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Due film, un libro e un album che raccontano l’ultima America selvaggia che ha fatto storia

Strana aria, di questi tempi, nello showbiz americano. Profuma in modo irresistibile di nostalgia, anche se non è facile definire l’oggetto del sentimento. Riguarda una condizione, un’estetica e uno stato mentale dell’altroieri, proiettata verso quello che può essere definito un decennio abbondante, a cavallo tra i Sessanta appena iniziati e la metà dei Settanta.

9 Luglio 2013 alle 00:00

Strana aria, di questi tempi, nello showbiz americano. Profuma in modo irresistibile di nostalgia, anche se non è facile definire l’oggetto del sentimento. Riguarda una condizione, un’estetica e uno stato mentale dell’altroieri, proiettata verso quello che può essere definito un decennio abbondante, a cavallo tra i Sessanta appena iniziati e la metà dei Settanta. Viene da definirla l’ultima America selvaggia, non nell’accezione “western” del termine e neppure per la spontanea e spericolata trasgressione che ne avrebbe contraddistinto eventi e personaggi. “Wild”, piuttosto, nel senso sperimentale del termine, l’impeto verso le novità, la rottura degli schemi, la prevalenza delle stravaganze rispetto agli standard, “selvaggia” soprattutto per il parossistico desiderio di libertà e di spudorata creatività che ne contraddistinse momenti clamorosi. Tutta merce rara, se non introvabile, nella nazione provata, disciplinata, per quanto certamente evoluta di oggi. Quell’antiprogrammazione, quelle improvvisazioni, quel sovvertire regole e canoni, divertì e scandalizzò l’America del tempo, ma oggi deflagra come un grande vuoto, appunto una nostalgia scalpitante, sovreccitata dal fattore di tremebonda prevedibilità che ora scandisce il quotidiano americano (c’è chi dice che va bene così e chi invece sospira e guarda fuori dalla finestra). Due film per platee informate, per esempio, hanno appena stuzzicato quest’assenza: “Lovelace” nel quale una strepitosa Amanda Seyfred regala un po’ di classe all’infame pornostar, un personaggio fatto d’innocenza, ignoranza e record (il cast è concepito apposta per i patiti del “come eravamo”, con Sharon Stone nel ruolo della mamma di Linda e il cameo di Chloë Sevigny e una soundtrack mozzafiato). Quindi il biopic “Behind the Candelabra”, con la sbalorditiva coppia Michael Douglas-Matt Damon a fare Liberace e il suo amante Scott Thorson, in una pirotecnia di pellicce, jacuzzi, Rolls-Royce e cheesy music (travolgente il cameo, di Rob Lowe versione chirurgo plastico). Fin qui, direte, sembrano episodi di un’onda, di quelle frequenti ma di revival superficiale e pilotato. Il fatto è che nella tentazione di riassaporare il gusto che gli americani di quaranta, cinquant’anni fa provavano consumando il loro pop quotidiano, s’inserisce un ragionamento più complesso, sul come e il quanto la società americana nel frattempo abbia plasmato le proprie forme e i contenuti. Mettiamo per esempio in relazione a questo discorso un libro, anch’esso scritto per frugare nel citato momento magico e poi anche un disco pubblicato pochi giorni fa. Il libro è “Ready for a Brand New Beat” di Mark Kurlansky, dedicato alla storia di una singola canzone e ai significati che assunse nella società del tempo, oltre la questione puramente musicale. Il pezzo è “Dancing In The Street”, lanciato dalla Motown nel 1964, forse con una doppia finalità: far ballare la nazione e nel contempo invitare alla sollevazione la sua parte subalterna, all’epoca costituita ovviamente dai neri in cerca di risarcimenti.

L’album-monstre di Jay-Z

Nel libro ci sono grandi aneddoti (Martha Reeves & the Vandellas che la cantano al Fox Theatre d’una Detroit sconvolta dalla rivolta razziale nel 1967) e c’è una domanda: possibile che in una nazione che si accingeva a conquistare la Luna e stava napalmizzando l’oriente, il pezzo cantato da tre inconsapevoli fanciulle contenesse tutta questa narratività, sia progettata che spontanea? Possibile che una spallata decisiva alla segregazione sarebbe arrivata proprio da quel festoso ritornello estivo? Kurlansky lo pensa, e di elucubrazioni di questo genere è fatta buona parte della storia della cultura popolare, e non la peggiore. Ancora nostalgia per un impulso dunque, che infine si ricompone al cospetto dell’album-monstre che sta facendo discutere la critica di questi tempi: è il nuovo parto del mogul, iperpotente, fanatico e talentuoso, narcisista e affarista, Jay-Z, che già nel titolo ci va giù pesante: “Magna Carta… Holy Grail”, come dire il massimo del massimo, il vangelo delle cose assolute, il toppermost del poppermost (del Kanye West nel frattempo rinominatosi Yeezus ci occuperemo prossimamente). Ci sono collaborazioni fantastiche (Justin Timberlake, l’ex nemico Nas, lo stilista fico Tom Ford, la young gun Frank Ocean – in un pezzo chiamato “Oceans”!), c’è tanto suono mainstream rock, pochissimo rap, zero “verità” soul, ci sono recensioni in ginocchio e il solito Pharrell in un pezzo. Risultato: il disco è stato scelto come marketing flag della Samsung per i suoi Galaxy. Dite che l’hip hop con tutto ciò non c’entra niente? Che, dunque, tanta acqua è passata sotto i ponti, ma non invano? Che Jay-Z, Michelle e il presidente Barack Obama brinderanno insieme al primo milione di copie vendute? Che ciascuno ha i nuovi ricchi che si merita? Che in queste nuove gerarchie, la sete di passato di cui parlavamo in apertura è la più naturale delle conseguenze? Che tanto meglio, tanto peggio e che fatta un’America, gli americani non hanno resistito a farne un’altra. Diversa. Beh, appunto.

di Stefano Pistolini

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