Tutto quello che non c’è nel documentario su George Harrison firmato Scorsese

Con gran ritardo vedo il film di Martin Scorsese su George Harrison, “Living in the Material World”, che in effetti temevo un po’. Chiunque sia nato in tempo per vivere l’epopea dei Beatles, capirà.

18 Giugno 2013 alle 00:00

Con gran ritardo vedo il film di Martin Scorsese su George Harrison, “Living in the Material World”, che in effetti temevo un po’. Chiunque sia nato in tempo per vivere l’epopea dei Beatles, capirà. E’ la sindrome dei film western, nel senso che la storia, alla fine, ripercorre sempre i capitoli previsti, senza scarti, e alla lunga l’operazione diviene faticosa, se non stucchevole. Poi, per caso mi sono imbattuto in questa torrenziale pellicola, e l’incantesimo è scattato. La favola è ricominciata: gli incontri sull’autobus con gli altri Beatles, l’invito a entrare nel gruppetto di adolescenti scalmanati, i giorni ruggenti di Amburgo, gli incontri con Epstein e Martin, il timido arrivo a Abbey Road, il botto fragoroso, il più roboante che il pop ricordi. L’esperienza del divismo oltre il confine della venerazione e nei dintorni della divinità, la “mania”, i grandi album, l’India, le donne, i dissapori, la rottura, lo scioglimento, la difficile vita nel postmortem del gruppo, la ricostruzione d’una personalità individuale anziché multipla, la totale adesione ai dettati delle filosofie orientali, la mezza età, il supergruppo approssimativo con Dylan e Roy Orbison, il declino, l’assurda aggressione subita in casa da George nella penultima notte del millennio, la malattia, la morte. Il film è educato, corretto, prevedibile. Ho la sensazione che Scorsese non ci abbia messo l’impegno necessario, non abbia tentato interpretazioni, non abbia esercitato il suo tocco e nemmeno abbia attivato la sua passione. Forse è stato un lavoro su commissione, forse non si è procurato qualcuno che l’aiutasse a interpretare la vicenda dei Beatles e di Harrison oltre la solita cronologia. Eppure ha avuto accesso ai materiali più preziosi, compresi i filmini privati girati da Harrison, che è sempre stato appassionato di foto e video e che tra l’altro fece un eccellente percorso come produttore, insieme agli amici dei Monty Python, con la HandMade. Però il film non decolla mai, perché la vicenda è talmente nota da essere macilenta, perché il tempo le sta facendo un brutto scherzo, applicandole quella polverosa patina della “lontananza”, dell’accumularsi degli anni trascorsi, da assimilarla a un qualsiasi altro documento “storico” – boccone difficile da digerire. Quanto all’after life di George all’indomani di quello scioglimento di cui fu promotore, la ricostruzione è sbocconcellata, frammentaria, si percepisce che tante cose sono taciute, che i coni d’ombra non vengono illuminati, che il disorientamento che portò Harrison a condurre, sull’incantato sfondo di Friar Park, una vita strana, contraddittoria, costellata al tempo stesso di misticismo e vizi, di magnificenze ed errori, di gentilezze e prepotenze, viene appena accennata, con troppi pudori, quelli che si mettono in atto quando tutto avviene sulla base di accordi precisi con gli eredi e i loro avvocati. Perciò una garbata reprimenda va indirizzata a Scorsese, che ha affrontato l’operazione con la distaccata professionalità di chi è preceduto da tale reputazione da sentirsi inattaccabile. Nel film ci sono cose imperdibili, anche se circoscritte all’ultima mezz’ora, come il momento in cui Harrison candidamente spiega al suo intervistatore il tremendo displacement nel quale vive: “Certe volte mi chiedo quali siano le mie motivazioni per vivere. Certo, ho un figlio che sta crescendo, accanto al quale devo cercare di restare il più a lungo possibile. Ma poi, se ci penso, a parte questo, non c’è altro”. E’ un ragionamento crudele, terribile e inoppugnabile. Poi c’è il racconto del giorno della morte di George, pronunciato dalla moglie Olivia, toccante per quel desiderio di dare leggerezza, naturalezza, all’evento. Ma ancora più rivelatrici sono le confessioni di suo figlio Dhani, quando ricorda che il padre l’invitava a coltivare così intensamente la libertà e l’individualismo, che l’idea di andare a scuola per lui era pura trasgressione. Però nel film tante altre cose non ci sono, per esempio il fatto che George avesse chiesto a Ringo di dare lezioni di batteria a Dhani e cosa significhi essere il figlio di un Beatle con un altro Beatle come maestro di musica. O la tragicomica storia dell’“ultima cena”, la volta in cui George, Ringo e Paul s’incontrarono in un ristorante di New York e lui era già condannato. I tre passarono ore a cazzeggiare, come facevano da ragazzini, vincendo così la loro sfida col tempo. Che poi è il terribile torturatore di queste storie, il nostro boia privato. Quando ballonzola sull’irripetibilità, sulla vecchiezza e sulla terribile dolcezza di queste immagini.

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