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I Daft Punk riesumano Moroder. Ma ora guardiamo avanti

Si può dire che con l’arrivo dell’estate ne stiano succedendo di tutti i colori nel mondo musicale (spero abbiate dato un’occhiata al video-monumento narcisistico di Ai WeiWei, condito di quel metal sound cinese che fa un po’ tenerezza ma dopo due minuti fa venire i nervi – come l’artista stesso, del resto…).

28 Maggio 2013 alle 00:00

Si può dire che con l’arrivo dell’estate ne stiano succedendo di tutti i colori nel mondo musicale (spero abbiate dato un’occhiata al video-monumento narcisistico di Ai WeiWei, condito di quel metal sound cinese che fa un po’ tenerezza ma dopo due minuti fa venire i nervi – come l’artista stesso, del resto…). Può capitare per esempio che nel circo dei dj star che anima di questi tempi le notti dei più giovani, salti fuori un distinto signore coi capelli bianchi e il cui eloquio dalla console ricorda i film di guerra sui nazisti, tipo “Il Nido delle Aquile”. E’ proprio lui, Giorgio Moroder, italiano di Ortisei e poi tedesco d’adozione e padrino dell’eurodisco più seducente. Ebbene, a 73 anni Giorgio s’è rimesso in gioco ed è apparso a una serata dell’Output Club di Williamsburg, dall’altra parte del ponte di Brooklyn, presentando quello che gli storici assicurano sia stato il primo dj set della sua vita. Il bello è che l’intero programma musicale messo sui piatti da Moroder è stato subito disponibile integralmente in rete (cercatelo sul sito della Rbma Radio) e potrà essere la soundtrack della vostra prossima festa da ballo. C’è da divertirsi e da imparare, per il gusto delle selezioni, per l’utilizzo di quei giochini musical-digitali di cui Moroder è il maestro, vocoder e proto-sintetizzatori in testa, quindi per assaporare lo smagliante impatto che ancora possiedono i suoi vecchi anthem quando fanno regale apparizione in scaletta (a cominciare dagli hit di Donna Summer, a cui, nel corso della serata, Moroder ha dedicato un amorevole omaggio, raccontando la pruriginosa storia di come quella volta, negli studi di Monaco, seppe eccitarla al punto da indurla all’indimenticabile performance di disco-sesso di “Love To Love You Baby”. Era il 1975) e infine perché è divertente seguire l’ironico distacco e il gusto per un divertimento ingenuo e forse un po’ superato, col quale questo gentiluomo del dancefloor conduce l’evento. Che non arriva a caso, ma si colloca in quel piano di promozione planetaria di cui sono titolari i Daft Punk per il lancio del loro annunciatissimo, spasmodicamente atteso (forse un filo troppo) album. Che si chiama “Random Access memories” ed è arrivato nei negozi, dopo che il singolo di traino “Get Lucky” ha ribaltato l’ambiente della dance e s’accinge a sonorizzare gli ombrelloni del solleone.
Tra le iniziative a sostegno dell’album, i Daft Punk hanno scongelato Giorgio Moroder, col quale nel disco condividono un pezzo della bellezza di 9 minuti, intitolato come un profumo di L. A., “Giorgio by Moroder”, che è una specie di bio-song, nella quale il grande produttore prima racconta col suo inglese gutturale alla Thomas Mann gli inizi della carriera, poi dà spazio a un campionario dei suoi suoni e della sua concezione del ritmo, del ballo e delle sonorità proto-futuribili che lo resero inconfondibile. Un bell’omaggio, da due fedeli seguaci come Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homem-Christo, che sembrano avere un tocco speciale, ogni volta che tornano a farsi sentire (senza mai farsi vedere, coi loro mascheramenti da fantascienze di cartapesta) nel mondo della electronic dance. Pensare che dagli inizi nei primi Novanta, questo è solo il loro quarto album, in controtendenza con l’iperproduzione dei maestri del genere in questione e a ribadire l’occasionalità del loro rapporto col mercato, quasi fosse solo un pendant di una loro misteriosa personalità, votata piuttosto a una dimensione postmoderna dell’arte. Detto questo “RAM” è davvero un gran disco, per chi ama questi suoni e riceve quel particolare beneficio nell’ascoltarli, che poi sarebbe una specie d’iniezione di ottimismo e benessere. Del resto i Daft Punk stavolta, contrariamente alla colonna sonora che avevano pigramente composto per “Tron”, hanno fatto le cose al meglio, dando forma e contenuto al loro lavoro: il contenuto, ovviamente, è quello già annunciato dalla partecipazione di Moroder e amplificato dalle apparizioni del venerabile Nile Rodgers alla chitarra, mente indimenticabile degli Chic, nonché di Paul Williams, altro idolo dei Daft, autore del sublime totem del mélo-kitsch, ovvero “Il fantasma del palcoscenico”.

Perché non provare con il karaoke?
Il messaggio è chiaro: non dimentichiamo e non lasciamo indietro i maestri e le loro lezioni. Apparizioni certamente indovinatissime, che risplendono anche grazie al magnifico lavoro di registrazione, lo stesso che esalta la voce di Pharrell Williams, i cui toni alti e morbidi sembrano fatti apposta per le strofe circolari dei Daft Punk. Certo, tutto ha un tono un po’ XX secolo e perfino, coscientemente, nostalgico. Così ci divertivamo ieri, paiono dire i due maestri di cerimonia: perché non lo rifacciamo e non provate un po’ di karaoke col vocoder? Sarebbe bello, rispondiamo noi, anzi è stato divertente riassaporarlo per una notte, grazie a questo snobbissimo trattatello musicale di storia del costume e dello stile. Però adesso dobbiamo andare. Perché a forza di guardare indietro ci è venuto un po’ di torcicollo.

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