno trovato degna concorrenza, al punto che, sul filo di lana, hanno perfino perso lo sprint per il titolo di canzone dell’estate 2013. Il fatto è che dal nulla è spuntato Robin Thicke. Il pezzo è “Blurred Lines” e anche qui siamo su livelli altissimi, se parametrati con la categoria: una volta ascoltato ti entra in testa eccetera eccetera, e poi c’è quel video dal quale è impossibile distogliere lo sguardo tanto gronda di sogni nel cassetto, coi tre maschioni coatti e felici (Thicke, una specie di George Michael di seconda serie, e con lui, il rapper T.I., e – incredibile! – di nuovo Pharrell, neanche che il 40enne produttore della Virginia d’un tratto sia diventato il passapartout per le classifiche, l’epitome del gusto contemporaneo) insieme alle tre pupe impegnate nei loro balletti inequivocabili. Diamine, che roba è? Siamo tornati agli anni Ottanta? E quelle regole non scritte sull’etica del videoclip, sono finite cestinate d’un colpo? Vediamo. Da un lato è un fatto che questo pezzo abbia sfondato in tutto il mondo, 5 milioni di copie vendute solo negli Stati Uniti – che di questi tempi sono cifre stellari. Il bello però è che attorno al pezzo adesso si stia addirittura accendendo un dibattito che vede contrapposti moralizzatori incavolati al fianco di femministe incacchiatissime e legioni d’insensibili qualunquisti, dei miserabili che si divertono a sentire la canzone, a ballonzolarla, per non parlare poi di buttare un occhio al videoclip nella sua torrida versione topless, con Emily Ratajkowski, Jessi M’Bengue e Elle Evans a tirare scemo il voyeur di turno. Da un lato, insomma, il pezzo è una bomba, possiede un drive indomabile e le ragazze del videoclip producono un’apparizione indimenticabile. Dall’altro c’è chi dice che sia puro incitamento allo stupro, che quel tipetto che si permette di dire “lo so che lo vuoi” (“I know you want it”) e promette di liberare l’animale che è dentro di lei (“You’re an animal / Baby it’s in your nature / Just let me liberate you”) sia l’ultima incarnazione del fascista da camera da letto. E’ saltato fuori perfino Moby, l’asceta della dance, a dire che con gente del genere lui non prenderebbe neppure un caffè, mentre sul Daily Beast Tricia Romano ha dedicato alla canzone un articoletto al fiele, spiegando come rilanci il polveroso luogo comune che “no” non significhi mai veramente no, se pronunciato da una bella ragazza. Al povero Thicke, cresciuto nel culto di Marvin Gaye e che intravedeva la chance di trasformarsi nel nuovo Justin Timberlake,  i conti hanno cominciato a non tornare. Si è messo a partecipare ai talk show messi su per approfittare della baruffa estiva, giustificandosi contro le accuse di sessismo e addirittura alzando le insegne del femminismo: “Ma come? Non è questo che l’arte deve fare? Denunciare i problemi per ciò che sono?”. Forse ha esagerato: non siamo mica convinti che la sua canzone avesse tutta questa finalità sociale, quando lui e Pharrell in un pomeriggio di sala di registrazione vennero colpiti dalla sua scintilla. E poi la prima versione del video, adesso censurata, con le tre modelle nude come mamma le ha fatte… Ma lui insiste, dice che è un uomo felicemente sposato e che lo stesso vale per i suoi due compari, e che proprio per questo si sono permessi di mettere su quel teatrino del rimorchio in libera uscita. Mah, secondo noi Thicke ha preso troppo sul serio i rimbrotti che l’hanno investito. Quelle frasette ammiccanti, quei doppi sensi e quel mandarla calda fanno parte del vocabolario della musica da sempre, in particolare se facciamo una ricerchetta tra le liriche poco auliche della dance e del r’n’b. Il suo pezzo è il più sexy e trascinante di questa non indimenticabile estate.

Quattro minuti di puro piacere
Lui si ostina a parlare dei tabù che ha voluto mettere alla berlina, di come, interpretando il playboy da quattro soldi, abbia voluto condannare la degradazione a cui sono costrette le ragazze dentro e fuori lo show business. Di aver voluto mettere in musica, il fantastico – e altrettanto ambiguo – lavoro che Terry Richardson fa con la fotografia. E che Diane Martel, dirigendo il video, abbia trasposto il tutto in quel filmato magnetico e perverso. Noi siamo dalla parte sua. Non per lo spessore artistico. E nemmeno per la dubitabile crociata contro lo sciovinismo. Ma perché ha fatto qualcosa di originale ed eccitante, rischioso e stuzzicante. Perché quei 4 minuti di musica provocano piacere, languori e sospiri. E perché adesso deve trovare un altro motivetto che funzioni quanto “Blurred Lines”. Una missione impossibile. Di quelle che ti vengono assegnate negli incubi notturni, dopo una cena pantagruelica in un ristorante thailandese.

di Stefano Pistolini

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