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L’album solista della mente degli Smiths

Johnny Marr oltremanica è venerato. Gli viene giustamente attribuito il merito di aver architettato il suono perfetto per incorniciare la voce di Morrissey.

26 Febbraio 2013 alle 00:00

Johnny Marr oltremanica è venerato. Gli viene giustamente attribuito il merito di aver architettato il suono perfetto per incorniciare la voce di Morrissey, il suo sublime, liquido romanticismo, la sua teatralità travolgente e grandiosa, di suonare il suo corpo elettrico. Poi gli Smiths sono finiti, Morrissey ha continuato a cantare, più che altro con band che imitavano, provavano a ricostruire il sound inventato da Marr, senza mai riuscirci interamente e così facendo hanno un po’ appesantito il corso della carriera di Morrissey, che pure resta un performer magnifico e un magico interprete. A quel punto Marr s’è messo a fare altre cose, è entrato e uscito da un sacco di formazioni (Electric, The The e Modest Mouse, per dirne qualcuna), ha svezzato gruppi alle prime armi, ha fatto l’ospite un po’ dappertutto e ha gestito con sapienza i proventi per aver inventato quel suono, fatto di chitarre melodiche e sferraglianti e ritmiche ad ampio respiro che, peraltro, nella sua città, Manchester, sarebbe diventato un riconoscibile marchio di fabbrica per un’infinità d’altre band. Adesso, allo scoccare del cinquantesimo compleanno, Johnny si è concesso un album solista. Inutile dire che in Gran Bretagna, per l’occasione, la mobilitazione sia stata notevole, venata di aspettative e nostalgie. Il disco si chiama “The Messenger”, sulla copertina in bianco e nero c’è lui, immortalato nel gesto di camminare in equilibrio su qualcosa – un muretto, o forse, simbolicamente, il pericolo d’essere trattato come una reliquia di fine Novecento per il resto dei suoi giorni, con quel cappottino tre-quarti sciancrato e l’eterna acconciatura a caschetto che gli avrebbero copiato i concittadini fratelli Gallagher. Dentro le 12 tracce dell’album che c’è? Tanto di ciò che ci si attendeva, ma purtroppo non molto di più. C’è il richiamo acuto, nevrotico e pieno di armonici della sua chitarra (“jangling” dicono nel Regno Unito). C’è Johnny che canta con dignitosa proprietà, ma certo senza sfiorare l’angelico carisma di quello che fu il suo compare. E ci sono canzoni competenti, rockeggianti, un filo ansiogene, adatte soprattutto a un set dal vivo: quasi sempre difetta l’eccezionalità, restando su buoni standard, senza mai volare alti. Così, alla fine, si resta un po’ delusi. Ma come? Abbiamo sentito dire per anni che Marr era il musicista col tocco di Mida, colui che custodiva il segreto di un suono che ha segnato tanti cuori, e quel che ci dà, allorché finalmente firma un disco col suo nome, è un decente prodotto average, senza veri picchi emotivi e con un inconfondibile profumo di passato? La risposta, ovviamente, è che le cose cambiano e, per fortuna, difficilmente tornano a essere le stesse, se non per grigie motivazioni autocitazionistiche. Il Marr solista è un bravo musicista col suo ostinato trademark stilistico, ma non ha l’altera maestà che fu di Morrissey col suo mazzo di gladioli, al servizio del quale fece librare la propria visione. Non solo: ascoltandolo, non si resiste ai pensieri sul come eravamo e quale fosse il mondo di cui quella musica fragile e potente fu colonna sonora. E perciò, dopo un po’, ci stufiamo.

I crescendo travolgenti di Hansard
Tanto vale cambiare disco e dedicarsi a un altro titolo, di cui adesso si parla assai. Il titolare è Glen Hansard, irlandese, 42 anni, a suo tempo nel cast del film-sensazione di Alan Parker “The Commitments” e poi in un buon gruppo, The Frames. Nel 2006 è anche il protagonista di “Once”, un piccolo film sul mondo dei musicisti di strada diretto da John Carney, anche lui nei Frames, che finisce per diventare un caso internazionale, al punto che la canzone “Falling Slowly”, scritta proprio da Hansard, vince addirittura l’Oscar nel 2007, mentre Spielberg si dichiara innamorato della pellicola. Adesso anche qui arriva l’album solista e l’accoglienza critica è stata di prim’ordine. Si chiama “Rhythm and Repose” ed è un disco completamente incentrato sulle imponenti capacità vocali di Hansard. Che sono notevoli, sia quantitativamente che qualitativamente, non fosse per una certa tendenza a gigioneggiare e a spingere sul pedale della suggestione, nella stessa direzione di Damien Rice, John Grant o di certo Van Morrison. Questa è la terra dei crescendo travolgenti, delle disperazioni baritonali, dei finali strappacapelli. E’ il mondo dei film con Clive Owen, delle ballate melò, su quanto sia doloroso amare per le strade di Londra e via di questo passo. Il disco da questo punto di vista – l’esposizione dei sentimenti tradotti in melodie struggenti e ululanti accompagnate da laconici arpeggi di piano e subitanei pieni orchestrali – è impegnativo e ridondante, ma avrà successo, forse anche da noi. Per quanto noi, purtroppo, si resti più legati a un’esposizione un filo più asciutta, composta, magari ambigua, dei propri stati d’animo. Vuoi vedere che stiamo diventando frigidi?

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