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Grey Reverend e Earl, due illuminati

Che meraviglia quando per qualche caso fortuito ci s’imbatte in un artista fino a quel momento sconosciuto e gli si dà fiducia, attratti da qualche indizio rivelatore.

19 Marzo 2013 alle 00:00

Che meraviglia quando per qualche caso fortuito ci s’imbatte in un artista fino a quel momento sconosciuto, gli si dà fiducia, attratti da qualche indizio rivelatore – in questo caso una magnifica copertina di sapore faulkneriano – lo si ascolta e d’improvviso, tac, scocca la scintilla e ci s’innamora della sua musica. Da quel momento, lo si ascolta instancabilmente, fino a inciderlo nella memoria e da quel momento, ogni volta che capiterà di riascoltarlo arriverà un piccolo brivido, memento di quell’ennesimo, intimo bliss. Grey Reverend è la sigla che nasconde il progetto solista dell’occhialuto cantautore afroamericano L.D. Brown, nativo della Pennsylvania, ma residente, come chiunque faccia musica adesso, a Brooklyn. L’educazione musicale di L.D. passa attraverso lezioni di chitarra col grande maestro Pat Martino dove l’allievo si dimostra subito brillantissimo, al punto da cominciare ad esibirsi regolarmente nei jazz club di Philadelphia. Nel pieno degli studi però a L.D. viene diagnosticata una distonia focale, malattia neurologica che mette a repentaglio il corretto utilizzo delle mani. Il ragazzo non si perde d’animo ma semplicemente trasferisce la sua musicalità in una direzione diversa – folk acustico e blues, sulle tracce di John Fahey, Bert Jansch, Joni Mitchell – nella quale  padroneggia meglio lo strumento, mentre affronta le cure necessarie. Nel 2006 arriva a New York City e comincia a collaborare con i musicisti della scena locale. Decisivo è l’incontro con Jason Swinscoe della Cinematic Orchestra, che invita L.D. a entrare nella formazione, di cui peraltro s’onora ancora di far parte. Nel 2007 però Brown dà alle stampe il primo ep e a fine 2011, assunta l’identità solistica di Grey Reverend debutta con “Of The Days” che noi abbiamo tardivamente scoperto, ma che ci ha lasciato senza fiato. Attenzione: è un disco per solo voce e chitarra acustica, senza effetti o sovraincisioni, ma è un’opera di una purezza e di un fascino scintillanti. L.D. dice che quell’attributo “grey”, grigio, che si è dato, vuole essere proprio indicativo della volontà di collocarsi in una zona mista, grigia appunto, tra generi musicali diversi. Ma questi discorsi sono precauzioni superflue, ascoltando lo splendore della scrittura e delle esecuzioni del Reverend. Il primo nome che viene in mente è quello di John Martyn – stessa gentilezza del tocco alternata a potenti crescendo, stesso virtuosismo strumentale e utilizzo della voce come tastiera dei sentimenti. L.D., nelle rare interviste, si dice consapevole dell’influenza che maestri come Nick Drake, Richard Thompson e lo stesso Martyn abbiano esercitato sul suo stile, sebbene la principale ispirazione la percepisca piuttosto dal Brasile e da Bola Sete, il grande chitarrista che suonò con Dizzy Gillespie. Quanto agli argomenti a cui dedica le sue composizioni, si dice disinteressato ad altro che non siano i suoi “piccoli discorsi sulla natura delle cose”. Comunque, non appena entrato nelle tracce di “Of The Days” si cala in un’ambientazione di solenne intimità, un viaggio tra i pensieri e le forme di una bellezza semplice e priva di eccessi. E, restando attoniti che una scrittura di questa qualità sia ancora un segreto per pochi fortunati, non si può non trovare tutto ciò terribilmente eccitante. Significa che capolavori da appartamento come “One by One”, “Like Mockingbirds” sono sempre dietro l’angolo in attesa d’essere scoperti. E che un nuovo filosofo dell’introspezione, come rivela d’essere Grey Reverend, può rivelarsi al nostro cospetto per le circostanze più banali.

Due righe veloci per dirvi che un’altra leggenda continua a crescere: quella dei birbanti di L.A., i teenager della crew Odd Future, ospite spesso di questa colonna. E’ tornato dall’esilio in una terra lontana a cui l’aveva costretto la madre Earl Sweatshirt, si è ricongiunto con l’amico, mentore e compagno d’arte Tyler The Creator, ed è già annunciata l’uscita del suo nuovo album che s’intitolerà “Doris”, attesa dai coetanei che vivono lo street style con la sua stessa dedizione estetica, come l’avvento – finalmente! – del nuovo “Catcher in the rye”, se non altro data la potenza poetica del ragazzino Earl. Le anteprime sono succulente: come il nuovo videoclip di “Whoa”, una delle canzoni dell’album, diretto da Tyler e ironicamente infarcito di tutti i luoghi comuni di un’adolescenza un po’ “spostata”, vissuta sua marciapiedi losangelini. Earl divide il letto di una roulotte con una vecchia pazza in tutù rosa da ballerina, passa le giornate nelle piscine vuote di case abbandonate, galleggiando su materassini lerci in pozzanghere nere, vaga per le discariche della modernità su un carrello del supermarket. Ma non perde mai la sua concentrazione, la sua innocenza e la sua visione. Questo ne fa, a tutti gli effetti, un illuminato. Anzi, per la precisione fanno due, in questa rubrica, se lo affianchiamo alla figurina del Grey Reverend. Evviva!

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