Spotify e un disco di 35 anni fa che sembra uscito ieri

Norton Buffalo. Bel nome, no? Già, direte, ma chi diavolo è Norton Buffalo? Beh prima di tutto, chi era, perché il nostro eroe ha reso l’anima a Dio tre anni fa, alla prematura età di 58 anni.

16 Aprile 2013 alle 00:00

Norton Buffalo. Bel nome, no? Già, direte, ma chi diavolo è Norton Buffalo? Beh prima di tutto, chi era, perché il nostro eroe ha reso l’anima a Dio tre anni fa, alla prematura età di 58 anni. Ed era, diciamolo subito, un’anima libera e un artista. E un gran musicista. Misconosciuto, ma unico. E, dal momento che i miracoli continuano a essere all’ordine del giorno, ci piacerebbe avviarne uno piccolissimo, tipo che qualcuno adesso, in quell’Italia così lontana dalle sue blue highway, vada a cercarsi qualche disco di Norton, lo scopra e se lo cominci a sentire adesso, assaporando il suo talento, il suo stile originale, la voce liquida e di velluto che possedeva e, ovviamente, la sua armonica. Perché Norton Buffalo è stato un virtuoso – forse il più grande transitato per la scena pop rock d’oltreoceano – dell’armonica a bocca, in tutte le sue declinazioni, cromatica, diatonica, piccola, grande, sottile come la voce di un usignolo, o corposa come un’intera orchestra. Del resto siamo o no nell’èra di Spotify – a cui continuiamo a meditare di dedicare un articolo ma poi, sgomenti, rimandiamo sempre, perché lo spiazzamento che questo arnese, invisibile ma onnipresente, ci provoca è troppo intenso. E per quanto ne siamo già caduti schiavi, restando sospettosi e dispettosi, sempre tentati di mettere alla prova il sapere del marchingegno e le sue pretese enciclopediche, poi ne siamo anche conquistati e posseduti, e non passa giorno che non ci ritroviamo a smanettare, tirando fili impossibili, tracciando ardite traiettorie nello scibile musicale, continuando a stupirci per questo fatto che, gratis (o semi gratis), d’un tratto possediamo tutta la musica, (non è vero: è pieno di buchi, il caro Spotify, dai Beatles a Mick Softley, agli Sweet Thursday, solo per identificare, trionfalmente, qualche ricerca andata buca – ma è pur vero che può metterci rimedio e che con iTunes i Fab Four ci hanno messo 8 anni a farsi convincere a sottoscrivere la licenza di riproduzione…).
Insomma una notte su Spotify reincontriamo il fantasma di Norton Buffalo, e timidamente è tutto uno sgorgare di riconoscenza, perché quel disco, come tanti altri, l’avevamo seminato in chissà quale casa, e alla fine l’avevamo scordato, anche se quel nome da cowboy, Norton Buffalo, continuava a solleticarci la fantasia. Che meraviglia è stato risentirlo! Cosa non sapeva, melodicamente, armonicamente, sentimentalmente, cavare Norton dalle sue armoniche e che pezzi magnifici, impossibili da collocare, per come hanno connessioni col country, col pop, con lo swing, e poi calypso, folk, rock, jazz… L’album, che è il primo che Norton firmò da solista prendendosi una vacanza dalla carriera da sessionman che l’ha visto figurare in centinaia di produzioni altrui, s’intitola “Lovin’ in the Valley of the Moon”, facendo l’amore nella valle della luna – che quest’uomo aveva proprio il bernoccolo per i bei nomi. A oltre 35 anni dalla pubblicazione, resta un capolavoro di leggerezza, talento e dolcezza, con stravaganti movimenti strumentali che s’alternano a ballate tenui, con la danza sempre condotta da quell’armonica che a tratti sembra una sezione fiati, in altri momenti un quartetto di violini, poi una tromba, un usignolo e una voce. Non a caso Norton non ha mai avuto problemi a trovare lavoro: la Steve Miller Band l’ha tenuto nel suo organico per 30 anni, coi Doobie Brothers ha vinto un Grammy Award e l’indimenticabile Commander Cody lo voleva a fianco nei suoi leggendari show di western swing – e ne vedemmo uno memorabile allo scomparso Rainbow Theatre di Tottenham. Norton aveva perfino il suo spazio a Hollywood, firmando colonne sonore e con una serie di apparizioni sul grande schermo, la più memorabile delle quali resta quella ne “I Cancelli del Cielo” di Cimino. Da qualche tempo, con la salute malridotta, s’era ritirato nella zona della baia di San Francisco, continuando a muoversi come attivista per le cause per l’ambiente e con periodiche sortite musicali insieme al prediletto partner musicale di sempre, il chitarrista blues Roy Rogers. Se ne avete voglia, vagabondando sul Web troverete materiali di grande interesse su Norton Buffalo. Su YouTube ci sono tante sue esibizioni live dove, oltre alla perizia tecnica e all’ispirazione, si nota il carattere gioviale da vero animale da palcoscenico. Del resto i pochi articoli dedicati al suo personaggio insistono su un paio di particolari: Buffalo era un musicista instancabile, uno stakanovista (si spostava da un concerto all’altro col suo camper, con all’attivo tre incidenti quasi mortali) e una persona allegra e decente. Cercando meglio troverete anche un paio di dvd nei quali vi insegna i primi rudimenti dell’armonica – e, garantito, miglior tutore di lui non si può sognare. Infine una notizia: quello mica era il suo vero nome, ma non c’è verso di scoprire l’originale. Però, a forza di cercare, siamo venuti a sapere che il buon Norton aveva radici che dalla sua Oakland affondavano giù giù fino nella lontanissima Sicilia.

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