Il maestro del gulasch rimarrà qui con quei dischi che puntavano dritto dritto in camera da letto

Una cosa che temevo cominciando questa rubrica era l’effetto-necrologio. Bastava un rapido calcolo per capire che la storia del rock, pop, jazz e dintorni stava rapidamente scivolando verso il momento degli addii, insomma che, a parte qualche prematuro scavezzacollo che s’era levato di torno in largo anticipo, a un certo punto sarebbero arrivate a fare i conti con decenni di stravizi e vite vissute pericolosamente, vere e proprie legioni di artisti, alcuni famosissimi altri meno.

di Stefano Pistolini

13 Agosto 2013 alle 00:00

Una cosa che temevo cominciando questa rubrica era l’effetto-necrologio. Bastava un rapido calcolo per capire che la storia del rock, pop, jazz e dintorni stava rapidamente scivolando verso il momento degli addii, insomma che, a parte qualche prematuro scavezzacollo che s’era levato di torno in largo anticipo, a un certo punto sarebbero arrivate a fare i conti con decenni di stravizi e vite vissute pericolosamente, vere e proprie legioni di artisti, alcuni famosissimi altri meno. E che a quel punto si sarebbe aperto lo scadenziario dell’ “oggi è toccato a…”, francamente un esercizio troppo macabro per i nostri gusti. Motivo per cui c’eravamo ripromessi di tenere sommessamente fuori da questa rubrica i morti della settimana, con immutato affetto, ma pensando piuttosto a tenere alto il morale della truppa. Non avevamo fatto i conti con le regole basilari dell’informazione, tipo quella secondo la quale se arriva una notizia di un certo peso è impellente trovare il modo e lo spazio di darla. Invece è una parola: le impaginazioni sono tiranne, i personaggi di cui a volte s’arriva mestamente a parlare sotto forma di obituary sovente sono noti solo a pochi e poi le novità si susseguono, perfino i morti finiscono per sovrapporsi e incolonnarsi all’uscita. Così arrivano i dubbi. E tocca ritrovarsi a fare perfino delle valutazioni di valore sulle morti degli altri – che Dio ci perdoni. Si finisce per pensare che in fondo del malinconico commiato di J.J. Cale si è sentito dire abbastanza, perché non ci si debba sentire in obbligo di ribatterla anche da questo pulpito, non foss’altro dal momento che lui ebbe la controversa fortuna di scrivere “Cocaine”, inno ambivalente e paraculo sul fascino e i rischi della polvere bianca, e i tiggì ci hanno ricamata una bella messe di servizi estivi, utili, se non altro, a dare la notizia. Passano poche ore e arriva comunicazione che lunedì è stato il turno di George Duke, mago delle tastiere funky, morto nella sua L. A. a 68 anni. E’ una perdita grande, importante, di un protagonista assoluto degli ultimi 40 anni della musica tout court, dal momento che una delle sue prerogative è stata quella di spaziare sempre tra i generi, passando con disinvoltura dalla band di Miles Davis a quella di Frank Zappa, ai Funkadelic, a Michael Jackson. E questa di notizia, qui da noi, non ce l’ha fatta, s’è fermata sulla porta dell’informazione, non ha circolato. Ma dal momento che penso che tanta gente sappia chi fosse costui e soprattutto godesse, più o meno consapevolmente, della sua sterminata musicalità, ci pare il caso di fare il solito strappo alla regola e rendere omaggio a quest’uomo dalla fisicità inconfondibile, dal sorriso contagioso e dal feeling musicale più soffice e seducente che ci sia capitato d’ascoltare in tanti anni. George comincia col jazz puro, si fa le ossa suonando con Cannonball Adderley, ma è talmente in gamba e originale nel suo approccio con le tastiere bianche e nere, da essere presto conteso da luminari musicali di tutt’altra estrazione. Per esempio lo vuole con sé, svezzandolo a una musicalità diversa che Duke assorbe con la facilità di chi ha la mente aperta, Frank Zappa, ai tempi di “Chunga’s Revenge”. Zappa capisce che quel pianismo liquido e sexy, quel singulto funk che Duke sparge tra le sue note con naturalezza assoluta, s’appoggia come lieve panna montata sulle sue visionarie e spericolate architetture musicali. E presto Duke diviene il talk of the town delle sale d’incisione losangeline: conosce istintivamente il segreto del porsi al servizio del suono di un altro musicista, donandogli ricchezza, spaziature e groove, senza essere mai invadente, offrendo timbri e fraseggi che presto diventano il suo biglietto da visita. Ne sanno qualcosa Stevie Wonder, Phil Collins, Billy Cobham, John McLaughlin e tanti altri. Ma parallelamente George non smette mai d’alimentare una prolifica produzione solista dove, a ben vedere, deposita il meglio della sua arte. Che siano incisi tre decenni orsono o che abbiano meno d’un mese di vita come l’ultimo, splendido “Dreamweaver”, questi dischi non percepiscono il peso del tempo e offrono il più conturbante dei set musicali, laddove i languori del corpo si strusciano col flusso dei pensieri e danno forma a emozioni dolcissime. Le dita di Duke scrivono, brano per brano, la morbida storia del vivere i sensi con musicale eleganza e savoir faire, senza perdere mai di vista gli istinti che vegliano sulla black music. E’ un mare di pezzi sublimi che è come si fondessero in un’unica canzone fatta di positività e seduzione. Certo, era la L. A. di fine secolo e Duke era uno dei suoi migliori interpreti. Se n’è andato dopo aver rilasciato un’intervista in cui, a chi gli chiedeva cosa fosse la sua musica, offriva una definizione magnifica: è un gulasch, diceva, saporito, ricco, vario e provocante. Il maestro del gulasch non smetterà di starci accanto coi suoi dischi e con quelle variazioni di synth che, più che in paradiso, puntavano dritto in camera da letto.

di Stefano Pistolini

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