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Dylan e la differenza tra scrivere “Tempest” ed essere uno qualunque che dipinge quadri

L’affaire scatenato dall’inaugurazione della mostra di quadri di Bob Dylan a Palazzo Reale di Milano rilancia le riflessioni attorno al senso della celebrità e ai consumi che di questo si nutrono e si soddisfano. La questione è nota: Dylan da tanti anni dipinge con passione e magri risultati. E’ normale, altrimenti anche Barack Obama avrebbe avuto una carriera da giocatore professionista nell’Nba.

12 Febbraio 2013 alle 11:18

L’affaire scatenato dall’inaugurazione della mostra di quadri di Bob Dylan a Palazzo Reale di Milano rilancia le riflessioni attorno al senso della celebrità e ai consumi che di questo si nutrono e si soddisfano. La questione è nota: Dylan da tanti anni dipinge con passione e magri risultati. E’ normale, altrimenti anche Barack Obama avrebbe avuto una carriera da giocatore professionista nell’Nba. Non tutto ciò che ci piace ci riesce in modo formidabile, anzi, spesso la nostra stessa natura è bizzarra, dispettosa, ci rende estranei proprio a ciò che vorremmo sentire davvero nostro. Così Dylan agli amici rivela d’essere stanco, stanchissimo di musica e canzoni, e poi di metter su gruppi, suonare in giro per il mondo, trovare nuova biada con cui sfamare il branco di scholars che si cibano dei suoi versi, delle sue citazioni e dei mille trick che dispettosamente lui c’infila dentro. Vecchio, appagato, un po’ lontano, gode molto di più a studiare la pittura, a perdercisi dentro e provare in prima persona a esprimersi coi pennelli. Risultati passabili ma non certo esaltanti, perché, come capita nella musica e in qualsiasi altra forma d’espressione creativa messa alla prova del giudizio assoluto, al Dylan pittore manca in modo lampante il salto di qualità. I suoi quadri sono curiosi, stuzzicanti, paurosamente citazionisti (divertenti in questo: sembrano sempre rifare il fotogramma di un film, o ricalcare un’immagine teatrale molto studiata) ma non si staccano mai dalla tela, non decollano, hanno sempre forte profumo di esercizio. Le sue figurazioni erotiche, per esempio, che rappresentano il grosso dei quadri di questa serie identificata come “New Orleans”, sono suggestive ma statiche, paiono realizzate con modelli annoiati, o rifacendosi a fotografie grondanti di una lussuria esibizionista. E allora in cosa consiste il valore di questa operazione milanese, così invisa ai difensori della sacralità degli spazi museali, secondo loro assegnabili solo ai “bravi” conclamati, anche se magari spolpati dall’ennesima mostrina raccatta-spiccioli?
Per rispondere alle critiche vanno fatti un passo indietro e una citazione informale, che aiuta. Prima ancora, bisogna entrare nel mondo di chi, al fianco di un cantante, trascorre buona parte della sua vita accordandogli il compito di musicante di quell’esistenza, soundtrack del proprio personale tempo che passa. Sono quelli, in sostanza, che alla notizia di una mostra di quadri di Dylan, per di più in una cornice fastosa, avranno cominciato a emozionarsi. Il nostro passo indietro, a questo punto, deve riproiettarci alla Biennale di Venezia del 2003, quella curata da Francesco Bonami, lo stesso che ha portato Dylan a Milano. Ebbene, quella Biennale già nel titolo esponeva uno statement di grande interesse: “La dittatura dello spettatore”, ciò che il pubblico, attraverso le proprie pressioni, le proprie pulsioni, riesce a plasmare, a imporre allo scenario dell’arte contemporaneo. Non sono mica discorsi astrusi: è il mercato, bellezza, direbbe un copywriter. Per esempio, la tenace, robusta base di fedeli dylaniani, i lettori della sua autobiografia, gli ammiratori dell’indolente vita come opera d’arte che con laissez faire Dylan sta vivendo, avevano una gran voglia di mettere i propri occhi su quella che il loro prediletto ammetteva essere la sua passione principale – mica le canzoni, basta canzoni, invece dipingere i propri pensieri. E poi c’è l’altro fattore, quello che diremmo dolcemente voyeuristico, e che ci impone di ricorrere a una citazione al passato, ai tempi delle fameliche letture della beat generation.

Le fissazioni di un musicista
Sapete quale fu, tra tutti i poeti e i raccontatori on the road, il libro che più ci impressionò della beat generation, che ci aprì panorami di sogni, mentre lo sfogliavamo golosamente per ore, nella sala sotterranea della Milano Libri di Piazza Scala? Era un libro solo fotografico che s’intitolava “Scenes along the road”, che aveva la copertina marrone con Keruac e Cassidy effigiati abbracciati, come i gaglioffi che peraltro erano. Guardarli, vivisezionarli con gli occhi, cercare negli angoli delle foto, annusare il contesto e le pose. Un’esperienza formativa. Che ci riporta alla scena del 2013, raccontata da Bonami, di Dylan che gli chiede se le persone incaricate d’attaccare i suoi quadri un po’ sconci alle pareti del Palazzo avessero fatto commenti o espresso pareri. Perché una cosa è scrivere “Tempest”, una cosa è avere il coraggio, il menefreghismo di tornare uguale a tanti altri, uno che dipinge quadri di limitata attrattiva. Ma che raccontano l’autore a chi li guarda, le sue ossessioni, le fissazioni, i ghirigori. Permettendoci di spiare e al tempo stesso di celebrare una poetica. E di sentire risuonare persino noi stessi, in piedi un po’ commossi e straniti, di fronte a quei dipinti del tempo che passa.
Stefano Pistolini

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